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Volti, incontri e ricordi nei vent’anni del Giardino dei Giusti

di Martina Landi

Vent’anni fa, il 24 gennaio 2003, sulla seconda balza del Monte Stella nasceva il Giardino dei Giusti di tutto il mondo. In quella data, la proposta del presidente di Gariwo Gabriele Nissim ha trovato l’adesione del sindaco di Milano Gabriele Albertini, del presidente del Consiglio comunale Giovanni Marra e di Emanuele Fiano in rappresentanza dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Si è deciso, così, di riservare un luogo simbolico della città alla memoria delle figure esemplari di resistenza morale di ogni parte della Terra, donne e uomini che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’Uomo, testimoniato a favore della verità contro ogni negazionismo. Un luogo che oggi, anche grazie all’impegno e al sostegno del Comune di Milano, parte insieme alla Fondazione Gariwo e all’UCEI dell’Associazione per il Giardino dei Giusti, è diventato uno dei simboli più vivi e sentiti della memoria della città.

Dai primi alberi dedicati a Moshe Bejski per i Giusti della Shoah, Pietro Kuciukian per i Giusti per gli armeni, Svetlana Broz per i Giusti contro la pulizia etnica nei Balcani, il Giardino oggi ricorda 80 figure esemplari del passato e del presente. Storie che, come dice Liliana Segre, cara amica del Giardino, insegnano la scelta, e dimostrano che ogni essere umano ha la possibilità di diventare un argine nei confronti dell’odio, delle violenze e delle ingiustizie. Storie che sono anche un mosaico di voci, volti, incontri e ricordi di questi venti anni di vita del Giardino.

Ogni anno sono migliaia gli studenti che visitano il Giardino grazie all’impegno delle guide turistiche ormai affezionate a questo luogo, e dopo i lavori del 2019 la bellezza del Giardino in tutte le stagioni, i laboratori, i concerti e le attività che ospita hanno attirato sempre più cittadini e turisti.
Il Giardino è anche diventato simbolo di incontro e di confronto sui temi dell’oggi, come la lotta per l’ambiente o la libertà di stampa, passando per momenti fondamentali come quando nel novembre 2015, all’indomani dei tragici attentati di Parigi allo Stage de France e al Bataclan, tutta la cittadinanza si è raccolta al Giardino per onorare un Giusto che con il suo esempio aveva resistito al terrore fondamentalista: Khaled al Asaad, il grande archeologo di Palmira che ha sacrificato la vita pur di non lasciare i tesori della città nelle mani dei terroristi che volevano distruggerli - e con essi distruggere l’identità stessa del popolo siriano.

Per i sentieri della Montagnetta hanno camminato testimoni, sopravvissuti ai genocidi del Novecento, Premi Nobel, diplomatici, autorità, studenti e cittadini, scoprendo storie di Bene e di responsabilità personale. Impossibile raccontare in poche righe tutte le figure che sono passate da qui, a partire dai City Angels di Mario Furlan, “Guardiani morali” del Giardino, e dalla straordinaria visita di Denis Mukwege, Premio Nobel per la pace per il suo impegno contro gli stupri di guerra e in difesa dei diritti delle donne.
Negli anni abbiamo ascoltato Pierantonio Costa, console italiano a Kigali che durante il genocidio in Rwanda ha rischiato la vita per salvare la vita dei perseguitati, pronunciare la celebre frase ”Ho solo risposto alla mia coscienza. Quello che va fatto lo si deve fare”, e parlando del terribile genocidio del 1994 ci siamo commossi con le parole di Yolande Mukagasana, sopravvissuta allo sterminio grazie a una donna hutu, Jacqueline Mukansonera, che l’ha nascosta nella sua cucina, sotto un doppio lavello di cemento, e per metterla al sicuro ha corrotto un poliziotto e le ha procurato un documento falso. Yolande ha perso quasi tutta la sua famiglia in quei terribili cento giorni, ma ha lottato per denunciare al mondo quanto accaduto e per costruire un percorso di perdono e riconciliazione.

Il Giardino ha ricordato tanti testimoni del totalitarismo sovietico, come gli scrittori Vasilij Grossman e Aleksandr Solženicyn, autori di opere straordinarie come Vita e destino e Arcipelago Gulag, e ha accolto in loro rappresentanza i figli Fedor Guber, figlio adottivo di Grossman, e Ignat Solženicyn, secondo dei tre figli di Aleksandr. Negli anni, tra gli ospiti di questo luogo ci sono stati anche Ivan Havel, fratello di Vaclav Havel, fondatore di Charta ’77, leader della Rivoluzione di velluto e primo presidente della Repubblica Ceca, e Istvan Bibo, omonimo di un padre che fu coscienza critica dell’Ungheria richiamando le colpe del governo filonazista nella persecuzione ebraica, ministro del governo di Imre Nagy e che fu il solo a non lasciare il Parlamento assediato dai carri armati sovietici nel 1956.

