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Genocidio Cambogia

In breve

Il genocidio in Cambogia, consumatosi fra il 1975 e il 1978, si colloca storicamente nel contesto della fine della guerra nel Vietnam e dell’allontanamento degli Stati Uniti sia dai loro alleati sud vietnamiti sia dal governo “amico” di Lon Nol in Cambogia. Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi guidati da Pol Pot entrarono nella capitale Phnom Penh, dando il via a un regime di stampo comunista e a un processo di epurazione che causerà oltre 1.500.000 morti. Gli autori materiali di tale sterminio sono una massa di giovani, per lo più di provenienza contadina, manovrati da una ristrettissima élite composta da dirigenti politici di formazione stalinista.

Un genocidio “culturale”

L’abbandono del territorio da parte americana apre lo spazio per il sopravvento delle forze comuniste sia in Vietnam che in Cambogia, dove i guerriglieri Khmer sostenuti dai loro alleati Viet Cong rovesciano in pochi giorni il governo di Lon Nol e conquistano Phnom Penh. Da qui pensano di iniziare, per estenderla a tutta la Cambogia, la realizzazione dei loro ideali comunisti, favoriti, almeno in parte, da una situazione di forte malcontento popolare per il degrado sociale ed economico causato dal vecchio regime. In un clima di forte polarizzazione fra “capitalisti amici degli americani” e “comunisti difensori dei proletari”, i vincitori hanno buon gioco a catalogare l’intera società secondo parametri generalizzanti che non tengono alcun conto delle responsabilità individuali.
Da un lato ci sono i “nemici del popolo”: in primo luogo i politici e gli amministratori del precedente regime, gli intellettuali, i liberi professionisti, gli insegnanti e tutti coloro che in un modo o nell’altro esercitavano attività lontane dal lavoro manuale. Dall’altro lato ci sono i contadini, a cui si affida il compito di “costruire la società del futuro”. Questa spartizione fra “buoni” e “cattivi” si basa sul concetto di “nemico oggettivo”, dove il “nemico” non è individuato sulla base delle sue responsabilità personali, ma unicamente sulla base del posto che occupa nella società. Cosa che obbedisce a una logica analoga a quella di chi cataloga gli individui in base all’appartenenza a una razza. La specificità del genocidio attuato in Cambogia, quindi, consiste nel fatto che esso non ha basi etniche ma unicamente basi culturali in senso lato. Per esempio, chi portava gli occhiali o chi aveva le mani troppo pulite era immediatamente ucciso come “nemico del popolo”. Riuscì a salvarsi chi si camuffò da contadino o comunque si deturpò il corpo fino a rendere credibile la sua finzione di appartenere agli strati più umili della popolazione.

I sopravvissuti vennero costretti ai lavori forzati nelle piantagioni di riso o di iuta. Le condizioni di vita erano talmente proibitive che morirono a migliaia nei primi giorni.
Nella pianificazione delle stragi, gli obiettivi da colpire prioritariamente erano in primo luogo i veri o presunti avversari politici. Vennero così colpiti coloro che nel precedente regime avevano occupato posti di responsabilità, gli ufficiali dell'esercito (82,6%), i poliziotti (66,7%) e soprattutto i magistrati, sterminati al 99%. La categoria degli insegnanti venne completamente cancellata. Per quanto riguarda le minoranze, fu eliminato l'84% dei monaci buddisti, il 33,7% dei musulmani Cham, il 48,6% dei cattolici, il 38,4% dei cinesi e il 37,5% dei vietnamiti. 

Pianificazione e inizio delle violenze

La responsabilità e l'attuazione del progetto genocidario vanno attribuite al gruppo dirigente del movimento dei Khmer Rossi costituito dai cosiddetti "Grandi Fratelli", una élite composta da 20-25 individui che agivano in sintonia sulla base di una formazione politica condivisa che si può riassumere in quattro fasi principali: la permanenza in Francia negli anni 50, dove iniziò la loro formazione ideologica; il periodo di opposizione al principe Sihanouk; gli anni trascorsi in clandestinità nella giungla cambogiana, dove si rifugiarono quando furono incriminati di alto tradimento dal governo di Lon Nol per le loro idee comuniste; l'esperienza dei momenti salienti della rivoluzione culturale cinese.

