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Unanimità e Memoria

di Viviana Kasam

All’interno del mondo ebraico si sta facendo strada l’idea che in questo momento sia necessaria l’espressione verso l’esterno di una unanimità di pensiero. Lo ha scritto su Pagine Ebraiche il direttore del CDEC di Milano Gadi Luzzatto Voghera, segnalando come “una parte dei membri della comunità ritenga inopportuno che vengano espresse opinioni differenziate e pensano possa esistere una linea comune unica e condivisa da parte degli ebrei del mondo su tutta una serie di questioni”. Secondo Luzzato Voghera, il problema riguarda soprattutto la natura dell’antisemitismo contemporaneo, e la valutazione sulle iniziative politiche del governo israeliano. Secondo una nutrita parte della comunità, ogni critica al governo di Israele sarebbe una manifestazione di antisionismo, ovvero di odio verso gli ebrei perché l’antisemitismo contemporaneo, soprattutto quello di sinistra, si maschera da antisionismo. Quanto alla valutazione politica del governo israeliano, chiunque critichi da ebreo l’annessione dei territori farebbe il gioco dei nemici di Israele e degli antisemiti. Sono posizioni purtroppo sempre più diffuse, soprattutto in Italia, dove il dissenso è mal tollerato, mentre in America e in Israele, per esempio, il disaccordo con la linea di Netanyahu viene espresso vigorosamente, si firmano manifesti e si prendono pubbliche posizioni divergenti, anche sulla stampa. Ma certamente ovunque il dibattito si sta radicalizzando a scapito, come ben dice Luzzatto Voghera, della storia della cultura ebraica, che ha sempre valorizzato la discussione - basti pensare alla tradizione talmudica.

Alle due questioni cui si riferisce l’amico e direttore del Cdec, vorrei aggiungerne una terza, che è quella della memoria della Shoah, di cui hanno magistralmente discusso sulle pagine online di Gariwo Anna Foa e Gabriele Nissim.

Il dibattito non è nuovo. Già quando venne istituito dal Parlamento italiano il Giorno della Memoria, vi furono vivaci discussioni tra chi voleva aprirlo a tutti i genocidi e chi invece sosteneva l’unicità dell’Olocausto ebraico e la necessità di non confonderlo. Prevalse quest’ultima visione. Che forse era opportuna nel 2000, quando la giornata commemorativa divenne legge nel nostro Paese, ma che oggi rischia di essere troppo restrittiva e di creare un effetto di boomerang. Come scrive Anna Foa, “l’unico modi di difendere questa memoria è di accettare che cambi, che assuma tutte le responsabilità che se ne possono trarre, quelle del passato ma anche quelle del futuro” tenendo conto delle “nuove elaborazioni di memorie”.

La Shoah è stata un evento unico ed epocale ed è doveroso onorare i morti e i sopravvissuti, che continuano a testimoniare con coraggio e grande impegno la loro tragica esperienza. Ma dopo vent’anni di cerimonie, eventi, discorsi, si ha spesso l’impressione di non riuscire a sfuggire alla retorica, e che si sia creato tra i nostri concittadini non ebrei, e soprattutto tra i giovani, un senso di sazietà che a volte arriva al rifiuto e che contribuisce a ribadire l’immagine degli ebrei come una comunità a parte, chiusa nel proprio egoismo e sorda alla sofferenza degli altri. Scrissi già qualche anno fa sul Il Foglio che il Giorno della Memoria stava diventando una sorta di “lavanderia” dei cattivi sentimenti, in cui per ventiquattr’ore si manifesta solidarietà e si incensano gli ebrei “buoni”, quelli morti nella Shoah, per continuare poi nei giorni successivi a nutrire antichi preconcetti verso quelli “cattivi” ovvero gli ebrei vivi -e in particolar modo gli israeliani di oggi. E denunciando il pericolo di appiattire gli ebrei sulla identità passiva di “vittime”, mentre l’identità ebraica è plurale, variegata, attiva, positiva e culturalmente ricchissima.

