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Questione curda

In breve

Il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. Non è uno stato indipendente, ma una regione geografica abitata in prevalenza da curdi e divisa fra Turchia (sud-est), Iran (nord-ovest), Iraq (nord) e Siria (nord-est). Una nazione senza Stato abitata, secondo le stime, da 30 - 37 milioni di curdi sparsi fra i 15 e i 20 milioni in Turchia, 6 e 8 milioni in Iran, 5 milioni in Iraq e oltre 2 milioni in Siria, cui vanno aggiunti altri 2 milioni nella diaspora più recente emigrata soprattutto in Europa.

I curdi sono stati oggetto di tentativi di assimilazione forzata, discriminazioni e persecuzioni soprattutto nell’ultimo secolo, che hanno segnato in modo indelebile la loro identità e la loro storia, e si trovano a pagare a caro prezzo la loro aspirazione all’autonomia. E proprio l’aspetto linguistico determina la loro identità, in contrapposizione ai vicini arabi e turchi, in prevalenza musulmani, ma che usano idiomi riconducibili a famiglie linguistiche diverse.

Il destino dei curdi dopo l’Impero Ottomano

Alla fine della Grande Guerra la sconfitta dell’Impero Ottomano e la spartizione dei suoi territori avevano alimentato le speranze dei curdi di vedere nascere uno Stato Nazionale indipendente in base al Trattato di Sevres, firmato nel 1920 dalle potenze alleate vincitrici. Questo trattato però non fu mai applicato, perché la vittoria dell’esercito turco, guidato da Mustafa Kemal Atatürk, nella Guerra d’indipendenza, obbligò le ex potenze alleate a firmare un nuovo Trattato, quello di Losanna (1923), che eliminò le concessioni alle minoranze curde e armene e che ha portato alla cancellazione della parola “Kurdistan” dai libri di testo nelle scuole turche.

Il territorio storicamente abitato dai curdi si trovò quindi diviso tra la nascente Repubblica turca di Atatürk, che negava la stessa esistenza di una forte minoranza curda, avviando una politica di assimilazione delle minoranze, e la monarchia araba d’Iraq, amministrata dal Regno Unito, poco propensa a concedere alla minoranza curda l'autonomia amministrativa, che la Società delle Nazioni aveva posto come condizione del mandato. Nel 1925 l'aviazione inglese bombardò diverse città e villaggi curdi che reclamavano l'indipendenza.
Nel 1946 nella zona nord-occidentale dell’Iran venne istituita la Repubblica di Mahabad, che aspirava a ottenere l’autonomia e godeva dell’appoggio dell’Unione Sovietica. Ma il mancato riconoscimento della nuova entità da parte delle altre potenze alleate determinò la fine di questa esperienza dopo solo undici mesi.

La conquista dell’autonomia curda in Iraq

Mustafa Barzani (1903-1979), militare e leader del Partito Democratico del Kurdistan (PDK) e uno dei capi militari della Repubblica di Mahabad, tornò nella sua patria, l’Iraq e da qui guidò una nuova rivolta nazionalista curda, che sfociò in un conflitto durato fino al 1970, con episodi di guerriglia armata e di conseguenti dure repressioni. Nel 1972 l’Iran, guidato dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi, si alleò con gli Stati uniti per fornire armi ai curdi iracheni per destabilizzare l’Iraq alleato dell’Unione Sovietica, ma nel 1975 un cambio di alleanze lasciò i curdi senza più aiuti.

Nel 1988, pochi mesi prima della fine della guerra tra Iran e Iraq (durata dal settembre 1980 all’agosto 1988) si intensificò la repressione di Saddam Hussein contro la popolazione curda. Il fatto più grave fu l’attacco chimico di Halabja, nel marzo 1988, con cui furono uccisi con il cianuro 5.000 curdi, colpevoli di non aver opposto sufficiente resistenza al nemico iraniano.

