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Yazidi

In breve

Il 3 agosto 2014 i combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq occupano il Sinjar, regione nel Nord dell’Iraq a meno di 15 chilometri dal confine con la Siria. Inizia così il genocidio yazida: per gli uomini la scelta è fra la morte e la conversione, mentre per le donne non esiste scelta: verranno deportate, violentate, ridotte in schiavitù e vendute.

Ragazze e ragazzi di una scuola religiosa yazida cantano inni e preghiere al tempio di Lalish.
Candele e torce per il capodanno yazida.

Il popolo yazida

Diffusi fra Iraq, Siria, Iran, Turchia, Armenia e Georgia, con una parte crescente di loro in diaspora fra Europa, Australia e Nord America, gli yazidi sono una piccola popolazione che, seppur facente parte per lingua e tradizione della storia e del mondo curdo, ha alcuni tratti specifici che la distinguono. Lo yazidismo è, ancora oggi, una delle comunità religiose meno conosciute e studiate del Medio Oriente, segnata da forti tratti di sincretismo, ovvero da innesti e contaminazioni con altre fedi, in primis quelle abramitiche. Preminente nella storia e nello sviluppo dello yazidismo è la figura di Sheikh Adi, mistico sufi (Baalbek, 1073-1078 – Lalish, 1162-1163) che gli storici indicano come il vero iniziatore di questa religione. I suoi seguaci, partendo dai suoi insegnamenti, connoteranno questa fede in senso sempre più eterodosso (da prospettiva islamica) ed esoterico.

La fede yazida, professata da una minoranza numericamente molto esigua, isolata e chiusa su se stessa, in cui riveste un ruolo fondamentale la trasmissione orale a dispetto di quella scritta, ha suscitato in passato miti e leggende duri a morire che sono ancora alla base dei pregiudizi e delle persecuzioni di questi anni. Gli «adoratori del diavolo», come sono stati chiamati per secoli in Medio Oriente, sono in realtà i seguaci di una religione pacifica, dai forti tratti mistici e popolari insieme, che non ha mai cercato di fare proseliti. Yazidi lo si è soltanto di nascita e per eredità famigliare: sono vietati i matrimoni misti così come ogni forma di conversione. La struttura sociale della comunità yazida presenta un’organizzazione per caste.

A testimonianza di quanto sia pesato su di loro lo stigma di «adoratori del diavolo», con il quale erano e sono tuttora conosciuti, per gli yazidi è proibito pronunciare non soltanto la parola Satana (in arabo e in curdo Shaytan), ma anche ogni termine che a questa si approssimi anche solo da un punto di vista fonetico. Questo è solo uno dei tanti tabù che segnano la vita di un fedele yazida. Fra i più curiosi, quello di tagliare gli alberi, sputare a terra, in acqua o sul fuoco, entrare in una moschea, o ancora mangiare la lattuga, il cavolo o la zucca, vestirsi di blu e sposarsi d’aprile. Cuore mistico e spirituale di questa comunità e il complesso templare di Lalish, dove i fedeli credono che Dio stesso dimori.

Il genocidio

Nelle prime ore del 3 agosto 2014, i combattenti del gruppo terroristico chiamato Stato Islamico dell’Iraq, si riversano fuori dalle loro basi in Siria e in Iraq, e si dirigono rapidamente verso il Sinjar. La regione, situata nel Nord dell’Iraq è, nel suo punto più prossimo, a meno di 15 chilometri dal confine con la Siria. È la sede della maggioranza degli yazidi nel mondo, mentre quella originaria si trova più ad Oriente, sempre nel Kurdistan iracheno, in quella piana di Ninive che rappresenta un luogo di elaborazione culturale e religiosa fondamentale per il Medio Oriente tutto, e non solo.

Per i miliziani di al-Baghdadi, gli yazidi sono una minoranza che, per la sua stessa natura, non merita di vivere, a meno che questi non rinneghino la fede e abbraccino l’islam. Per gli uomini della comunità yazida la scelta è fra la morte e la conversione, mentre per le donne non esiste scelta: verranno deportate, violentate, ridotte in schiavitù e vendute come merce.
Nei vari episodi di cui si compone l’attacco di quei giorni, si stima che 3.100 yazidi perdano la vita, e altri 6.800 – in maggioranza donne e bambini – vengono rapiti.