Da allora sono passati dodici anni, ma ben poco è cambiato rispetto alla Memoria, mentre il mondo intorno a noi ha subito cambiamenti epocali.

Sono sinceramente convinta che noi, in quanto vittime per eccellenza di preconcetti, odio razziale, discriminazioni, abusi, non possiamo non schierarci a fianco di tutti coloro che vengono perseguitati, per la religione, il colore della pelle, le idee. E che non sia giusto fare una graduatoria della sofferenza, la mia è più grande della tua e non voglia confonderla. Senza nulla togliere all’unicità della Shoah che va ricordata, analizzata, raccontata ai giovani perché non dimentichino, dobbiamo non solo aprirci agli altri, ma manifestare, singolarmente e come gruppo, la nostra solidarietà - ovviamente senza cadere negli eccessi di manifestazioni e damnatio memoriae cui stiamo assistendo in questi giorni, con i “difensori” delle ingiustizie spesso altrettanto radicalizzati e intolleranti di quelli contro i quali protestano. La Shoah questo ci deve insegnare: che il pensiero unico è quanto di più pericoloso esista e che il rispetto delle diversità è il modo più efficace di combattere le derive autoritarie e dittatoriali, che per prima cosa eliminano gli oppositori.

Purtroppo questi pensieri, che sulla carta immagino molti condividano, quando si parla di memoria della Shoah vengono spesso contestati. E l’ho vissuto sulla mia pelle, organizzando per otto anni i concerti istituzionali per il Giorno della Memoria. Fin dal primissimo evento “I violini della speranza”, dove ho fatto suonare strumenti sopravvissuti ai campi di concentramento da musicisti di religioni diverse, con l’intenzione dichiarata di aprirci al dialogo e alla fratellanza, sono stata oggetto di critiche durissime e di una campagna denigratoria sui social che addirittura chiedeva le dimissioni dell’allora presidente delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna, reo di avermi affidato l’incarico. E così ogni anno, qualunque riferimento ad altri genocidi, i rom e gli armeni, i gulag e i campi di concentramento giapponesi, sono stati oggetto di critiche spesso risentite. Per non parlare del gennaio scorso quando con Marilena Citelli Francese, che mi è stata accanto in tutta questa lunga avventura, abbiamo deciso di rendere omaggio all’esilio di tutti i popoli, partendo dalla storia degli ebrei erranti per includere tutti coloro che hanno dovuto abbandonare il proprio Paese, la famiglia, la casa, gli oggetti perfino l’identità, costretti a fuggire per persecuzione, fame, povertà, sogno di un futuro migliore. Aver accostato la Shoah alla sofferenza di altri popoli, in particolare agli schiavi afroamericani, è stato vissuto da molti come un oltraggio alla memoria ebraica. Ma questa concezione, a lungo andare, anche se mossa dalle migliori intenzioni, può diventare una pericolosa trappola perché rischia di separare la questione ebraica dalla condizione umana. Gli ebrei per troppo tempo sono stati visti come una comunità che pensa solo a sé stessa, disinteressata alle sorti del resto del mondo e chiusa nel proprio egoismo. Non è vero, e nel momento in cui lo è stato è necessario analizzare le radici storiche del fenomeno e il forzato isolamento degli ebrei nei ghetti, i pogrom, le persecuzioni. Ma oggi gli ebrei nella maggior parte dei Paesi democratici godono di uguali diritti e sono tutelati dalle leggi. A questo punto dobbiamo stare attenti a non autoisolarci dando forza a pregiudizi antichi e alimentando il preconcetto che ci interessano solo i nostri dolori e siamo sordi a quelli degli altri. Come comunità, dovremmo far sentire alta e forte la nostra voce in solidarietà con tutti coloro che soffrono e sono vittime di discriminazioni e genocidi per motivi religiosi, etnici o semplicemente di strategie politiche.

Viviana Kasam, giornalista e Presidente BrainCircleItalia

Analisi di Viviana Kasam, giornalista e Presidente BrainCircleItalia

20 luglio 2020

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