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Crisi nello Yemen

In breve

Lo Yemen, uno dei paesi più poveri del mondo arabo, dal 2014 convive con una guerra civile che, secondo Armed Conflict Location & Data Project (ACLED), ha ucciso più di 100.000 yemeniti dall'inizio del conflitto. Oltre 12.000 tra questi sono stati uccisi in attacchi mirati, inclusi 7.500 bambini. Molte città yemenite sono state distrutte dalle bombe. Secondo le Nazioni Unite, se alle morti violente si aggiungono quelle correlate, a dicembre 2020 le vittime del conflitto sarebbero 233 mila.
Il conflitto vede coinvolto il movimento armato Houthi, sostenuto dall’Iran, che controlla la capitale Sanaa e gran parte dello Yemen Nord occidentale, e una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita in sostegno del governo centrale. Nel 2019 le Nazioni Unite hanno dichiarato che sia gli Houthi che il governo hanno commesso crimini di guerra, come uccisioni arbitrarie, stupri, torture e reclutamento di bambini soldato. Genocide Watch ha pubblicato un avviso di emergenza per rischio genocidio ai danni della popolazione locale, vittima di bombardamenti e privata di cibo, acqua e servizi essenziali dalla coalizione a guida saudita.

Passaggio di potere dall'ex presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh, a destra, al neoeletto presidente Abed Rabbu Mansour Hadi il 27 febbraio 2012.

Passaggio di potere dall'ex presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh, a destra, al neoeletto presidente Abed Rabbu Mansour Hadi il 27 febbraio 2012.

Come è iniziata la guerra

La guerra - che ha le sue radici nel fallimento della transizione politica dopo le proteste del 2011 all’interno delle cosiddette Primavere arabe - è iniziata alla fine del 2014, coinvolgendo principalmente il governo yemenita guidato da Abdrabbuh Mansur Hadi e il movimento armato Houthi, insieme ai loro sostenitori e alleati. Entrambe le forze affermano di costituire il governo ufficiale dello Yemen.
Dopo aver preso le redini di Ali Abdullah Saleh nel 2011, al culmine delle proteste contro lo storico dittatore, il neopresidente Hadi si è trovato di fronte una serie di problemi molto complessi che minavano la sicurezza nazionale. Tra questi, i principali erano gli attacchi dei jihadisti, la crescita del movimento separatista nel sud del paese, la fedeltà del personale di sicurezza all’ex presidente, una corruzione endemica, la disoccupazione e l'insicurezza alimentare.

Il movimento Houthi (noto formalmente come Ansar Allah), che sostiene la minoranza sciita dello Yemen e che aveva portato avanti una serie di proteste contro il regime di Saleh durante il decennio precedente, ha approfittato della debolezza del nuovo presidente occupando parte della provincia di Saada e le zone limitrofe.
Disillusi dalla transizione e in preda alla crisi economica, molti yemeniti, anche sunniti, hanno sostenuto gli Houthi e tra la fine del 2014 e l'inizio del 2015 i ribelli hanno gradualmente conquistato la capitale Sanaa. Gli Houthi e le forze di sicurezza fedeli a Saleh - che si pensava avesse appoggiato i suoi ex nemici nel tentativo di riconquistare il potere - hanno quindi tentato di prendere il controllo dell'intero paese, costringendo Hadi a fuggire all'estero nel marzo 2015.

Allarmati dall'ascesa di un gruppo che credevano fosse sostenuto militarmente dal potere regionale sciita Iran, Arabia Saudita e altri otto stati (per lo più arabi sunniti) iniziarono una campagna aerea mirata a sconfiggere gli Houthi, porre fine all'influenza iraniana nello Yemen e ripristinare il governo di Hadi. La coalizione ha ricevuto supporto logistico e di intelligence da Stati Uniti, Regno Unito e Francia.

Emirati Arabi Uniti e forze saudite sono in una coalizione contro i ribelli Houthi.Houthi manifestano contro gli attacchi aerei a guida saudita sullo Yemen, a Sanaa il 1 aprile 2015.
Una guardia siede sulle macerie della casa di un comandante dell'esercito fedele agli Houthi, dopo che i raid aerei l'hanno distrutta a Sanaa.

