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Vincere sulla guerra

di Giovanna Grenga

Ottavo mese di guerra. Entriamo nella notte alla frontiera di Medika. Il viaggio dall’Italia è stato lungo. Non ci sono più file di persone in entrata e in uscita come nelle ore di luce. È quasi la mezzanotte del 24 ottobre 2022, solo una famiglia di rom si muove in questa terra di nessuno, prima del controllo passaporti alla frontiera polacca cui segue la frontiera ucraina. Tanti invece i camion sulla strada asfaltata, che corre parallela al sentiero pedonale, vuoti all’uscita, pieni di merci all’ingresso in Ucraina. Il controllo è veloce; i nostri documenti hanno codici che si verificano elettronicamente. In Ucraina una giovane donna con una camicia grigio-verde svolge i compiti dei doganieri dell’altra frontiera. Pochi mesi prima, quando venimmo ad accogliere famiglie ucraine, erano tante le postazioni delle associazioni umanitarie che assistevano i profughi. Alcune con indicazioni in ebraico, presidi di assistenza per gli ebrei che abbandonavano l’Ucraina. Molti erano i padiglioni di soccorso sanitario, e poi Oim, Unhcr, Unicef. Frequente allora la distribuzione di acqua e cibo. Tutto questo non c’è più. I muri metallici dopo la frontiera polacca diventano sempre più alti, 4 o 5 metri. Siamo chiusi in un sentiero definito ai due lati da reti. Il pensiero va a luoghi analoghi ma ogni paragone ci sembra inadeguato in questa data e in questo luogo.

Dopo le operazioni di controllo ci dirigiamo verso due pullman di dodici posti ciascuno che ci porteranno al seminario greco-cattolico di Leopoli dove ci riuniremo, volontari di varie associazioni, e sindaci di città italiane, coordinati dal Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, per incontrare sindaci ucraini e stringere con loro patti di collaborazione tra comuni. Ad aspettarci c’è anche Padre Ihor, rettore del seminario greco-cattolico, che ha studiato, fra tante altre università, anche in Gregoriana. Il suo italiano è fluente, lui è colto, affabile; alla sapienza del maestro, ai modi del cerimoniere unisce la semplicità del pastore. Ci accoglie e si informa di ciascuno di noi, si entusiasma nell’apprendere alcune notizie che ci riguardano. Mi rivolge domande puntuali. Arriviamo al seminario costruito nei primi anni del nuovo millennio e benedetto da papa Giovanni Paolo II che amava l’Ucraina e più volte l’aveva attraversata in pellegrinaggio. Tra noi c’è chi lo ha seguito in quei viaggi e ricorda come avesse una profonda conoscenza delle icone. E icone ne troveremo, mirabili, nel seminario e nelle poche chiese che avremo modo di visitare. Ho con me il saggio sull’icona di Pavel Florenskij; quelle pagine la sera mi portano fuori dai racconti di dolore degli amici ucraini e consentono di entrare in sintonia con la bellezza alle pareti di questo luogo consacrato. Siamo alloggiati in alcune stanze nell’ala del seminario in cui vivono anche i giovani seminaristi. Altri edifici di questa cittadella ospitano i docenti, presbiteri greco-cattolici con le loro famiglie, e una foresteria con sale per convegni ora inattiva. Padre Ihor avrà modo di raccontarci dei bambini e delle famiglie che qui vivono e di come sia prezioso l’impegno femminile per la gestione di tanti aspetti della vita comunitaria e familiare nel seminario.