I ripetuti tentativi di insurrezione culminati nelle rivolte del 1991, dopo la disastrosa sconfitta dell’Iraq nella prima guerra del Golfo, hanno portato riconoscimento di una regione curda autonoma nel nord dell’Iraq. Nel 2005, dopo la caduta del presidente Saddam Hussein, sconfitto dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, l’autonomia è stata trasformata in legge, portando alla creazione del governo regionale del Kurdistan. Fondamentale è stato l’appoggio statunitense al PDK e all'Unione patriottica del Kurdistan (UPK) nel raggiungimento dell’autonomia.

Oltre all’Anfal, il Kurdistan iracheno e in particolare le sue minoranze religiose hanno subito atrocità e massacri in anni più recenti, durante il dominio dell’ISIS, favorito dalla rapida diffusione del fondamentalismo islamico nel clima di instabilità dopo le rivolte del 2011 in Medio Oriente e Nord Africa. L’ISIS (Islamic State of Iraq and Greater Syria, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), movimento estremista sunnita di emanazione qaedista, dal 2013 ha rapidamente conquistato Baghdad, Mosul, Falluja, Tikrit e gran parte della Siria del nord e dell'est, insediandovi un nuovo Califfato.
Ha sequestrato molti armamenti provenienti dagli Stati Uniti e ha costretto oltre mezzo milione di civili alla fuga.

Discorso in cui viene proclamata la Repubblica di Mahabad, 1946Padre sulla tomba del figlio ucciso nell'attacco chimico nella città di Halabja.
Manifestazione di sostegno al referendum sull'indipendenza del Kurdistan iracheno, 16 settembre 2017.

I Curdi in Siria

La comunità curdo-siriana ha subito discriminazioni e repressioni da parte del governo centrale, che per anni ha trascurato lo sviluppo e gli investimenti nella regione settentrionale a prevalenza curda, ha confiscato terre possedute e coltivate da cittadini curdi, assegnandole a famiglie arabe deportate da altre province, e ha sfrattato abitanti curdi dai villaggi per cambiare la composizione etnica della regione più ricca di risorse. Inoltre l’insegnamento della lingua curda è stato vietato e le scuole private curde sono state chiuse.
In occasione del censimento del 1962, 120.000 cittadini di etnia curda hanno perso il diritto alla cittadinanza e sono diventati apolidi. Nel 2010, Human Rights Watch (HRW) ha stimato in 300.000 il numero dei curdi “apolidi” in Siria.

Non sono mancate tensioni etniche tra i curdi e le altre comunità, sfociate nel 2004 in violenti scontri tra i tifosi di origine araba e curda nella città nord-orientale di Qamishlo dopo una partita di calcio, dilagati in una rivolta repressa dalle forze di sicurezza con un bilancio di 30 morti.

Queste politiche sono state denunciate nel 2009 nel rapporto per la dodicesima sessione del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, intitolato “Persecuzioni e discriminazioni contro i cittadini curdi in Siria”.
Nel documento, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che «i governi siriani, che si sono succeduti, hanno continuato ad adottare una politica di discriminazione etnica e persecuzione nazionale contro i curdi, privandoli completamente dei loro diritti nazionali, democratici e umani, come parte integrante dell'esistenza umana. Il governo ha imposto programmi, regolamenti e misure di esclusione su base etnica su vari aspetti politici, economici, sociali e culturali della vita dei curdi».

Domenica del Corriere, 4 agosto 1963

Domenica del Corriere, 4 agosto 1963

National Geographic, agosto 1992

National Geographic, agosto 1992

Time, 25 novembre 2019

Time, 25 novembre 2019

La rivoluzione democratica del Rojava

Nel 2013, durante la guerra civile, i curdi siriani dell’area nord e nord-orientale hanno costituito l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, una federazione non riconosciuta dal governo centrale né da altri stati, nota anche come Rojava e abitata anche da gruppi minoritari arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni.
La federazione si è data come legge costitutiva la Carta del Contratto Sociale, fondata sulla democrazia partecipativa, per garantire a tutti gli stessi diritti fondamentali, come l’uguaglianza di genere, la libertà di religione, i diritti di proprietà.

