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Uno schema che si ripete

di Alberto Negri

Ci sono delle date importanti per cercare di capire da dove siamo partiti e dove siamo arrivati oggi, che sono un po’ la sintesi della mia breve avventura da giornalista, cominciata con un viaggio nel 1980 in Iran. 
L’anno chiave, il 1979, quando inizia la rivoluzione iraniana, l’Islam fa irruzione nei giornali, nei media. Vediamo infatti manifestarsi la realizzazione politica di un’utopia religiosa che si pensava archiviata nel tempo o mai realizzata - l’Iran non era mai stato governato nella sua storia da religiosi, era la prima volta che salivano al potere.

Ancora più importante è quello che accade pochi mesi dopo. Nel dicembre 1979, l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan per sostenere un governo filo-sovietico. Comincia così una sorta di schema che ci porteremo dietro per molto tempo.
È infatti la grande occasione, per gli Stati Uniti e per l’Occidente, di dare un colpo all’impero sovietico. Gli americani dirigevano le operazioni, i sauditi le finanziavano, il Pakistan forniva la piattaforma dei mujaheddin che avrebbero combattuto contro l’Armata Rossa. Quei mujaheddin che si battevano contro “l’Impero del Male” e che avrebbero assurto in Occidente il ruolo degli eroi, qualche decennio dopo vennero chiamati barbari.
Si delinea così uno schema molto importante, destinato a ripetersi.

Arriviamo quindi all’anno seguente, il 1980. Tornai dal mio viaggio in Iran qualche settimana prima che Saddam Hussein attaccasse la Repubblica Islamica, in un conflitto che causerà milioni di morti e che riproduce alcuni dei conflitti tra sciiti e sunniti che c’erano già stati in passato - seppure in chiave moderna. Pur non schierandosi apertamente con Saddam, l’Occidente fornì armi all’Ira, nel tentativo di abbattere quella Repubblica Islamica. Un sostegno abbastanza evidente anche nei flussi finanziari: l’Iraq ricevette circa 60 miliardi di dollari dalle monarchie del Golfo in quegli 8 anni di guerra. Al termine del conflitto, l’Iraq avrà 80-90 miliardi di debito estero, l’Iran solo 7.
Era molto chiaro chi avevamo sostenuto.

Allo stesso tempo, in Europa, assistiamo al crollo del Muro di Berlino nel 1989. A dimostrazione della forza dello “schema” inaugurato in Afghanistan, un generale pakistano dei servizi segreti, Hamid Gul, si vede recapitare un giorno un pezzo del Muro con una scritta di un suo amico americano: “dobbiamo anche a voi il crollo di questo muro”.
Questo perché loro avevano sostenuto la lotta contro quell’Unione Sovietica che poi con i suoi satelliti crollerà insieme al Muro di Berlino.
Nel 1989, tuttavia, accadeva anche qualcosa che avrebbe dovuto attirare la nostra attenzione: il discorso di Slobodan Milosevic al Campo dei Merli per il 600esimo anniversario della battaglia tra serbi e ottomani. In quell’occasione Milosevic aprì il vaso di Pandora della disgregazione della Jugoslavia di Tito. Con la caduta della Jugoslavia viene subito utilizzato il fattore etnico e religioso, facendo così crollare anche il principio multietnico e di convivenza uscito dalla guerra partigiana di Tito. Non solo, ma è proprio allora che compaiono, nel cuore dell’Europa, i primi jihadisti.
Ricordo perfettamente il 28 febbraio 1992, quando ci fu il referendum a Sarajevo. Il giorno dopo andai a Mostar, feci una colazione sul fiume, poi un omicidio davanti a una chiesa ortodossa diede il via al massacro. Per una settimana non riuscimmo a uscire dalla città, e quando ci allontanammo cominciammo a vedere a Travnik gli uomini col kalashnikov portati dai croati - ovvero da uno Stato cattolico che li voleva usare contro i serbi. Tutto questo fu poi moltiplicato dopo Srebrenica, il più grande massacro in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale.