Al Giardino sono da sempre protagonisti i Giusti dei grandi genocidi del Novecento, la Shoah e il genocidio armeno. A ricordarli, tra i cippi e i ciliegi selvatici piantati al Giardino sono stati con noi Kaludka Kiradzhieva, nipote di Dimitar Peshev, vicepresidente del Parlamento bulgaro che nel 1943 riuscì a fermare i treni diretti ad Auschwitz e a salvare tutti i 48mila ebrei del Paese, Don Giovanni Barbareschi, fondatore dell’OSCAR, organizzazione di soccorso cattolica che ha portato in salvo in Svizzera migliaia di ebrei e antifascisti, Klaas Smelik, direttore del Centro Ricerche Etty Hillesum che ha sottolineato il valore del perdono e lo sguardo rivolto verso l’altro dell’autrice dei famosi Diari, Ho Manli, figlia di Ho Feng Shan, Console cinese a Vienna che nel 1938 disobbedì ai propri superiori e concesse agli ebrei i visti per lasciare il Paese e salvarsi, Mordecai Paldiel, per 23 anni a capo del Dipartimento dei Giusti dello Yad Vashem di Gerusalemme, che insieme a noi ha ricordato la storia del Giusto diplomatico portoghese Aristides de Sousa Mendes.
Il Console onorario d’Armenia Pietro Kuciukian ci ha guidati negli anni alla scoperta di tanti “disobbedienti” che non hanno aderito agli ordini di sterminio impartiti dal governo dei Giovani Turchi, e che hanno testimoniato e testimoniano a rischio della vita e della sicurezza il dramma del Metz Yeghern. Con lui abbiamo incontrato Rakel Dink, moglie del giornalista Hrant Dink, ucciso a Istanbul per aver difeso la memoria del genocidio armeno, o Mischa Wegner, figlio dello scrittore tedesco Armin Wegner, autore delle prime immagini delle deportazioni di armeni nel deserto della Mesopotamia, la famiglia dell’Ambasciatore americano Henry Morgenthau, che ha raccolto fondi per gli orfani armeni e denunciato il Metz Yeghern, o ancora la scrittrice turca Pinar Selek, torturata e condannata all’esilio nel 2009 per aver difeso la minoranza curda e la verità sul genocidio armeno.

Negli anni il Giardino è diventato un luogo per riflettere non solo sui crimini del passato, ma anche sulle sfide e le crisi del tempo presente. Abbiamo parlato di mafia con Caterina e Giovanni Chinnici, figli del magistrato Rocco Chinnici, e con Giovanni Impastato, fratello di Peppino e figlio di Felicia, una madre straordinaria che non si è mai arresa nella lotta per la giustizia. E poi del dramma dei migranti, con i testimoni dei salvataggi da Lampedusa e Lesbo, Costantino Baratta e Daphne Vloumidi. O ancora della battaglia contro il terrorismo islamico che nel 2015 ha più che mai insanguinato il mondo, e che ha tuttavia visto emergere figure come Lassana Bathily, il giovane del Mali che ha salvato i clienti dell’Hyper Cacher di Parigi durante l’attentato del 9 gennaio, e Hamadi ben Abdesslem, la guida che al Museo del Bardo di Tunisi ha salvato decine di turisti.

Negli ultimi anni, abbiamo parlato del dramma degli uiguri in Cina, con il presidente del World Uyghur Congress Dolkun Isa, del genocidio yazida, della libertà di espressione in Russia con Vera Politkovskaja, figlia di Anna Politkovskaja, la giornalista di Novaja Gazeta uccisa a Moca per aver denunciato gli orrori della guerra in Cecenia e con le giornaliste Zoja Svetova e Galina Timchenko, all’indomani dell’invasione russa in Ucraina del febbraio 2022.
E durante i mesi più bui della pandemia, abbiamo accolto al Giardino Luca Urbani, figlio di Carlo Urbani, lo straordinario medico che nel 2003 per primo identificò la SARS e rese pubblico il pericolo, realizzando un protocollo di sicurezza - che abbiamo imparato a usare tutti durante l’emergenza Covid - e pagando con la sua stessa vita il suo impegno verso i malati, morendo proprio a causa del virus che aveva scoperto.

E ancora Claire Ly, sopravvissuta al genocidio cambogiano, Cecilia de Vincenti, figlia della fondatrice della Madres de Plaza de Mayo Azucena Villaflor, Giselle El Kazzi, vedova del giornalista libanese Samir Kassir, Sello Hatang, presidente della Fondazione Nelson Mandela, per ricordare con noi il gigante della lotta contro l’apartheid in Sudafrica.

Da questo luogo e da queste attività è nata una ricorrenza importante, la Giornata europea dei Giusti del 6 Marzo, istituita nel maggio 2012 dal Parlamento europeo e diventata solennità civile in Italia nel 2017. Ma sono nati anche progetti e sinergie con le più importanti istituzioni nazionali e internazionali, dalle Forze Armate alla Fondazione Auschiwtz.

Ieri come oggi, il “segreto” degli uomini giusti si trova nelle storie di chi salva vite, denuncia i genocidi di fronte ai negazionismi, promuove il dialogo tra popoli sfidando arresti e minacce, agisce affinché i primi segni del male non si traducano in nuovi stermini. Figure che oggi sono ricordate nei Giardini dei Giusti, che sull’esempio di quello di Milano sono sorti in tante città in Italia, in Europa, nel mondo dando vita a un vero e proprio movimento culturale ispirato al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano.

Per questo importante anniversario abbiamo pensato a un ricco programma di iniziative che accompagnerà tutto il 2023. Una fra tutte, la mostra sul Giardino che si terrà tra febbraio e marzo nella prestigiosa cornice del Memoriale della Shoah di Milano. Per raccontare questi vent’anni alla città e agli studenti, attraverso le storie che hanno reso il Giardino un luogo del “bene possibile”.

Martina Landi, Responsabile coordinamento Gariwo

Analisi di

16 gennaio 2023

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