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Viaggio in Armenia. Il cimitero militare di Yerablur

di Simone Zoppellaro

Il cimitero militare di Yerablur

Il cimitero militare di Yerablur Foto di Simone Zoppellaro

DA YEREVAN – È una visione dell’inferno, quella che ci si apre davanti al cimitero militare di Yerablur, su di una collina che domina la capitale armena, la cui periferia appare segnata dai grigi blocchi dell’epoca sovietica. Vite precarie e povere, sotto di esso, che si trascinano come possono una accanto all’altra, a guerra appena conclusa, ma sovrastate dalle morte che incombe. Un inferno che tocca il cielo, che sembra quasi voler gridare in una sua lingua muta, spenta al pari del sole color cenere, dopo l’abbondante nevicata della mattina di cui non resta che qualche sparuta traccia.

Centinaia, o forse più (impossibile contarle) queste tombe, a tratti quasi fatiscenti, create in tutta fretta per accogliere i giovani corpi dei soldati morti dal 27 settembre al 9 novembre, nell’ultima guerra del Karabakh. Anche le decine e decine di bandiere armene appaiono spente, nel fumo dell’incenso acceso su tantissime tombe da parenti, amici e compagni d’armi. Alcuni di loro accarezzando le tombe, altri si inginocchiano a toccare la terra fresca di morte. Innumerevoli i fiori che posano su di esse, come le lacrime che segnano, fra sussurri e silenzi, i volti dei vivi che naufragano in questo oceano di morte.

Alcuni operai lavorano a creare nuove tombe per i tanti cadaveri ancora in via di identificazione. Attorno alle tombe, mucchi di terra smottata alti alcuni metri, che altri operai si affrettano a smaltire altrove. Leggo le date di nascita sulle lapidi: ragazzi in maggioranza nati negli anni Novanta, molti anche negli anni Ottanta o Duemila. Ma la data di morte, in questa immensa parte del cimitero, è una sola: questo 2020 che è ormai al tramonto. Ci sono bambini, anziani, donne e uomini, civili e soldati venuti a dire loro addio. I loro visi appaiono scavati come le antiche croci di pietre decorate e fiorite che costellano tutta l’Armenia storica. Modernissime, invece, le armi che li hanno falcidiati: droni di ultima generazione, bombe a grappolo, missili ad alta precisione, ordigni incendiari al fosforo bianco.

In piazza della Repubblica e in tutta la città le bandiere sono a mezz’asta per i tre giorni di lutto nazionale indetti dal governo per commemorare i morti di quest’ultima guerra. Proprio da quella piazza sabato era partito un corteo infinito di auto, pullman e persone a piedi, guidato dal premier Nikol Pashinyan, per recarsi a prestare loro omaggio in quel cimitero. Il traffico è paralizzato, ci serve tantissimo tempo per raggiungerlo. La città dei vivi, in questi giorni, è dominata da quella dei morti, in continua espansione. Trascorriamo due pomeriggi, sabato e domenica, in questo cimitero, partendo e tornando dai nostri incontri.

Le celebrazioni di sabato, data la presenza del premier armeno, assumono (ma solo in minima parte) una connotazione politica. Tanti i suoi supporter, che raccontano di come l’Armenia degli ultimi due anni, dopo la Rivoluzione di Velluto, avesse voltato le spalle alla corruzione e al malaffare. Altri, ma sono una minoranza in questo luogo, lo chiamano invece un traditore della patria, accusandolo di aver firmato una resa forse inevitabile. Altrove, di fronte al Teatro dell’Opera, ci racconta un’amica, si tiene una imponente manifestazione anti-governativa voluta dalle forze dell’opposizione. Ma in questi giorni almeno, contano assai di più i morti dei vivi, mentre l’odore dell’incenso ci resta addosso, sui vestiti e sui capelli, tutto il giorno e la sera.

Il cimitero, consacrato ad accogliere i caduti della prima guerra del Karabakh, conclusa nel 1994, ha conosciuto un’impressionante quanto inattesa espansione in questo autunno. Quanti altri morti potrà accogliere questo colle, quante altre guerre, non posso fare a meno di pensare. Quanti altri cadaveri potranno trovare posto nelle coscienze e nel cuore della gente, da un lato e dall’altro di questa guerra assurda e orribile, le cui distese di morti avanzano ogni anno; questo, mentre in Nagorno-Karabakh, ancora una volta, una pulizia etnica cancella le vite dei superstiti.

Nuovi traumi si aggiungono ad altri, secolari o recenti, mentre si procede ancora una volta, in troppi casi, a un’amnesia del dolore degli altri, dei lutti degli altri. La riconciliazione, in questo nuovo dopoguerra, non è mai stata così lontana, come ci spiega la giornalista e pacifista azerbaigiana Arzu Geybullayeva, che incontriamo su Zoom. Nessuno, in Armenia, si attendeva una guerra così lunga feroce, costata migliaia di morti che non si finirà presto di contare e identificare.

Incontriamo Karen Mirzoyan e sua moglie nella loro nuova abitazione nella periferia della capitale, dopo essere dovuti fuggire da Stepanakert, dove vivevano fino allo scoppio della guerra. Hanno da poco perso loro figlio Aren, che aveva 18 anni e si apprestava a iniziare il primo anno di fisica all’università. Non una parola di odio o di rancore, in loro. Solo fastidio per chi, fra i politici, parla di loro figlio come un eroe. Amava la chitarra, come la madre ci mostra in un video che lo ritrae, accarezzando qualche secondo con un dito lo schermo del suo smartphone. Di rado, nella mia vita, ho visto più dolore tutto compresso insieme, espresso con una dignità ammirevole. Karen, che cita Pirandello e Borges e ama il Milan, avrebbe voluto una vita normale per suo figlio, ci dice, come l’ha qualsiasi ragazzo in Europa.

Ma non tutti hanno il coraggio e la nobiltà di Karen. Altrove a Yerevan dominano l’odio e le fronti stravolte. Ma anche il fosco richiamo della terra, come la sirena del sangue, appaiono smorzati in città. La politica, in fondo, è solo una lingua dei vivi, che pure chiudono occhi e labbra quando si accostano a quelle lapidi. I morti, invece, tacciono ormai per sempre, sotto le bandiere.

Oggi la città è tutta loro.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

22 dicembre 2020

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