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Genocidio Guatemala

In breve

Dopo la conquista dell’indipendenza dalla Spagna nel 1821, il Guatemala era guidato dalla minoranza bianca che deteneva la maggioranza della ricchezza a discapito della popolazione autoctona, povera e priva di diritti. Da questa condizione di disequilibrio economico e sociale scaturirono anni di proteste popolari e ribellioni. Tra il 1960 e il 1996 imperversò una guerra civile in cui si scontrarono gli interessi delle classi agiate urbane, discendenti dai colonizzatori, e quelli dei ceti poveri e dei campesiños di etnia maya, sparsi nei villaggi delle zone rurali. Negli anni ’80 le violenze si intensificarono, fino a culminare nello sterminio della comunità Maya da parte dell’esercito, condotto dal dittatore Efrain Rios Montt.

Pianificazione e inizio delle violenze

Nel 1982, quando l’ex generale Efrain Rios Montt divenne dittatore, il Guatemala viveva da oltre vent’anni una guerra civile e si decise che le comunità indigene sospettate di appoggiare la guerriglia avrebbero dovuto essere, semplicemente, cancellate dalla mappa geografica.
Nel clima di aspra contesa ideologica aperto dalla guerra fredda, l'obiettivo di ergere una diga contro il temuto dilagare del comunismo fu messo al di sopra di ogni rispetto dei diritti umani. I ceti privilegiati erano terrorizzati dall'idea che la rivendicazione di riforme sociali si risolvesse in un attentato al diritto di proprietà. Fu questo il movente dell'elaborazione della "dottrina della sicurezza nazionale", che fornì legittimazione alla violenza indiscriminata dello Stato contro chiunque rivendicasse una maggiore giustizia sociale. Tale dottrina consentì allo Stato di classificare come "oggettivamente comunista" chiunque fosse schierato sul fronte opposto e di renderlo passibile di annientamento. Qualunque forma di opposizione venne individuata come terreno di coltura del "nemico interno". Lo stesso impegno di molti sacerdoti per la difesa dei diritti dei più deboli venne considerato eversivo. Le campagne militari che si risolsero nello sterminio delle comunità Maya stanziate nelle zone rurali furono intraprese in nome della suddetta "dottrina".

Erano frequenti i casi di militari alla ricerca di guerriglieri in paesi precedentemente individuati come covi insurrezionali che, non trovando maschi adulti, rivolgevano la loro violenza contro gli abitanti inermi dei villaggi. Si hanno testimonianze di "esecuzioni" di donne, bambini e anziani, avvenute nel corso di campagne militari condotte indiscriminatamente contro interi paesi.

Entità dello sterminio

L'apice della violenza fu raggiunto fra il 1978 e il 1983. In quell'arco di tempo l'esercito sterminò intere comunità maya nei villaggi più remoti e più poveri della regione centro-occidentale. La stragrande maggioranza delle vittime apparteneva al popolo Maya e abitava nella regione Ixil/Ixcàn, nel dipartimento del Quiché, dove fu eseguito il 90% delle stragi. I luoghi che, fra gli altri, rimangono tristemente famosi sono: Barillas e Nentón (nel dipartimento di Huehuetenango), Plan de Sánchez (Baja Verapaz), San Francisco Javier, Vibitz e Chicamán (dipartimento del Quiché).
Il numero complessivo delle vittime è di circa 200.000, di cui 132.000 solo nel corso dell'operazione "terra bruciata" sotto i governi di Lucas Garcia e di Efrain Rios Montt, fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. A questi morti si deve aggiungere un milione e mezzo di sfollati causati dalla guerra, 150.000 rifugiati in Messico, 50.000 scomparsi.
Le modalità di tali assassini vanno dallo sventramento alla decapitazione e al sotterramento delle vittime ancora vive in fosse comuni. Le donne, prima di essere uccise, venivano quasi sempre stuprate, spesso davanti agli occhi dei figli. Dopo di che, si faceva terra bruciata di quanto rimaneva. Le "operazioni di terra bruciata" nei confronti dei Maya comprendevano la completa distruzione delle loro comunità, case, risorse, mezzi di sussistenza, uso dei loro simboli culturali, istituzioni sociali, economiche e politiche, valori e pratiche culturali e religiose. Ai massacri di massa si accompagnava l'eliminazione di singoli oppositori mediante il sequestro e la tortura che si concludeva con la morte. Questa seconda modalità di assassinio era riservata ai capi sindacali, agli studenti, ai giornalisti democratici e agli intellettuali in genere.

La Commissione per il Chiarimento Storico

Nel 1994, sotto la pressione internazionale e col patrocinio dell'ONU, le parti in lotta si incontrarono a Oslo per concordare una cessazione delle ostilità. In quell'occasione nacque una Commissione per il Chiarimento Storico (CEH), con il mandato di ricostruire l'andamento degli eventi nel corso di quegli anni e di promuovere la riconciliazione sulla base della verità storica.

