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Genocidio del popolo Rohingya

In breve

Quella dei Rohingya, in Birmania, è la storia di una delle popolazioni più perseguitate al mondo. Originari del Rakhine, territorio della Birmania occidentale al confine con il Bangladesh, sono di religione musulmana, e non sono riconosciuti da alcun Paese. Il casus belli che ha portato agli scontri del 2012 è stato lo stupro e l’uccisione di una giovane donna buddista; l’escalation di violenza che ne è derivata ha portato a morti e dispersi, oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi. Dagli scontri del 2017 con l’esercito birmano è nata invece un’operazione di pulizia etnica, con una conseguente forte ondata migratoria che ha coinvolto tutti i Paesi limitrofi.

L’origine del popolo Rohingya

Le origini di questo popolo, circa 800mila persone si perdono nella storia. Alcune teorie sostengono che questa etnia risieda in Myanmar da secoli, altre che i Rohingya siano giunti nel Paese con la campagna migratoria dell’ultimo secolo. Di certo la loro presenza è attestata nel 1785, anno dell’invasione birmana che uccise migliaia di indigeni, tra cui molti Rohingya. Chi riuscì a salvarsi fuggì nelle zone limitrofe, sotto il controllo britannico, lasciando il territorio quasi disabitato.
La successiva conquista inglese dello Stato dell’Arakan - l’antico nome del Rakhine - incoraggiò gli abitanti delle regioni adiacenti a migrare in quelle fertili terre. Migliaia di Rohingya si stabilirono così dal Bengala - oggi Bangladesh - all’Arakan. Censimenti inglesi del 1891 riportano la presenza di 58.255 musulmani nel territorio, ma il numero arrivò a 178.647 nel 1911, grazie alla necessità di manodopera a basso costo da impiegare nei campi della Compagnia delle Indie Orientali.

Un “popolo senza Stato”

Durante il governo della giunta militare, al potere per quasi mezzo secolo dal 1962, i Rohingya sono stati duramente discriminati, a causa del forte nazionalismo delle autorità, che li definivano individui alieni al Myanmar, “sgradevoli come orchi”. La fine della giunta militare non ha migliorato la situazione per i Rohingya, che ancora oggi vivono nella condizione di “popolo senza Stato”.

La legge sulla cittadinanza del 1982, infatti, non include i Rohingya tra i più di 130 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, rendendoli di fatto immigrati illegali. In mancanza dello status di cittadini, i Rohingya sono vulnerabili e soggetti a discriminazioni. Lo stesso Bangladesh, in cui alcuni di loro si sono rifugiati per sfuggire alle violenze, non riconosce loro la cittadinanza, e anzi ormai non è più in grado di accoglierli.

Essere un Rohingya: violenze e discriminazioni

Essere un Rohingya in Birmania non è semplice. Bisogna ottenere un permesso speciale per sposarsi e viaggiare - anche per cercare lavoro o commerciare, recarsi dal medico o partecipare a un funerale - e in alcune zone le famiglie non possono avere più di due figli. Molti Rohingya sono costretti al lavoro forzato, affrontano arresti arbitrari, confische di beni, tassazione discriminante, violenza fisica e psicologica. Agli studenti Rohingya, inoltre, non è garantito il diritto all’istruzione.

Persino i monaci buddisti hanno un ruolo in questa segregazione: alcuni considerano i Rohingya come una minaccia inquinante per la purezza religiosa buddista, non permettono i matrimoni misti e boicottano i loro negozi, raggiungendo un preoccupante livello d'incitamento all’odio. A farsi portavoce di questa campagna è il Movimento 969 (il cui inno ufficiale contiene frasi come “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto”), guidato da Ashin Wirathu, monaco buddista che ha già scontato 8 anni di carcere per incitamento all’odio ed è stato rilasciato grazie a un’amnistia. Riferendosi ai musulmani, Wirathu ha più volte dichiarato che “Si può essere pieni di gentilezza e amore, ma non si può dormire accanto a un cane rabbioso”.
Queste discriminazioni si sono trasformate in vere e proprie operazioni di pulizia etnica da parte dello Stato dal 2017, con gli scontri tra esercito birmano e estremisti Rohingya nel terrirorio del Rakhine.

Villaggi rohingya incendiati.Un rilievo satellitari di Human Rights Watch che mostra un villaggio distrutto a fine 2016.
Uomini Rohingya catturati nel villaggio di Inn Din prima di essere messi a morte.

Dalle violenze al genocidio

Nel 2012 la questione Rohingya ha catturato l’attenzione internazionale per lo scatenarsi di pesanti scontri e l’inizio di una vera e propria ondata di violenze verso questa minoranza musulmana a seguito dello stupro e uccisione di una giovane donna buddista, Thida Htwe; sono stati più di 600 i morti e migliaia i dispersi, oltre alla distruzione di moltissimi villaggi. Dopo questi avvenimenti la fuga dei Rohingya si è intensificata, raggiungendo un primo apice nel 2015, quando circa 25mila profughi hanno lasciato il Golfo del Bengala, dando il via a una vera e propria emergenza migranti aggravata dall’atteggiamento di chiusura dei Paesi limitrofi.