L’evoluzione

I funzionari sauditi prevedevano che nello Yemen ci sarebbe stato un conflitto lampo che sarebbe durato al massimo qualche settimana. Le truppe di terra della coalizione sono sbarcate nella città portuale meridionale di Aden nell'agosto 2015 e in alcuni mesi hanno contribuito a cacciare gli Houthi da gran parte del sud. Il governo di Hadi si è stabilito temporaneamente ad Aden, da dove fatica a controllare il paese e il presidente continua risiedere in Arabia Saudita.
Gli Houthi continuano a controllare Sanaa e lo Yemen nordoccidentale. Tengono sotto assedio anche la terza città del Paese, Taiz, e lanciano regolari attacchi verso l’Arabia Saudita con missili balistici e droni. Nel settembre del 2019 sono stati colpiti i giacimenti petroliferi di Abqaiq e Khurais, interrompendo quella che rappresenta il 5% della produzione mondiale di petrolio. Secondo Arabia Saudita e Stati Uniti, gli attacchi sono condotti dalle forze iraniane.

Nel frattempo i militanti di al-Qaeda nella penisola arabica (AQAP) e i rivali dello Stato islamico si sono impadroniti di territori nel sud del paese dove hanno compiuto attacchi mortali, in particolare ad Aden. Con l’obiettivo ufficiale di fermare il contrabbando di armi da parte dell’Iran destinato agli Houti, nel 2017 la coalizione a guida saudita ha rafforzato il blocco dello Yemen. Le restrizioni hanno portato a sostanziali aumenti dei prezzi di cibo e carburante, contribuendo a spingere più persone verso l'insicurezza alimentare. Intanto, nel novembre del 2017 i combattenti Houthi hanno lanciato un’operazione per prendere il possesso totale della capitale. Durante i combattimenti un cecchino ha ucciso l’ex presidente Ali Abdullah Saleh.

Molta speranza è stata data ai colloqui di Stoccolma, che si sono tenuti nel dicembre 2018. Gli accordi prevedevano il cessate il fuoco sulla strategica città marittima di Hudaydah, dal cui porto sul Mar Rosso giungono i sostentamenti per i due terzi della popolazione yemenita. Gli accordi sono precari e l’ONU ha avvertito che la distruzione del porto comporterebbe la morte di centinaia di migliaia di persone alle prese con la carestia.

Nel frattempo gli Emirati Arabi Uniti hanno abbandonato la coalizione, ritirandosi ufficialmente dallo Yemen e, ad agosto 2019, sono scoppiati combattimenti nel sud tra le forze governative sostenute dai sauditi e un movimento separatista meridionale, il Consiglio di transizione meridionale (STC) le cui attività, pare, sono sostenute proprio agli Emirati Arabi Uniti.
Una soluzione del conflitto per vie politiche sembra lontanissima, nonostante gli accordi di Stoccolma promossi dall’ONU. Durante la primavera 2020 l'Arabia Saudita ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale a causa della pandemia da coronavirus, ma gli Houthi lo hanno respinto, chiedendo la revoca dei blocchi aerei e marittimi a Sanaa e Hudaydah.

L’11 gennaio 2021 l'amministrazione Trump ha annunciato che inserirà i ribelli Houthi nella lista delle organizzazioni terroristiche. Diplomatici, membri del Congresso e organizzazioni umanitarie temono che questa azione possa ulteriormente infiammare il conflitto, ribaltare i colloqui di pace delle Nazioni Unite ed esacerbare la crisi umanitaria del paese.

Le sofferenze dei civili

Un rapporto di Mwatana, una delle principali organizzazioni umanitarie yemenite, ha elencato 1.605 casi di detenzioni arbitrarie, 770 casi di sparizione forzata e 344 casi di tortura eseguiti dagli Houthi, dal governo yemenita e dai gruppi armati affiliati da maggio 2016 ad aprile 2020. Entrambi gli schieramenti sono inoltre accusati di aver violentemente attaccato, violentato e torturato lavoratori migranti e richiedenti asilo provenienti del Corno d'Africa. La situazione è peggiorata con la diffusione della pandemia: sia i leader del governo che quelli degli Houthi accusano i migranti africani di essere portatori di colera e di COVID-19.

