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Negazionismo

In breve

Una delle caratteristiche ricorrenti nei fenomeni genocidari è il tentativo dei persecutori di occultare le prove dei massacri e negare l'intenzione dello sterminio, attribuendone la responsabilità alle stesse vittime, con un'operazione pianificata di mistificazione della realtà. Per attuare questo disegno risulta fondamentale piegare il linguaggio alle proprie esigenze. Il negazionismo non va confuso con il revisionismo storico, che reinterpreta determinati eventi della storia, soprattutto contemporanea, in base al fatto che nuove fonti vengono messe a disposizione del lavoro degli storici: i negazionisti infatti riscrivono la storia con il preciso obiettivo di eliminare quei crimini contro l’umanità che rivelano la natura assassina dei regimi totalitari e nazifascisti.

Come lavorano i negazionisti

Valentina Pisanty analizza le ricostruzioni dei negazionisti, sia per quanto riguarda la selezione e il trattamento delle fonti primarie e secondarie, sia per quanto concerne le testimonianze dei sopravvissuti. In sintesi rileva alcune strategie interpretative:

1. Iniziale selezione drastica del materiale documentario che attesta i fatti, sia trascurando alcune testimonianze essenziali, sia smontandone altre più deboli;
2. Utilizzo di fonti costruite o messe a disposizione per scopi ufficiali dai carnefici o dai responsabili dello sterminio;
3. Utilizzo di ricostruzioni degli storici (v. allontanamento dalle fonti primarie), solo allo scopo di rilevare eventuali contraddizioni o di scoprire errori irrilevanti che tuttavia vengono usati e amplificati;
4. Utilizzo di documenti simbolici molto noti e popolari del genere autobiografico nella consapevolezza dell’impatto emotivo che questi documenti possiedono (es. il diario di Anna Frank o i diari dei sopravvissuti armeni) e per mostrare la loro inutilità ai fini di provare l’esistenza dello sterminio;
5. Messa in dubbio di tutte le testimonianze dirette considerate “macchiate” di soggettività;
6. Vera e propria costruzione di fonti false.

La negazione della Shoah

La Shoah viene posta dagli storici negazionisti tra i miti costruiti ad arte dal complotto ebraico mondiale per colpevolizzare i non ebrei. Vi è uno stretto rapporto tra negazionismo e antisemitismo, ideologia che attraversa i secoli e vive sino ad oggi, oltre che nei Paesi arabi e islamici, anche in Europa, come dimostrano episodi ricorrenti contro gli appartenenti alla comunità ebraica o contro i segni materiali della memoria della Shoah.

La Shoah viene definita una “menzogna storica”, non solo sulla base dell’antisemitismo da cui ha origine, ma anche allo scopo di riabilitare il regime hitleriano, come dimostra la rinascita dei circoli neonazisti in molti Paesi europei.
Va precisato che il vero obiettivo della deportazione sistematica degli ebrei di Germania e dell’Europa occupata fu trattato come un segreto di Stato dai nazisti, che lasciarono pochissimi documenti scritti.

Il negazionismo comincia da questo occultamento. Le stesse vittime venivano tenute all’oscuro del loro destino e questo facilitò le operazioni di sterminio. Il fatto che la maggior parte degli ordini che portarono ai massacri di 6 milioni di ebrei furono dati verbalmente facilita il lavoro dei negazionisti.