A seguito di attacchi armati a check point dell’esercito birmano nel Rakhine da parte del Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), i militari hanno intrapreso una sistematica operazione repressiva ai danni dei Rohingya. Stragi, violenze sessuali, incendi sistematici e crimini contro l’umanità.
A partire dall’agosto 2017, oltre 730.000 civili sono stati costretti a scappare in Bangladesh, stabilendosi nei campi profughi alla frontiera. Dopo un accordo bilaterale tra Bangladesh e Myanmar, il rimpatrio dei Rohingya si sarebbe dovuto avviare all’inizio del 2018 ma, a causa delle proteste di diversi gruppi per la difesa dei diritti umani, il Bangladesh ha rimandato di qualche mese.

Tra maggio 2018 e maggio 2019, solo 185 profughi sono stati rimpatriati, di cui appena 31 volontariamente: sebbene le autorità birmane accusino i Rohingya e le organizzazioni musulmane che operano nei campi profughi di aver dissuaso le persone a tornare, sembra che la motivazione del rifiuto di essere rimpatriati in realtà sia che in Myanmar non sono cambiate le condizioni di vita per i Rohingya, con costanti discriminazioni e violenze.

Nel 2018, infatti, le Nazioni Unite hanno definito quanto verificatosi contro i Rohingya un vero e proprio episodio di pulizia etnica, mentre secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani è in atto un vero e proprio genocidio, come appare dall’evidente intenzione delle forze di sicurezza birmane di distruggere, in tutto o in parte, questo gruppo etnico.

Lo sbarco in Bangladesh di profughi Rohingya in fuga dalla Birmania.
Rifugiati Rohingya nel campo di Cox's Bazar, in Bangladesh.Proteste di nazionalisti buddisti contro le Nazioni Unite e il ritorno dei Rohingya in Birmania.

Il ruolo di Aung San Sui kyi

In questa situazione, il Premio Nobel per la pace Aung San Sui kyi, dal 2016 Consigliera di Stato e alla guida del Ministero degli Esteri, ha sempre mantenuto una posizione ambigua sulla questione.
Dopo le violenze del 2012 ha più volte evitato di parlare dei Rohingya nei discorsi ufficiali e nelle interviste, invitando semplicemente a “rispettare la legge e l’ordine” e rifiutandosi spesso anche di utilizzare il termine “Rohingya” - preferendo piuttosto definire i rifugiati come “bengalesi” o “musulmani”.

Dal 2017, nonostante gli appelli di personalità come Desmond Tutu, che ha invitato Aung San Sui kyi a proteggere la minoranza musulmana (“un Paese che non protegge il suo popolo non è un Paese libero”), The Lady, così come la Consigliera è famosa, ha continuato a mostrare un atteggiamento contraddittorio, arrivando anche a revocare alla BBC il permesso di recarsi sui luoghi del conflitto.

La missione indipendente istituita dalle Nazioni Unite nel marzo 2017 – che aveva il compito di fare luce sulle violenze – ha stabilito non solo che sono state commesse violazioni del diritto internazionale, ma anche che la leader birmana Aung San Suu Kyi "non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine".

Tutto questo ha minato la stima internazionale del Premio Nobel per la pace, che ha visto revocarsi nel 2018 il premio “Ambasciatore della coscienza” conferitole nel 2009 da Amnesty International.

Time, 1 luglio 2013

Time, 1 luglio 2013

Outlook, 13 luglio 2015

Outlook, 13 luglio 2015

Newsweek, 8 agosto 2018

Newsweek, 8 agosto 2018

Attualità

Nel dicembre 2019, The Lady è stata chiamata dalla Corte di Giustizia dell’Aja a rispondere delle accuse, rivolte al governo birmano, di genocidio contro i Rohingya - accuse portate all’attenzione della Corte dallo Stato del Gambia, che ha sostenuto in questo caso che esistesse una violazione della Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio.

Nel gennaio 2020, la Corte ha ordinato al Myanmar di proteggere i Rohingya da un genocidio, definendoli “gruppo protetto dalla Convenzione”.

Entità dello sterminio

Il momento più critico della crisi dei Rohingya, che le Nazioni Unite hanno definito pulizia etnica, si è verificato nel 2017, con gli scontri e le violenze da parte dell’esercito birmano. Nel giro di poche settimane circa 730.000 Rohingya sono stai costretti a lasciare le loro case per cercare rifugio nel vicino Bangladesh. Migliaia di loro morirono durante la distruzione dei villaggi perpetrata dai militari e da alcuni gruppi della popolazione.
I quasi 600.000 Rohingya rimasti nello stato del Rakhine sono oggi soggetti a continue violenze e sono confinati in villaggi per sfollati senza accesso ai bisogni primari.

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