I principali esponenti dei "Grandi Fratelli" furono Pol Pot (il Fratello Numero Uno), Ieng Sary, Son Sen, Hou Youn, Hu Nim, Khieu Samphan e Duch, direttore del tristemente celebre campo S-21, la principale istituzione carceraria della Kampuchea democratica. Gli esecutori materiali vennero reclutati tra i piccoli e medi quadri del Partito comunista, di basso livello culturale, insieme a 60.000 giovanissimi soldati-contadini scelti appositamente perché non "contaminati" dal capitalismo urbano né dal sistema scolastico imperialista.
La pianificazione dello sterminio venne predisposta durante il periodo di clandestinità nella giungla, dove i "Grandi Fratelli" elaborarono una versione del comunismo fondata su una visione di esasperata ostilità allo stile di vita urbano a cui veniva opposto un irrealistico progetto economico basato sull’agricoltura e incentrato sulla coltivazione del riso.
Date le condizioni di isolamento sia fisico che ideologico in cui questa pianificazione avvenne, non si può parlare di un piano dettagliato coerente e lineare, ma le linee di fondo generali risultano chiare, pur nell’aleatorietà di un concetto, quello di “nemico oggettivo”, che di volta in volta sposta l’attenzione da un obiettivo all’altro, a seconda delle analisi politiche che vengono fatte.
L'eliminazione degli elementi legati al vecchio regime, ormai contaminato dal capitalismo, venne giustificata come esigenza di “purificare” la società cambogiana dal “tumore borghese” che si era diffuso al suo interno nel corso degli anni precedenti. La deportazione di centinaia di migliaia di persone dalle città alle campagne rispondeva alla logica della “rieducazione” dei deportati e della loro restituzione ad un ruolo “produttivo” all’interno della nuova società. Anche se non pianificata, era facilmente prevedibile la morte dei deportati, costretti a trasferirsi a tappe forzate nei luoghi loro assegnati e tenuti in stato di denutrizione, quando non in stato di schiavitù e sottoposti a sevizie e torture.

Entità dello sterminio

Le vittime ammontano a un numero stimato tra 1.500.000 e 1.800.000. Considerando che la Cambogia all'epoca contava circa 7.500.000 abitanti, il tasso di mortalità media rilevato tra il 1975 ed il 1978 oscilla tra il 20% e il 29% della popolazione.
I Khmer Rossi, spinti dalla necessità di trovare sempre nuovi "nemici oggettivi", sterminarono la popolazione seguendo il criterio della dicotomia città/campagna e, in subordine, quello temporale, che distingueva tra "nuovi" e "vecchi cittadini". Sommati tra loro, i due criteri produssero un tasso di mortalità pari a circa il 40%, tra gli abitanti delle zone urbane, mentre in quelle rurali la media si attestò attorno al 10%. Molte vittime furono provocate con lo sfollamento della città di Phnom Penh, conquistata dai Khmer Rossi il 17 aprile 1975, i cui abitanti furono costretti a lasciare le loro case nel giro di poche ore.
Complessivamente il regime dei Khmer Rossi fu responsabile dell’uccisione di circa un quarto della popolazione cambogiana in quegli anni, a causa di malnutrizione, assenza di strutture mediche, eccesso di carichi di lavoro e condanne a morte di massa.
Contribuirono a incrementare le cifre dello sterminio la prigione di Tuol Sleng e il campo Choeung Ek. In quest’ultimo luogo di detenzione e tortura sono state scoperte, dopo la caduta del regime, 86 fosse comuni contenenti 8.985 corpi. Si presume che in totale ce ne possano essere fino a 10.000. Tra i morti anche 17.000 ex-prigionieri della prigione di Tuol Sleng. Da lì venivano spediti su camion a Choeung Ek, costretti a scavare da soli la propria fossa e poi uccisi a bastonate o a coltellate (i neonati spesso venivano soppressi sbattendoli violentemente contro gli alberi o infilzandoli con le baionette davanti alle loro madri) da guardie dei Khmer Rossi che in molti casi non avevano più di tredici anni.

Il Tribunale speciale per i Khmer Rossi

I massimi responsabili del genocidio, dopo molti anni, sono stati sottoposti a processo da parte di un tribunale internazionale, il Tribunale speciale per i Khmer Rossi.

Si tratta di un tribunale misto formato da giudici sia cambogiani sia di altre nazionalità, istituito nel 2006 con un accordo tra Cambogia e Nazioni Unite. Le tre condanne a cui si è arrivati dopo 10 anni di lavoro sono per ora le uniche. L’attuale primo ministro Hun Sen si è però opposto a ulteriori processi da parte del Tribunale speciale suggerendo che avrebbero potuto causare una guerra civile, vista la complicata storia del Paese. Oltre a cercare di limitare il numero degli imputati, la Cambogia ha anche negato l’accesso a potenziali testimoni che attualmente ricoprono importanti cariche di governo.

Nuon Chea e Khieu Samphan ascoltano il verdetto della corte

Duch durante il processo

Attualità

Dell’attuale governo (2017) fanno parte anche diversi ex membri dei Khmer Rossi, compreso lo stesso Hun Sen, che vi aderì quando aveva poco più di vent’anni.
Nel 1991, dopo il ritiro delle truppe vietnamite e con gli accordi di Parigi iniziò per la Cambogia una difficile fase di transizione verso la democrazia. Fu creato un Consiglio Nazionale Supremo (CNS), composto dai rappresentanti delle quattro principali forze politiche cambogiane tra cui il Partito popolare cambogiano, PPC, guidato da Hun Sen, l’attuale primo ministro.

Oggi la Cambogia è una terra di vittime, di carnefici e dei loro figli. Vittime e carnefici vivono assieme all’interno di una “cultura di impunità”. Di fatto nella società cambogiana si è verificata una rimozione della tragedia avvenuta, che riguarda sia le vittime che i carnefici.
Questo trova espressione anche nell’assenza del tema del genocidio nei libri di testo per le scuole. Solo nel 2009 una breve storia del periodo dei Khmer Rossi è stata per la prima volta inserita nel programma delle scuole superiori, dopo trent’anni di silenzio.