Imputati alla sbarra al processo di Norimberga

Il processo Eichmann

Origini e sviluppi del negazionismo della Shoah

Il negazionismo si articola in molte forme a seconda dei Paesi che lo esprimono. Si sostiene che le sue origini siano da rintracciare in Maurice Bardèche, intellettuale francese collaborazionista, figura di rilievo dell’estrema destra che cercò di scagionare e riabilitare i nazisti sollevandoli da ogni responsabilità.
In seguito il negazionismo unì esponenti estremisti di origine diversa: negli Stati Uniti, Arthur Butz nel 1976 scrisse La menzogna del Ventesimo secolo, in cui si metteva in dubbio l’esistenza stessa della Shoah argomentando contro il processo di Norimberga; a Lione, Robert Faurisson, professore di letteratura francese, operava una lettura dissacrante del diario di Anna Frank, contestava le testimonianze di Elie Wiesel, negava l’esistenza delle camere a gas. Alla fine degli anni ’70 nasce un dibattito mediatico che porta al primo convegno mondiale sul negazionismo, dando vita a una sorta di “internazionale del negazionismo”.
Altro caso noto quello di David Irving, saggista britannico autore di libri che rivelano il suo passaggio dal revisionismo al negazionismo, approdo testimoniato dalle tesi con cui tenta di scagionare Hitler, di negare la “soluzione finale”, di definire il diario di Anna Frank una contraffazione ad opera del padre. Irving ha anche intentato un processo per diffamazione contro la storica statunitense Deborah Lipstadt, ma è stato condannato a pagare le spese in seguito all’assoluzione della Lipstadt. Anche in Italia circolano tesi negazioniste in concomitanza del risorgere di circoli nazifascisti e con la rilevanza che progressivamente la memoria della Shoah assume in tutto l’Occidente.

David Irving con il suo editore

La negazione del genocidio armeno

La realtà del genocidio armeno del 1915 ad opera del governo dei Giovani Turchi viene negata sino dalla ideazione del crimine. Quando da parte turca si nega il crimine di genocidio argomentando che non ci sono documenti ufficiali che possano attestare la strategia dello sterminio, non si vuole riconoscere il fatto che Governi o Stati che si accingono a pianificare e a mandare in esecuzione uno sterminio, una pulizia etnica, un genocidio, non comunicano mai apertamente le proprie intenzioni.

Origini e sviluppi del negazionismo del genocidio armeno

“Il materiale propagandistico che circola dai primi mesi della Prima guerra mondiale - (e quindi ancora prima del genocidio) scrive Benedetta Guerzoni - costituisce un primo tipo di pubblicazione che vuole giustificare l’azione del governo verso gli armeni, attraverso le accuse di tradimento politico, militare e di atrocità verso la popolazione musulmana. In questi libelli si pongono le basi per quella che sarà la linea politica dei decenni successivi: le comunità armene si sono costruite una fama di scarsa affidabilità”. Si nega la realtà che buona parte della struttura economica dell’Impero è in mano ad armeni, fedeli sudditi ottomani.
In seguito, nel corso del genocidio, vengono adottati provvedimenti dichiarati “legittimi”, resi necessari da condizioni eccezionali (la guerra, la rivolta, il tradimento, il pericolo di una guerra civile). Si dissimula il crimine con l’emissione di decreti “provvisori” di deportazione e confisca dei beni. Si conservano poi negli archivi documenti che attestano il carattere legale della deportazione e soprattutto si preparano le giustificazioni difensive dell’operato del governo basate sul complotto e sul tradimento armeno. Comincia subito il processo di rovesciamento delle responsabilità che tende a colpevolizzare la vittima per giustificare il crimine. Rafael De Nogales, un mercenario venezuelano dell’esercito ottomano assiste alla vestizione di armeni massacrati con indumenti turchi e curdi, giornalisti scattano fotografie che vengono inviate ai media occidentali al fine di alterare la verità dei fatti.
Lo storico Yves Ternon afferma che negli archivi turchi sono custodite e messe a disposizione “le copie benigne degli ordini maligni”, costituiti da dispacci cifrati che dovevano essere distrutti dopo la lettura, cosa che non sempre avvenne.

La preziosa testimonianza di Armin T. Wegner

Negazionismo dopo il genocidio

1927: Mustafa Kemal, fondatore delle Repubblica Turca, al secondo congresso del partito popolare repubblicano, pone le basi della storiografia ufficiale negazionista della Repubblica turca. Fatta propria l’ideologia nazionalista, Kemal parla di minoranze immorali e utilizza solo gli eventi storici che mettono le minoranze in una luce negativa. Il risultato è, come osserva Marcello Flores, quello di avviare il processo di separazione ed espulsione degli armeni dalla storia dell’Impero Ottomano e di espellere gli armeni sopravvissuti. I decreti di deportazione emanati precedentemente vengono annullati, ma non il decreto di confisca dei beni abbandonati.