In questo contesto vediamo anche nascere una serie di miti: nel 1979 il mito della Rivoluzione islamica in Iran e quello del mujaheddin, che poi nel 1989 sconfigge l’Unione Sovietica e la fa ritirare dall’Afghanistan in Uzbekistan. Viene creato grazie a noi, all’Occidente, e ai soldi delle monarchie del Golfo.

L’11 settembre 2001 troviamo il portato di tutto questo, e un Osama Bin Laden che nel 1989 abitava a Peshawar ed era un alleato oggettivo nostro - alleato che con i suoi bulldozer aveva contribuito a scavare i famosi tunnel dove combattevano i mujaheddin dell’epoca. Anche la tragedia algerina fu un portato della guerra dell’Afghanistan, perché i primi terroristi algerini erano proprio i reduci dall’Afghanistan.
È un filo che continua e arriva fino al 2003, in Iraq. Poche ore dopo l’entrata degli americani a Baghdad, c’era già stato il primo attentato kamikaze. Era cominciata la storia che poi abbiamo visto svilupparsi dopo.
Non meraviglia che lo stesso Califfato abbia avuto al suo interno alcuni ex ufficiali del partito baahtista come Izzat Ibrahim al-Douri, uomo molto religioso, che ha guidato questa alleanza tra Al Qaeda della terra dei due fiumi, fondata da al-Zarqawi - ucciso nel 2006 - e quegli ufficiali baahtisti che poi diedero vita al Califfato in Iraq e in Siria.
Ancora una volta, è lo schema che ci colpisce.

Nel 2011, quando l’Iraq era già stato devastato da migliaia di morti, inizia la guerra in Siria. La rivolta, una legittima rivolta popolare contro un regime duro, anche brutale, quasi subito diventa qualcos’altro, una sorta di guerra per procura del maggior alleato - Assad - dell’Iran. A sparare il colpo di pistola, l’Ambasciatore americano a Damasco Ford, che il 6 luglio 2011 va a passeggiare in mezzo ai ribelli (anti Assad) di Hama. Mai si era visto un ambasciatore americano fare un gesto simile in un Paese ostile e soprattutto del Medio Oriente: i ribelli erano diventati la sua vera scorta. Il giorno dopo arriva in città anche l'ambasciatore francese. 
Era evidente che si era riprodotto quello schema che avevamo visto in Afghanistan, all’interno del famoso leading from behind (guidiamo da dietro) di cui l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton era teorica e pratica. Ci sono quindi i noti finanziatori, c’è il Qatar, c’è l’Arabia Saudita, se ne aggiungono altri dal Golfo - non solo pubblici, ma anche privati -, e il ruolo di piattaforma girevole della guerriglia che allora fu del Pakistan questa volta spetta alla Turchia. Hanno creato un altro Afghanistan, ma questa volta alle porte dell’Europa.

Il fenomeno dei foreign fighters viene quindi improvvisamente riavvicinato a noi. Allora per andare a fare il foreign fighter dovevi fare un bel viaggio, oggi basta un volo low cost verso la Turchia. Ecco quindi i nuovi jihadisti, dall’Europa, dalla Cecenia, seduti ai bar di Antiochia. 
In questo contesto, la religione e la cultura possono avere un ruolo importante, ma molti di questi foreign fighters avevano solo una lieve infarinatura dell’Islam. I fratelli Couachi, protagonisti dei primi attacchi di Pargi, erano ragazzi di periferia che se avessero avuto la possibilità sarebbero usciti da quella periferia, ma poi si sono radicalizzati nella loro frustrazione.

La guerra tra Iraq e Iran, l’attuale contesto in Iraq e Siria, dimostrano che certi passaggi di questi ultimi 38 anni in qualche modo hanno creato una situazione di cui noi siamo stati non complici, ma tra gli attori principali della scena. E questo rende più facile capire gran parte del rancore e del senso di dissipazione che c’è soprattutto di fronte a politiche che non cambiano mai, che sembrano persino più rigide di qualunque testo sacro. Abbiamo scolpito sulla pietra l’idea che noi dovessimo prevalere sugli altri, e anche questa è una forma di religione. 

Analisi di Alberto Negri, inviato speciale Sole 24Ore

14 febbraio 2017

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