Un modello messo però in discussione nel 2016 dal centro studi britannico Chatham House (Royal Institute of International Affairs), secondo il quale la gestione del potere nel Rojava è in realtà nettamente accentrata nel gruppo dirigente del Partito di Unione Democratica (PYD). Tra le principali città del Rojava c’è Kobanê, divenuta famosa per la tenace resistenza opposta all’avanzata dello Stato Islamico (ISIS), che la tenne sotto assedio dal settembre 2014 al marzo 2015.

Il contributo dei curdi siriani alla sconfitta dell’ISIS

I curdi siriani, che durante la guerra civile non si erano schierati né con il governo né con i ribelli, nel 2014 hanno reagito all’invasione dello Stato Islamico (ISIS) formando le Unità di Difesa del Popolo (YPG) e assumendo gradualmente il controllo militare del territorio abbandonato dall’esercito nazionale. Importante la partecipazione delle donne, con le Unità di Difesa femminile (YPI), nelle battaglie a Kobanê e nelle zone limitrofe.
Con il sostegno anche degli Stati Uniti i curdi siriani sono riusciti a smantellare gran parte del controllo territoriale dell’ISIS nel nord del Paese, liberando Raqqa, la loro “capitale”.

La svolta ha allarmato la Turchia, che considera da sempre i curdi siriani alleati del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione terroristica responsabile di numerosi attentati secondo il governo turco, che non ha mai dimenticato l’asilo politico concesso dalla Siria al leader politico del PKK Abdullah Ocalan per 19 anni.
E l’esercito turco ha invaso in più riprese la Siria, nell’agosto del 2016, all’inizio del 2018 e nell’ottobre del 2019.

Le Forze siriane democratiche in conferenza stampa ad Ain Issa annunciano l'offensiva su Raqqa, 6 novembre 2016.
Combattenti dell'Esercito Siriano Libero – sostenuto dalla Turchia – si dirigono verso il confine siriano a Kirikhan (Turchia), 21 gennaio 2018.Truppe siriane celebrano nella città di Kobanê, 17 ottobre 2019.

Possibili crimini di guerra nella Siria settentrionale

In tutto il mondo le comunità curde hanno manifestato per denunciare l’isolamento in cui i curdi siriani sono stati abbandonati dall’Europa e dagli Stati Uniti, dopo avere combattuto e sconfitto i jihadisti. Tra le loro voci quella della rappresentante della Comunità curda milanese Hazal Koyuncuer in un intervento pubblico tenuto a Milano nell’ottobre del 2019.
Ankara è stata accusata di aver condotto un'operazione di pulizia etnica sostituendo le popolazioni curde con due milioni di arabi sunniti, che si erano rifugiati in Turchia dopo essere fuggiti dai combattimenti in altre parti della Siria. «Erdoğan vuole cambiare la composizione etnica dei territori controllati dal suo esercito», ha dichiarato Abdelkarim Omar, Direttore Affari Esteri dell’Amministrazione Autonoma del Nord e Est Siria. «Prima dell'invasione turca del 2018, l'85% della popolazione di Afrin era curda; oggi è solo il 20%».

Nel caos provocato dall’occupazione turca è stata uccisa Hevrin Khalaf, laureata in ingegneria civile e Segretaria generale del Partito Futuro siriano, attivista per i diritti delle donne e per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Per la sua abilità diplomatica era stata definita un “Ministro degli Esteri del Rojava”. Hevrin è scomparsa a 35 anni il 12 ottobre 2019, uccisa dai miliziani forse filo-turchi sull’autostrada M4, tra Manbij e Qamishlo, nella zona occupata dalle truppe di Ankara.
Il 6 marzo del 2020 Hevrin è stata onorata come Giusta nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano.

Il 5 marzo 2020 nella provincia settentrionale di Idlib, ultima roccaforte sotto il controllo dei ribelli appoggiati dalla Turchia, Russia e Turchia si sono accordate per iniziare una tregua e creare un “corridoio di sicurezza” lungo l’autostrada M4, che collega Aleppo e Latakia ed è anche un canale di rifornimento per le forze curde.
Gli attacchi delle forze governative e dei ribelli sono però proseguiti causando danni materiali alla proprietà civili e molte vittime. Il rapporto mensile pubblicato nel settembre 2020 dalla Rete siriana per i diritti umani ha registrato la morte di 122 civili, tra cui 21 bambini e 7 donne. Nel solo mese di agosto le mine terrestri hanno ucciso 25 civili, inclusi 4 bambini e 13 persone sono morte sotto tortura. Si contano anche 146 casi di detenzione arbitraria, 4 riguardanti bambini, commessi per lo più dalle forze affiliate al regime, e 7 attacchi contro centri civili.

