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"Unicità" della Shoah: come il suo significato è cambiato nel tempo

Anna Foa su Yehuda Bauer

Ciò che Yehuda Bauer, considerato come il maggiore storico dell’Olocausto in Israele, ha detto recentemente in una conferenza organizzata dalla Open University di Tel Aviv, è importante in sé ma lo è ancora di più per due circostanze. La prima è il fatto che queste cose sono state dette in occasione di un convegno dedicato non alla Shoah, bensì al XX anniversario del genocidio in Ruanda. In secondo luogo, ciò che si vuol fornire e su cui si vuol riflettere è una sorta di supporto teorico a un tema essenzialmente politico: cosa fare per impedire altri genocidi?

Due sono le argomentazioni di Bauer che vorrei qui sottolineare. La prima è la sua definizione della Shoah come evento senza precedenti, ma non unico, come fenomeno paradigmatico, ma non tale da non poter essere confrontato né visto nel contesto degli altri genocidi che hanno caratterizzato il secolo scorso e che rischiano di segnare anche il nostro - basti pensare a quanto sta succedendo in Siria. “Essendo la Shoah il genocidio più estremo - scrive Bauer - ci insegna a comprendere gli altri genocidi”.
Vorrei ricordare il contesto nel quale si è affermato, all'interno della riflessione sulla Shoah, l’idea della sua unicità. Siamo nel 1967, tre mesi prima della Guerra dei Sei giorni, in un dibattito tenutosi a New York tra quattro intellettuali - Elie Wiesel, non ancora premio Nobel, Emil Fackenheim, Richard Popkin e George Steiner. È lì che Wiesel definì la Shoah “un capitolo glorioso della storia eterna degli ebrei". Per Steiner, invece, essa doveva essere vissuta come un obbligo verso l’umanità, in una forte affermazione dell’universalismo ebraico. Da allora la tesi dell’unicità, se era servita inizialmente a individuare e definire i caratteri specifici dello sterminio degli ebrei, sarebbe diventata sempre più un dogma e avrebbe suscitato una sgradevole “concorrenza delle vittime”, soprattutto man mano che nuovi genocidi si realizzavano negli anni - in Cambogia, in Ruanda, in Bosnia. Il dibattito che si è svolto a Tel Aviv e in cui le affermazioni di Bauer si collocano, sembra affossare definitivamente questa prospettiva particolaristica e aprire alla possibilità di confronti sempre più ampi.

La seconda argomentazione significativa è la ripresa di Bauer della proposta, fatta da David Scheffer nel 2007, di adottare, invece del termine “genocidio”, molto connotato a livello di diritto internazionale e molto discusso a livello storico, quello di atrocità di massa (Mass Atrocities, MAS), che consente di recuperare il genocidio come termine più estremo in una scala di valori che comprende anche i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e la pulizia etnica. A mio avviso, questo consentirebbe di affrontare e di distinguere i crimini di massa con molta maggior chiarezza, e di sottolinearne meglio gli aspetti comuni e quelli specifici.
Com’è noto, il termine genocidio ha inteso designare l’intento e l’azione di sterminare un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso in tutto o in parte. Che all’estremo della scala ci sia il genocidio è evidente, come evidente è per Bauer e per tanti studiosi il fatto che il genocidio degli ebrei, quello in riferimento al quale è stato coniato il termine stesso “genocidio”, ha rappresentato nell’insieme degli aspetti che lo caratterizzano un evento che ha segnato in maniera radicale la storia europea e il Novecento tutto.

Ma, come Bauer sostiene, è necessario al tempo stesso allargare e precisare il discorso. Il concetto, ad esempio, non è mai stato esteso fino a includere gruppi politici. Se si comprendessero anche questi, potremmo far rientrare nella categoria giuridica del “genocidio” lo sterminio per fame, voluto e preordinato, di milioni di contadini - i cosiddetti kulaki - da parte del regime comunista sovietico. E l’adozione del termine MAS ci consentirebbe di poter meglio definire e far rientrare in tali categorie, non prive di risvolti in termini di politica internazionale, intervento umanitario e processi internazionali, eventi come la pulizia etnica in Bosnia.

Ma dove questa categorizzazione più sottile si rivela più utile è nel campo della prevenzione del genocidio, precisando la necessità dell’attenzione a questo fenomeno da parte degli organismi internazionali. Devo ricordare che il genocidio ruandese, solo vent’anni fa, si è svolto nella disattenzione del mondo ed è stato derubricato (ed è tuttora da alcuni derubricato) a scontro di etnie? E che l’eccidio di Srebrenica, con migliaia di uomini assassinati in massa, si è svolto anch’esso di fronte agli occhi dei caschi blu dell’ONU?
Il problema della reazione al genocidio, e ancor prima della sua prevenzione, è il nodo centrale di ogni riflessione attuale sui rapporti internazionali e sugli organismi sovranazionali, ed è quello che in particolare sta a cuore a Bauer oggi, in questo contesto. Egli sottolinea che gli studi degli storici sono essenziali per l’approccio pragmatico dei politici, attribuendo implicitamente alla riflessione di chi analizza il passato non un interesse puramente accademico, ma anche un interesse politico, volto a modificare il futuro e non solo a mettere ordinatamente al suo posto ogni casella del passato. Insomma, sono gli studiosi e in particolare gli storici che devono, analizzando il passato, creare gli strumenti teorici che i politici e le istituzioni useranno per difendere i diritti umani contro le atrocità di massa sempre più diffuse. Ci auguriamo, in quanto storici, di essere in grado di farlo. Alcuni dicono che non è il nostro compito, ma io credo che invece lo sia.

Questa analisi fa parte del dibattito avviato da Gariwo a partire dalla riflessione di Yehuda Bauer sulla prevenzione dei genocidi. Nel box approfondimenti sono disponibili gli altri contributi. 

Anna Foa, storica e docente all'Università La Sapienza di Roma

Analisi di Anna Foa, storica e docente all'Università La Sapienza di Roma

3 dicembre 2014

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