Dopo un'indagine durata cinque anni, condotta con la cooperazione dei testimoni e col sostegno finanziario delle più importanti istituzioni internazionali, la CEH ha appurato che le stragi furono causate solo marginalmente da azioni militari contro i guerriglieri, ma si connotarono nella grandissima maggioranza dei casi come crimini contro l'umanità, nella fattispecie contro la popolazione Maya. La CEH ha stabilito in 626 gli episodi di massacri di civili inermi da parte delle forze governative.
Sotto il profilo politico, la CEH ha accertato che la responsabilità diretta dei massacri va in primo luogo attribuita ai due capi di governo che si sono succeduti al potere fra il 1978 e il 1983: Romeo Lucas Garcìa e Efrain Rios Montt. L'esecuzione materiale delle stragi fu condotta sotto la supervisione del generale Hector Gramajo, coordinatore e supervisore dei comandanti militari delle operazioni per la zona occidentale (Alta e Baja Verapaces, El Quiché, Huehuetenango e Chimaltenango).
Il lavoro della CEH è stato supportato da un altro documento, Mai più, pubblicato il 24 aprile 1998 come parte del progetto interdiocesano per il recupero della memoria storica (REMHI)

Romeo Lucas Garcìa

Efrain Rios Montt

Le Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC)

Una menzione particolare merita il coinvolgimento di civili fra gli esecutori dei massacri, pianificato dai vertici politici e militari. Nei primi anni '80 fu ideato un piano militare (Plan Victoria) che istituiva un corpo paramilitare, a cui venne dato il nome di Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC) col compito di affiancare l'esercito nell'azione repressiva. Molti civili furono reclutati, spesso con la forza, in queste PAC. Rios Montt perfezionò e intensificò l'uso delle PAC. Lo scopo era di fornire manovalanza all'esercito per il "lavoro sporco", con il duplice risultato di rendere più efficace la repressione e di dirottare su responsabili diversi dai militari eventuali accuse di crimini di guerra.
Sebbene le PAC si siano rese responsabili di atrocità innumerevoli, studi dell'Università di Yale hanno dimostrato che, su ogni cento massacri compiuti nei primi anni '80, ottantasette sono da attribuire ai militari che agivano in base a un preciso disegno. Nel documento elaborato dalla CEH si parla di una strategia dello Stato mirata a fare terra bruciata di tutte quelle località, in primo luogo i villaggi maya, in cui avrebbe potuto attecchire la guerriglia. È accertata l'esistenza di documenti che comprovano la circostanziata pianificazione di campagne militari volte all’annientamento di intere comunità. Se ne conosco i nomi: Campaña Victoria 1982, Operativo Sofía del 15 luglio '82, Operación Ixil, Civilian Affairs del Plan Firmeza 1983.
Si trattava, secondo il Generale Hector Gramajo membro dello staff di Rios Montt, di un lavoro “completo, pianificato fino all'ultimo dettaglio." Meno di un mese dopo il colpo di Stato di Rios Montt, nell'aprile del 1982, il Plan Victoria fu firmato dalla Giunta e messo ufficialmente in atto dieci giorni più tardi. Il segreto di Stato copre i documenti citati e si sono rivelati vani i tentativi delle organizzazioni per la difesa dei diritti civili, di costringere il governo a rendere pubblico il loro contenuto, classificato al livello più alto di segretezza e per questo inaccessibile per almeno 30 anni rinnovabili.

La Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG)

Il 12 dicembre 2006 un accordo firmato fra le Nazioni Unite e il governo guatemalteco ha istituito la CICIG, un Ente indipendente il cui scopo è assistere l’Ufficio guatemalteco del procuratore, la polizia nazionale e altre istituzioni coinvolte nella ricerca di casi sensibili o che lavorano allo smantellamento di gruppi illegali di sicurezza. La CICIG ha il diritto di avviare ricerche di propria iniziativa. Le indagini della CICIG hanno condotto all’emissione di 18 mandati di arresto, in particolare per Javier Figueroa e per Erwin Sperisen.

Attualità

Oggi in Guatemala non si è ancora raggiunta una memoria condivisa su quanto successo, soprattutto sui crimini commessi sotto la guida del generale Rios Montt e José Mauricio Rodríguez Sánchez.

Le comunità indigene con le loro testimonianze nei processi pretendono che venga riconosciuto l’avvenuto genocidio nei loro confronti, mentre i poteri pubblici negano che ci sia mai stato un genocidio. Eloquenti in questo senso le condoglianze espresse ai familiari dall’attuale presidente del Guatemala Jimmy Morales per la morte di Rios Montt avvenuta nell’aprile 2018. Neanche i tribunali sono concordi nel giudizio di condanna.

Nel 2013, infatti, Rios Montt fu condannato a 80 anni di carcere. Condanna che, però, non ha mai scontato, in quanto la Corte Costituzionale ha revocato la sentenza che lo riconosceva, tra l’altro, responsabile della morte di almeno 1.771 indigeni di etnia Maya Ixil, durante numerose operazioni militari concentrate nel dipartimento del Quiché, nel nord del Guatemala.
Oggi, per gli stessi delitti, è in corso un nuovo processo nei confronti dell’ex capo dell’intelligence di Rios Montt, José Mauricio Rodríguez Sánchez. Mentre il Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos ha promosso un giudizio contro tre dei giudici costituzionali che avevano “salvato” Rios Montt dalla condanna, come segnalato nell’ultimo rapporto dell’Ufficio in Guatemala dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani reso pubblico nel febbraio 2018.