Quando cominciamo gli incontri di lavoro nella sala delle conferenze apprendiamo dati devastanti: un quinto del territorio nazionale è stato occupato, piccole città hanno accolto profughi in misura pari o superiore alla popolazione residente. C’è solidarietà verso i rifugiati interni, donatori da tutto il mondo sono arrivati in Ucraina, molte le organizzazioni italiane. Le difficoltà per dare occupazione, alloggio e sostentamento nel lungo periodo ai profughi interni si appianano oppure si esasperano. La richiesta rivolta ai sindaci italiani è proiettata al “dopo”. Dopo otto mesi di guerra, grati del sostegno dai paesi europei, i sindaci ucraini chiedono di parlare, di raccontare le difficoltà che durano così a lungo, di esprimere le proprie speranze. Perché la pace in Ucraina potrà esserci, dice un giovane, solo quando vinceremo. Vincere sulla guerra, perché senza la nostra vittoria il futuro è segnato. Lo scenario è già tracciato da quanto gli ucraini hanno subito: deportazioni, annullamento della lingua, indottrinamento dei bambini, divisione delle famiglie, oppressione della fede, negazionismo storiografico.

Le discussioni si svolgono sotto l’icona della Santissima Trinità nella grande sala anfiteatro; “un modello alto di dialogo”, dice qualcuno dei presenti, come a dire ognuno qui deve dare il meglio di sé. Non possiamo fermare la guerra, è vero, ma neanche stare fermi senza fare avanzare la pace e quindi vincere sulla guerra; dare il meglio di sé per l’indipendenza degli ucraini.

E questo provano a fare i sindaci indagando insieme possibilità di collaborazione, stringersi in patti. Non saranno gemellaggi fra città, la geniale intuizione del sindaco siciliano di Firenze, Giorgio La Pira, qui evocata. Fu lui il primo, nell’Europa del dopoguerra, a immaginare i gemellaggi fra le città d’Europa. Qui a Leopoli, i sindaci di piccoli e grandi comuni, di pianura o del remoto entroterra appenninico, vogliono stringere “patti di collaborazione per azioni non violente fondati sulla condivisione di risorse e responsabilità nella soluzione di problemi riguardanti le prospettive di comunità”.

Un giovane interprete ucraino prova volenterosamente a mediare le nostre conversazioni. C’è un lessico della società civile che non sembra avere termini paralleli. Patti civici, volontariato sociale, reti di società civile, amministrazione condivisa, beni comuni…La mediazione linguistica sembra più agevole per i giovani presbiteri che hanno studiato nelle facoltà pontificie in Italia, come pure per una donna ucraina che ha vissuto a lungo in Italia e generosamente sarà l’interprete delle plenarie. Diventa possibile rendere in lingua russa o ucraina il nuovo linguaggio della collaborazione dal basso che siamo venuti a proporre. Emergono solide proposte per il turismo medico termale, artigianato, agricoltura, ricostruzione, progettazione dei territori, strumenti di vigilanza e allerta precoce contro la corruzione. Elaboriamo con immediatezza proposte e risoluzioni perché i sindaci devono tornare nelle loro città prima del coprifuoco. E tra le visioni di futuro, che veniamo a pattuire insieme, c’è quella del percorso memoriale. Non è facile presentare agli amici ucraini una proposta anticipatrice di riconciliazione, di riparazione, di compensazione. È un percorso doloroso da prefigurare, ce ne rendiamo conto. Ma in quelle ore a Leopoli arrivano forse doni dello Spirito. La proposta identitaria di non parlare russo in questa riunione si scioglie man mano: chi ha necessità di esprimersi in lingua russa, perché questa è la sua madre lingua, come chi desidera esprimersi in lingua ucraina lo farà liberamente. Ciascuno parlerà le lingue che desidera parlare. E l’Europa delle lingue, il plurilinguismo che rispetta lingue e culture. Nell’Unione Europea festeggiamo dal 2001 la Giornata europea delle lingue, il 26 settembre di ogni anno per richiamare l'attenzione sulla ricca diversità linguistica e culturale dell'Europa, che deve essere mantenuta e incoraggiata. E infine, dopo un non facile ragionare e dibattere, chi aderisce ai patti di Leopoli accetta di celebrare la Giornata europea dei giusti, approvata dal Parlamento europeo nel 2012, e le celebrazioni memoriali del 6 marzo. Sarà scritto nel punto 5 del documento firmato dai sindaci. I partecipanti italiani avevano ricevuto una nota interna, unanimemente accolta, in cui si richiamava la legge istitutiva della Giornata dei Giusti dell’umanità e il ruolo memoriale e di educazione civile attraverso i Giardini dei Giusti promossi dalla Fondazione Gariwo. Padre Ihor ci informa che per poche ore sarà possibile lasciare il luogo dove siamo riuniti; non essendoci allarme ci allontaniamo dal seminario, gli stessi due automezzi ci portano nel centro di Leopoli. È già il tramonto, le vie sono quasi al buio. L’elettricità è razionata. Possiamo intuire la bellezza di questa città; le finestre delle chiese sono murate, i monumenti coperti da materiali resistenti. Ci sono ragazzi impegnati in danze e canti al centro di un’area pedonale. Quanta voglia di vivere in questa città che stupisce. Incontriamo un volontario degli alpini; è in servizio da molti mesi in Ucraina e per ragioni di sicurezza con base a Leopoli. Ci chiede di non fotografarlo ma ci mostra il cartello distintivo che porta appeso al collo e i riferimenti. Ci racconta del suo impegno, anche con associazioni specializzate di volontariato internazionale, a far evacuare appena fu possibile, purtroppo non subito, i bambini disabili negli istituti per l’infanzia, e gli internati nei manicomi. E poi ci dice che non potrà mai dirci del male, della violenza fatta ai bambini. E non riesce a continuare. Certamente allude alle deportazioni, alla violenza a cui i bambini hanno assistito, forse a molto altro ma nessuno di noi ha il coraggio di chiedere. Ci guardiamo negli occhi, come un abbraccio e lui dice: “Devo andare, questa notte sono in servizio”.