1930: Fondazione della Società Storica Turca e dichiarazione che i provvedimenti presi verso gli armeni erano necessari al fine di costruire una grande nazione e un corpo sociale turco compatto. La Società Storica Turca aggiunge che i turchi sono stati da sempre gli abitanti originari dell’Anatolia e gli Ittiti, peraltro indoeuropei, gli antenati degli odierni turchi. Nasce la riscrittura della storia a scopo politico.
La diplomazia turca si adopera in tutti i modi perché i massacri armeni non vengano neppure menzionati e anzi spariscano dalla memoria delle nazioni. Vengono creati tabù per evitare che la società turca ricordi fatti emotivamente dannosi: ci doveva essere un nuovo inizio.

1945: La Turchia diventa membro dell’ONU, poi nel 1948 firma la Convenzione sul genocidio e mano a mano che le pressioni da parte armena aumentano, inizia un lavoro di negazione “scientificamente impostato”. Si cerca di smontare le prove e si sostiene l’assenza dell’intenzione criminale da parte del governo dei Giovani Turchi. Si vuole soprattutto nascondere la pianificazione e l’intenzionalità del crimine, condizione sine qua non della possibilità di farlo rientrare nella categoria giuridica di “genocidio” adottata dall’ONU nel 1948, con le conseguenze che conosciamo: imprescrittibilità e risarcimento. Ad Ankara nascono veri e propri laboratori di disinformazione, che organizzano la versione turca delle cause e degli eventi del “presunto genocidio”. Vengono contestati i documenti raccolti da lord Bryce e Toynbee, si rifiuta il Diario dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau, i libri di Johannes Lepsius, gli scritti del console italiano Giacomo Gorrini, i resoconti dei missionari.

1989: il Ministero degli Esteri turco, con un atto che voleva essere clamoroso e finalizzato a smentire gli storici non negazionisti, dichiara di aprire gli archivi. Poi si scopre che i documenti disponibili arrivano sino al 1894, e che si sono creati due percorsi paralleli, uno per gli storici turchi e uno per gli stranieri.
Nasce in questi anni una schiera di storici occidentali negazionisti e vengono istituite cattedre di ricercatori sovvenzionate dalla Turchia che ripropongono sulla base di pretesi “dati scientifici” le tesi negazioniste: Heath Lowry, Justin McCarthy, Stanford Shaw e Bernard Lewis che nel 1995 è stato condannato dal tribunale di Parigi a una ammenda simbolica per avere negato il genocidio.

Perché negare il genocidio armeno oggi?

In Turchia oggi l’articolo 301 del Codice penale configura come reato parlare di genocidio armeno: farlo significa attaccare il potere che custodisce la verità storica, e quindi diventa un attacco all’identità nazionale.
I turchi di oggi non sono responsabili del genocidio, ma la negazione continua perché si tratterebbe di stravolgere la costruzione storiografica che regge dagli anni ’30 per lasciare il posto alla verità storica, con la conseguenza di dover fare emergere la realtà armena accuratamente espulsa dall’orizzonte della nuova Turchia. Si porrebbe inoltre anche il grave problema dei risarcimenti o delle riparazioni.

Vi è alla base della Turchia Repubblicana un “peccato originale”. È nata sul genocidio politicamente ed economicamente, e sono confluiti in essa i maggiori responsabili dell’apparato del Comitato Unione e Progresso. I padri della patria turca verrebbero identificati con i carnefici. La Turchia non potrebbe condannarli se non a patto di rinnegare se stessa. In questo quadro, sono quindi di estrema importanza le parole di Papa Francesco, che nell’omelia del 12 aprile 2015 - in occasione del centesimo anniversario del Metz Yeghern - ha definito lo sterminio degli armeni come “primo genocidio del Novecento”.