Questo è il primo genocidio della storia raccontato in presa diretta dai suoi carnefici, che hanno utilizzato Internet per un macabro esercizio di propaganda. Questo è certamente un elemento di novità all’interno di un fenomeno, quello genocidario, che attraversa tutta la storia umana. Una rivendicazione che è avvenuta moltiplicando video, foto e storie delle vittime, ma anche con un’immediata dichiarazione di intenti e una teorizzazione aperta, che non lascia adito ad alcun dubbio su quale sia la natura di quanto avvenuto.

Yazidi in fuga da Sinjar nel 2014.
Le fosse comuni degli Yazidi usccisi dallo Stato Islamico scoperte nel 2015 vicino al villaggio di Sinuni, nell'area nord occidentale di Sinjar.Cerimonia di donne yazide a Shikhan tenuta l'8 marzo 2019 per ricordare le donnne uccise dallo Stato Islamico.

Gli yazidi oggi

Prima del genocidio, nella regione del Sinjar si trovava oltre la metà della popolazione yazida stimata in Iraq, che ammontava a un totale di circa 518.000 persone. Le ultime stime raccontano che oggi vi siano nel Kurdistan iracheno ben 350.000 fra profughi e sfollati yazidi, a fronte di una popolazione totale, assai diminuita, che si aggira attorno alle 420.000 persone. Gli studi rivelano che almeno il 2,5% dell’intera popolazione yazida del Sinjar sia stata rapita o uccisa.
La tragedia ha lasciato questa minoranza sempre più chiusa, divisa e lacerata, anche da un punto di vista politico. Se non mancano fra loro i sostenitori e militanti del PKK e dei curdi siriani – cui tutti riconoscono di essersi battuti con grande eroismo nei giorni del genocidio – così come quelli che preferiscono affidarsi al PDK curdo iracheno o alle forze a maggioranza sciita dell’Hashd al-Shaabi, sono in tanti ad affermare che non c’è futuro per loro in Iraq o in Kurdistan, che l’unica salvezza può arrivare da Occidente, dal dispiegamento di forze internazionali.

Sebbene 100.000 yazidi siano tornati in patria nel Sinjar, mancano ancora di servizi vitali come l'assistenza sanitaria e l'istruzione, e sono decine di migliaia i sopravvissuti che vivono accampati in campi profughi. Nel frattempo, ne rimangono ancora molti di più nei campi, quasi 3.000 donne e ragazze rapite sono ancora disperse e decine di fosse comuni devono ancora essere riesumate.

Il mondo ha guardato con indignazione e ha chiesto che siano intraprese azioni tangibili per porre fine al genocidio. Ma sei anni dopo, la comunità internazionale non è riuscita a mantenere gli impegni presi per proteggere i più vulnerabili, soprattutto donne e bambini", ha detto Nadia Murad, la rappresentante più nota di questa comunità.

Liberty, gennaio/febbraio 2015

Liberty, gennaio/febbraio 2015

The Sunday Times magazine, 23 ottobre 2016

The Sunday Times magazine, 23 ottobre 2016

The Economist - 1843, febbraio/marzo 2017

The Economist - 1843, febbraio/marzo 2017

Nadia Murad

Uno degli episodi più tragici del genocidio yazida investe, il 15 agosto 2014, il villaggio di Kocho, nell’Iraq settentrionale, quando persero la vita 600 persone, in larga parte uomini e anziani, e oltre 1.000 fra donne e bambini furono rapiti e ridotti in schiavitù. Fra loro, anche la giovane Nadia Murad, oggi Nobel per la pace, che finirà per essere abusata e usata come schiava dagli uomini dell’Isis, fino alla fortunosa fuga – avvenuta mesi dopo il suo rapimento, grazie all’aiuto fondamentale di una famiglia araba sunnita che, pur non conoscendola e ponendo a rischio la propria incolumità, decide di prestarle soccorso.

“La comunità internazionale può fare molte cose” ha dichiarato la Murad, “molte delle quali urgenti. Innanzitutto riconoscere il nostro caso come genocidio, da un punto di vista legale, proteggendo questa comunità che oggi sta scomparendo. Aiutarci a ricostruire i nostri villaggi e permetterci di poter vivere in Iraq in sicurezza. Ci sono ancora più di 3.000 ragazze nelle mani dell’Isis, che vanno aiutate, come anche quelle che sono state liberate. Sono molte le cose da fare”.

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