Sull’autobus che ci riporta in Polonia alle prime luci del mattino, vediamo la campagna, piccoli borghi, cittadine termali, boschi fitti, profondi, integri. Arriviamo alla frontiera e si è fatto giorno; una fila interminabile di donne, solo donne, giovani e anziane, qualche uomo anziano. Noi formiamo una fila parallela perché mentre loro entrano dalla frontiera fra l’Ucraina e l’Europa, noi useremo il corridoio di ingresso in Polonia per i cittadini europei. Siamo uno sparuto gruppo di uomini e donne di tutte le età, infagottati, con le valige, loro pure nell’altra fila infagottate, lavoratrici frontaliere che vivono di quella provvisoria economia di guerra, di viaggi quotidiani. L’unica famiglia incontrata nella notte del nostro arrivo era stata una famiglia di rom. Vagavano alla ricerca di cibo lasciato da chi passa di qui durante il giorno, di qualche indumento forse dimenticato, bambini e donne, giovani e anziane. Ancora una famiglia di rom al ritorno: una giovane romnì, vestita accuratamente, con due bambini sorridenti, con abiti caldi che aspettavano nei locali interni della dogana. La donna non aveva potuto seguire il marito appena entrato in Polonia con gli altri figli perché la documentazione di due dei loro bambini era inadeguata. Siamo passati tutti davanti a loro con le nostre valige, abbiamo cercato di capire, abbiamo scambiato parole. Come nella guerra di Jugoslavia anche adesso mancano i documenti e non è più possibile ricostituire i nuclei familiari, soprattutto dei rom. I funzionari devono far passare gli europei, sanno che perderemmo il nostro volo da Cracovia, e sospendono la pratica di ricerca, attraverso le anagrafi informatiche per consentire, lo abbiamo tutti sperato, a questa donna e ai suoi due bambini di riunirsi alla famiglia.

Finirà tutto questo quando vinceremo sulla guerra. È così. Verità e giustizia devono darsi la mano.

Foto d’archivio del Movimento Europeo di Azione nonviolenta (MEAN)

Giovanna Grenga

Analisi di

7 novembre 2022

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