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Genocidio Rwanda

In breve

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati, per mano dell’esercito regolare e degli interahamwe, milizie paramilitari. Il movente ideologico fondamentale è l’odio razziale verso la minoranza tutsi, che aveva costituito l’élite sociale e culturale del Paese. In soli 100 giorni perdono la vita circa un milione di persone, uccise soprattutto con machete, asce, lance, mazze. Lo sterminio termina con la vittoria militare del Fpr, Fronte patriottico rwandese, espressione della diaspora tutsi.

Storia del Paese

La regione Rwanda – Urundi era stata unificata nel XVI secolo dai tutsi, che vi avevano fondato una monarchia di tipo feudale, sottomettendo hutu e twa, gli altri due gruppi etnici presenti. Tutsi, hutu e twa continuano a convivere sullo stesso territorio, avendo uguale lingua, religione e cultura.
Il Paese, esplorato a fine ‘800 da tedeschi, viene affidato, nel 1924, su mandato della Società delle Nazioni, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, ai tutsi, che, alti, magri, dalla carnagione chiara, vengono ritenuti, per la conformazione fisica vicina agli standard occidentali, più intelligenti e adatti a gestire il potere, mentre agli hutu, tozzi e di pelle scura, meglio si adatta il lavoro agricolo. I twa, pigmei, sono considerati da tutti prossimi alle scimmie.
Nel 1933 i belgi inseriranno l’indicazione dell’etnia sui documenti di identità rwandesi. L’appoggio belga ai tutsi termina negli anni ’50, a seguito del malcontento provocato dallo sfruttamento coloniale, che porta gli hutu a ribellarsi ai tutsi e i tutsi a progettare l’indipendenza del Paese dal Belgio. I colonizzatori sceglieranno allora di appoggiare la rivolta degli hutu.

Prodromi e pianificazione del genocidio

Nel 1957 viene fondato da un gruppo di intellettuali hutu il Parmehutu, il partito per l’affermazione degli hutu, che pubblica il “Manifesto dei Bahutu”, in cui viene denunciato il monopolio razzista del potere attuato dai tutsi, e propone una rivoluzione sociale basata sulla superiorità razziale degli hutu.
Negli anni ’60 l’affermazione del Parmehutu porta all’abolizione della monarchia e alla proclamazione della repubblica con Gregoire Kayibanda, che instaura un regime razzista. Iniziano le persecuzioni contro i tutsi, costretti a cercare rifugio nei Paesi confinanti; continueranno anche con il regime di Juvénal Habyarimana, che sale al potere nel ’73 con un colpo di stato, promettendo progresso e riconciliazione.
Nel 1987 la diaspora tutsi dà vita all’Fpr, il Fronte patriottico rwandese, con a capo Fred Rwigyema e Paul Kagame, con l’obiettivo di favorire il ritorno dei profughi in patria, anche attraverso la conquista militare del potere. La fine degli anni ’80 vede il Rwanda in piena crisi economica: a fronte di un forte aumento demografico, le risorse agricole del Paese restano invariate e unica fonte di reddito. Le pressioni interne, unite alla richiesta occidentale di democratizzazione, inducono il presidente Habyarimana a varare nel ’91 una nuova Costituzione, che promette il multipartitismo.
Mentre continua la guerriglia dell’Fpr, con massacri da ambo le parti, il Presidente firma, il 4 agosto 1993, gli accordi di Arusha, che prevedono il rientro di tutti i profughi tutsi e una sostanziale spartizione del potere con l’Fpr.
Da questo momento comincia la pianificazione vera e propria del genocidio: l’Akazu, “la casetta”, il gruppo di potere formatosi attorno al presidente Habyarimana e al suo clan familiare, comincia ad organizzarsi. Vengono creati e armati gli interahamwe, “quelli che lavorano insieme”, milizie hutu irregolari; vengono redatte liste di esponenti tutsi da uccidere; vengono acquistati in Cina, attraverso la ditta Chillington di Kigali, i machete; viene lanciata “Radio Machete”, la Radio Televisione Libera delle Mille Colline, per coordinare e incitare gli hutu a “completare il lavoro” di sterminio degli “scarafaggi”.

Il tutto con il sostegno finanziario e militare della Francia.
Tutti gli hutu sono chiamati al genocidio: chi non partecipa al “lavoro” è considerato un nemico e quindi va eliminato.

Théoneste Bagosora

Modalità di esecuzione del genocidio

Il 6 aprile ’94 Habyarimana è di ritorno da Dar es Salaam, dove ha concordato una nuova formazione ministeriale. L’aereo presidenziale viene abbattuto da un missile quando è in fase di atterraggio a Kigali. È l’inizio del genocidio.
Gli ultrà dell’Hutu Power, con a capo il colonnello Théoneste Bagosora, capo di gabinetto del Ministro della Difesa, diffondono una lista di 1.500 persone da uccidere per prime. Entrano in azione gli interahamwe, che istituiscono barriere stradali: al controllo dei documenti le persone che hanno sulla carta d’identità l’appartenenza all’etnia tutsi vengono massacrate a colpi di machete. La radio coordina le operazioni, dà notizie ed esulta per le azioni più spettacolari, invita i tutsi a presentarsi alle barriere per essere uccisi. I miliziani interahamwe uccidono con armi da fuoco, ma soprattutto con machete, asce, lance, mazze chiodate. Per i tutsi non esistono luoghi sicuri: anche le chiese vengono violate.

In aprile gli europei vengono evacuati da Kigali e l’ONU decide di ritirare il contingente di pace, mentre discute se si tratti o meno di genocidio. Rimangono solo pochi Caschi Blu, che assistono impotenti al massacro che si consuma davanti ai loro occhi, mentre il loro comandante, il generale Romeo Dallaire, chiede invano rinforzi.
Sulle colline di Bisesero decine di migliaia di persone organizzano la resistenza. Il 22 giugno i francesi intervengono con un’azione militare, l’ “Operazione Turquoise”, successivamente definita umanitaria e riconosciuta dall’ONU, in realtà originariamente destinata a contrastare l’avanzata del Fpr e quindi a supporto del regime hutu. L’intervento verrà anche utilizzato dai genocidari per proteggere la propria fuga dal Paese.
Il 4 luglio Paul Kagame, a capo dell’esercito Fpr, entra a Kigali. Il 16 luglio viene dichiarata ufficialmente finita la guerra.

Entità dello sterminio

Su una popolazione di 7.300.000 abitanti, di cui l’84% hutu, il 15% tutsi e l’1% twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo rwandese parlano di 1.174.000 vittime in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto). Altre fonti parlano di 800.000.
Il 20% circa è di etnia hutu. I tutsi sopravvissuti sono stimati in 300.000. Migliaia le vedove, molte stuprate e diventate sieropositive, 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali diventati capifamiglia.

I responsabili e l’azione dei tribunali

20.000 circa (militari, politici, prefetti, giornalisti, ecc.) sono considerati i pianificatori, 250.000 circa i carnefici, 250.000 circa le persone comunque implicate negli atti di genocidio (tra le quali anche sacerdoti cattolici).

Nel novembre 1994 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il Tpir, il Tribunale penale internazionale per il Rwanda, con sede ad Arusha, in Tanzania. In dieci anni il Tpir ha giudicato e condannato soltanto una ventina di persone. Di fronte all’impossibilità di sottoporre a processo il gran numero di imputati detenuti, nel 2000 sono state istituite i gacaca, tribunali popolari, che invitano gli inquisiti ad ammettere le proprie colpe in cambio di importanti sconti di pena.

Una seduta in un gacaca