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Willy Brandt a Varsavia, un gesto che segnò la storia

di Simone Zoppellaro

DA STOCCARDA - “Posto di fronte all'abisso della storia tedesca e al peso dei milioni di persone che furono uccise, ho fatto quello che noi uomini facciamo quando le parole ci mancano”, così scriveva il cancelliere tedesco occidentale Willy Brandt nelle sue memorie, ricordando quello storico gesto.

Cinquant’anni sono trascorsi da quel 7 dicembre del 1970 quando Brandt, in visita a Varsavia, si inginocchiò di fronte al monumento dedicato ai resistenti del ghetto di Varsavia. Un gesto, come ricordava lo stesso cancelliere, che non era affatto premeditato: “I miei più stretti collaboratori non erano meno sorpresi dei giornalisti e dei fotografi che erano in piedi accanto a me”. Un gesto destinato a fare la storia. Un uomo, come scriveva all’epoca Hermann Schreiber sullo Spiegel, che pur non essendo religioso scelse una simbologia cristiana per parlare, con tutta la forza di quei secondi trascorsi in silenzio, al mondo; che “confessa una colpa di cui non è responsabile e chiede un perdono di cui lui stesso non ha bisogno. Quindi si inginocchia lì per la Germania”.

Il cancelliere, che portava il nome di nascita di Herbert Ernst Karl Frahm, dopo la guerra aveva fatto suo ufficialmente lo pseudonimo di Willy Brandt che aveva adottato quando nel 1933, anno della presa del potere di Hitler, aveva lasciato la Germania per la Norvegia in ragione della sua dissidenza politica. Il primo cancelliere socialdemocratico del secondo dopoguerra tedesco, quel giorno, non chiedeva dunque perdono per se stesso, non avendo collaborato in alcun modo al regime criminale hitleriano. Con un’assunzione di colpa a nome dell’intera nazione che rappresentava, e scegliendo in modo consapevole di farsi bersaglio di attacchi e critiche, Willy Brandt guardava alla memoria, alla riconciliazione e al futuro insieme, anticipando i suoi cittadini in una presa di coscienza che, nel 1970, era ancora tutta a venire.

Secondo un sondaggio realizzato subito dopo dallo Spiegel, appena il 41% degli intervistati riteneva il suo gesto appropriato, mentre il 48% lo riteneva esagerato e fuori luogo. Poco più di un anno dopo, quel gesto fu usato contro di lui in un voto sfiducia che non passò per solo due voti. Non solo: tante furono le critiche anche per la firma di Brandt, fatta sempre durante quel viaggio, al Trattato di Varsavia, con il quale la Germania abbandonava ogni rivendicazione territoriale nei confronti della Polonia, riconoscendone i confini. L’ammirazione destata all’estero verso quel gesto, che lo portò a ricevere il premio Nobel per la pace nel 1971, non corrispondeva certo a un unanime apprezzamento domestico. La destra gli rimproverava sia la sua Ostpolitik, la politica di distensione nei confronti dell’Est comunista, mentre la sinistra lo accusava di essere troppo vicino agli USA.

Soprattutto, pesavano ancora, all’epoca, tantissime resistenze, omertà e complicità nei confronti del passato nazista. Una reale presa di coscienza a livello popolare e diffuso nei confronti della Shoah, come scriveva il filosofo Günther Anders, era allora ancora tutta da costruire. Gli stessi Lager su suolo tedesco, come mi hanno raccontato in molti qui in Germania, non solo non erano in molti casi visitabili: non entravano neppure nei discorsi di coloro che erano nati e vissuti a poche centinaia di metri da questi luoghi di morte e orrore. La svolta saranno gli anni Ottanta e Novanta, quando la responsabilità tedesca, forte di una nuova generazione, si farà diffusa e radicata.

Willy Brandt avrebbe potuto evitare, come fanno molti politici privi della sua visione e del suo coraggio, di insistere su un tema delicato come la Shoah, a maggior ragione potendo vantare un passato privo di ombre. Avrebbe potuto guardare ai sondaggi, al suo successo immediato, a eludere attacchi e critiche. L’antisemitismo era ancora assai diffuso, come mi raccontano testimoni dell’epoca, fra molti dei suoi stessi compagni di partito, mentre l’omertà era quasi totale. Non lo fece, eppure. Con quel gesto che andava oltre il suo mero dovere istituzionale, guardando insieme al passato e al futuro, getterà le basi per una Germania diversa, capace finalmente di non distogliere lo sguardo dalle sue responsabilità nei confronti dell’Olocausto, senza esitazioni e sconti.

Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di politici come Brandt, che partendo dalla memoria della Shoah, dei genocidi e degli orrori del Novecento, guardino a una responsabilità nei confronti del mondo. Che guardino al nostro futuro.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

10 dicembre 2020

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