Intanto venti milioni di yemeniti non hanno accesso regolare a pasti nutrienti, di questi dieci milioni sono sull'orlo della fame. Oltre due milioni di bambini hanno bisogno di cure per malattie gravi legate alla malnutrizione. Lo Yemen sta vivendo la più grande epidemia di colera del mondo.
Il sistema sanitario in Yemen è praticamente distrutto e gli ospedali allontanano i pazienti per mancanza di forniture di base. Sulla base delle proiezioni epidemiologiche, i funzionari delle Nazioni Unite temono che il coronavirus possa colpire quasi 16 milioni di persone nello Yemen, il 55 per cento della popolazione, mentre è impossibile avere dati certi.

Le organizzazioni umanitarie avevano accolto positivamente il cessate il fuoco unilaterale dell’Arabia Saudita in seguito all'appello del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Tuttavia le ostilità continuano.

The Economist, 8 dicembre 2017

The Economist, 8 dicembre 2017

Upfront, 28 gennaio 2019

Upfront, 28 gennaio 2019

L'Espresso, 22 settembre 2019

L'Espresso, 22 settembre 2019

L’appello di Amnesty International: fermare il flusso di armi

Secondo Amnesty International, costose campagne di pubbliche relazioni e sapienti azioni diplomatiche da parte dell’Arabia Saudita hanno nascosto negli ultimi anni gli abusi principali subiti dalla popolazione yemenita. Per l’organizzazione internazionale, interrompere la fornitura di armi è l’unica azione efficace per fermare le violazioni dei diritti umani nello Yemen.

Paesi come Germania, Belgio Paesi Bassi e Norvegia hanno iniziato a limitare le vendite di armi alla coalizione. Altri, come Stati Uniti, Regno Unito, Spagna e Canada, continuano a fornire armi.

Frammento di una bomba prodotta in Italia dalla società RWM Italia (A4447 è la sigla di produzione della RWM), utilizzata in Yemen in un raid che ha ucciso almeno 6 persone, di cui 4 minori.

Frammento di una bomba prodotta in Italia dalla società RWM Italia (A4447 è la sigla di produzione della RWM), utilizzata in Yemen in un raid che ha ucciso almeno 6 persone, di cui 4 minori.

9 luglio 2019: manifestazione a Montecitorio contro la vendita di armi italiane alla coalizione saudita.

9 luglio 2019: manifestazione a Montecitorio contro la vendita di armi italiane alla coalizione saudita.

Le armi italiane

Secondo Osservatorio Diritti da gennaio a giugno 2020 il governo italiano ha inviato pistole e fucili semiautomatici per un valore di 5,3 milioni di euro; nello stesso periodo gli Emirati Arabi Uniti hanno ricevuto armi dall’Italia per un valore di 11 milioni di euro. Eppure nel luglio 2019 la Camera dei deputati aveva approvato una mozione che impegnava il governo italiano a sospendere per 18 mesi l’esportazione di bombe aeree e missili verso questi due stati.
Il 22 dicembre 2020 la Camera ha votato una risoluzione che impegna il governo italiano a mantenere la sospensione anche oltre la scadenza dei 18 mesi e “a valutare la possibilità di estendere tale sospensione anche ad altre tipologie di armamenti fino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace”.

Accogliendo l’invito del Parlamento e gli appelli dal mondo dell’associazionismo, il 29 gennaio 2021 il Governo Conte ha deciso di revocare le autorizzazioni in corso per l’esportazione di missili e bombe d’aereo verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Secondo Oxfam l’Italia può giocare un ruolo cruciale: “attraverso un maggiore impegno sia diplomatico che umanitario, sostenendo inoltre l’apertura di indagini efficaci e indipendenti sulle violazioni e sui crimini commessi in Yemen dalle parti in conflitto”.

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