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Prevenzione dei genocidi

In breve

La prevenzione dei genocidi e più in generale dei crimini contro l'Umanità è all'ordine del giorno della politica internazionale dopo le tragedie del Novecento in Europa e l'apertura di altri fronti di persecuzione e di sterminio nel mondo. La sensibilità degli Stati è cresciuta con l'entrata nel nuovo millennio, ma rimane ancora molto limitata e troppo spesso impotente.

Il riconoscimento del genocidio

Il 9 dicembre 1948, la vigilia della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, le Nazioni Unite approvavano la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.
L’accoppiata del 9 e 10 dicembre 1948 voleva stabilire in forma solenne e incontrovertibile che – dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, del nazismo e della Shoah – non sarebbe più stato possibile ripetere quei crimini e si individuava la forma nuova per difendere i diritti di tutti. Il 9 dicembre si parlava del passato per pensare al futuro, il 10 dicembre si guardava al futuro condannando indirettamente il passato.

Tale Convenzione, entrata in vigore nel gennaio 1951, è inviolabile e inderogabile, da parte della giustizia internazionale, anche per gli Stati che non l’hanno riconosciuta (l’Italia aderisce nel 1952 e nel 1967 approva la propria legge sulla prevenzione e repressione del delitto di genocidio).
Basandoci sulle decisioni prese da tribunali internazionali si può sostenere che ci sono stati solamente due genocidi dal 1948 a metà degli anni ’90, in Rwanda e in Bosnia, come stabilito dai tribunali ad hoc creati proprio per punire i responsabili di questi crimini. Solo con la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989) e la fine del comunismo sovietico (25 dicembre 1991) si è trovata una nuova visione condivisa sui diritti umani e sulle violazioni gravi contro di essi, che precedentemente erano rubricate all’interno del contrasto tra due superpotenze e del loro appoggio ai diversi Paesi o fazioni in conflitto tra loro in varie parti del mondo. Ad una forte rinascita della cultura dei diritti si è accompagnata una macroscopica individuazione della grave e ripetuta violazione di diritti individuali, comunitari, etnici e religiosi.

La sessione del 10 dicembre 1948

Eleanor Roosevelt con la versione in lingua spagnola della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

La prevenzione

Le Nazioni Unite hanno individuato cinque punti per una prevenzione futura efficace:

1. prevenire i conflitti armati (il contesto più facile e necessario per ogni genocidio) e, in caso scoppino, proteggere le minoranze;
2. proteggere i civili dentro i conflitti armati e concedere più poteri alle missioni di peacekeeping per salvare i civili;
3. implementare il sistema giudiziario internazionale per porre fine all’impunità dei responsabili;
4. imporre una rapida e decisiva azione da parte del Consiglio di sicurezza quando c’è di mezzo un genocidio;

5. allestire un sistema di “allerta” precoce (early warnings system).

Da allora alcuni passi in avanti, anche notevoli, sono stati fatti: primo fra tutti la creazione della Corte penale internazionale che, sulla base dello Statuto di Roma del 1998, è entrata in funzione nel 2002. Nel 2004, la creazione della figura del Consulente speciale sulla prevenzione del genocidio, nel 2005 la risoluzione in proposito della World Summit Conference, nel 2006 la creazione del Consiglio dei diritti umani per monitorare le violazioni. Due ostacoli principali restano ad una efficace prevenzione: l’assenza di volontà politica di gruppi di Stati e di singoli Stati e il potere di veto esercitabile nel consiglio di sicurezza dell’ONU da una delle potenze vincitrici l’ultimo conflitto mondiale (Cina popolare, Francia, Inghilterra, Russia e USA).

La comunità internazionale ha indicato da tempo quali sono i «segnali» precoci di una situazione che può evolvere in genocidio: una storia passata di violenza e conflitto (come era stato sia in Rwanda sia in Bosnia); una grave crisi economica incombente; una mobilitazione di tipo comunitario contro una minoranza; una insistente propaganda di odio; una legislazione discriminatoria.

Anche se le difficoltà d’intervento sono enormi, non bisogna dimenticare l’esistenza di strumenti giuridici positivi e l’efficacia di una cultura della dignità umana e dei diritti condivisa. Su questa si basa la nuova Responsabilità di proteggere, principio in base al quale se un governo non è in grado di proteggere i propri cittadini, magari discriminandone o reprimendone una parte, a quel punto è possibile e doveroso l’intervento della comunità internazionale per difendere i cittadini.

Prevenzione e politica

I genocidi sono frutto di scelte politiche prese da leader ed élite. Per prevenirli occorrerebbe, come ebbe a dire Vaclav Havel, il fondatore di Charta ’77 e poi presidente della Repubblica democratica della Cecoslovacchia dopo il crollo del comunismo, che “la comunità globale, e non gli Stati-nazione, fosse il luogo di sovranità e la sorgente della protezione dei diritti umani fondamentali”. Lo sviluppo del sovranismo rimette milioni di persone nelle mani di politici settari che dimenticano valori e ragioni storiche, come quelle profonde dell’Europa moderna e unita che Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi seppero proporre nel Manifesto di Ventotene nel 1941. Le cause della mancata protezione sono in genere individuati in questi aspetti: debolezza della convenzione sul genocidio (limiti della definizione e mancanza di indicazione precisa degli strumenti per la prevenzione); mancanza di analisi, e successiva reazione, ai segnali di avviso iniziali; mancanza di volontà politica e abuso del principio di sovranità per continuare a permettere le violazioni; fallimento del processo decisionale delle Nazioni Unite.

La condizione prima del verificarsi e il ripetersi dei genocidi è l’ignoranza e la negazione degli stessi. Come ha ricordato Yair Auron, docente della Open University di Israele: “Sono stati gli esseri umani a commettere i genocidi, e continuano a commetterne e ne commetteranno ancora in futuro. Noi dobbiamo affrontare questa realtà, e possiamo contenerla soltanto mediante l’educazione. Inoltre, le persone che commettono i genocidi sono “gente comune”. Che cosa significa questa espressione? Significa che erano quello che chiamiamo “persone normali”. Non erano psicopatici, né persone affette da patologie mentali.”
Educazione e libera informazione sono gli strumenti cardine di ogni prevenzione e resistenza attiva.