Il 18 settembre 2020 Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha esortato la Turchia a svolgere un'indagine imparziale, trasparente e indipendente sui responsabili di violazioni e possibili crimini di guerra commessi nelle zone sotto il controllo delle forze turche e dei gruppi armati affiliati.

Erdogan mostra una mappa della Siria settentrionale mentre parla durante la 74ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, 24 settembre 2019.

Erdogan mostra una mappa della Siria settentrionale mentre parla durante la 74ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, 24 settembre 2019.

I curdi in Turchia

La comunità curda rappresenta circa il 20% della popolazione in Turchia e per oltre un secolo ha coltivato il sogno di costituire una nazione indipendente, dove potersi esprimere nella propria lingua. Questa aspirazione si è scontrata con il nazionalismo turco, o “kemalismo” (da Kemal Ataturk, il “Padre dei Turchi”, vincitore della guerra d’indipendenza e fondatore nel 1923 della Repubblica moderna), che per decenni ha negato i diritti di espressione a questa minoranza, chiamando i suoi componenti “turchi dell'Est”, o “turchi delle montagne”, invece che “curdi”.

Lo Stato centralizzato ha represso anche militarmente le ambizioni autonomistiche dei curdi costringendoli a rinunciare alla propria lingua e a “tradurre in turco” i nomi propri e la toponomastica.
Nel 2013, con il processo di democratizzazione del paese e la trattativa di pace tra governo e le rappresentanze politiche curde, è stato autorizzato l’insegnamento del curdo nelle scuole private.

Il conflitto e la pace temporanea

Nel 1977 le rivendicazioni di indipendenza dei separatisti curdi vengono esplicitate in un manifesto, La strada nazionale per la rivoluzione curda, scritto da Abdullah Öcalan, soprannome Apo, leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un'organizzazione nazionalista militante curda, inizialmente d'ispirazione marxista-leninista, poi convertita al confederalismo democratico e al municipalismo libertario ed ecologista, sistema adottato nel 2014 nel Rojava, la federazione autonoma dei cantoni curdi siriani.

Dal 1984 il PKK, dal nord dell’Iraq, compie attentati terroristici contro la Turchia dando il via a una guerra durata quarant’anni con circa 40.000 morti tra combattenti curdi, soldati e civili. Classificato come organizzazione terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione europea, il PKK viene messo fuori legge e il suo leader, arrestato nel 1999, viene condannato all’ergastolo a İmralı, l’isola-penitenziario al largo di Istanbul.

Nel 2012 Öcalan e Recep Tayyip Erdoğan, allora premier, avviano una trattativa per risolvere la “questione curda” attraverso una riforma della Costituzione, eliminando i riferimenti etnici per la cittadinanza turca e definendo il turco come lingua “ufficiale” ma non come “unica riconosciuta”.
L’accordo deve portare al disarmo del PKK condizionato ad alcune concessioni: autonomia per il Kurdistan, insegnamento del curdo a scuola, possibilità di entrare in politica, liberà per le migliaia di attivisti arrestati, condizioni meno dure per la detenzione di Öcalan.

Nel frattempo però proseguono le azioni giudiziarie contro giornalisti e intellettuali, arrestati per complicità con il PKK, come avviene nel processo del settembre 2012 a 44 giornalisti di origine curda, accusati di terrorismo, 36 dei quali da mesi in carcere.

Altro noto intellettuale vittima della campagna contro i presunti sostenitori del PKK è Ragip Zarakoglu, editore e attivista impegnato nella campagna per il riconoscimento del genocidio armeno, arrestato nell’ottobre del 2011 assieme ad altri 131 intellettuali e successivamente liberato dopo la mobilitazione di comunità e cittadini per la sua scarcerazione.

Attualità

Nel 2021 le autorità turche sembrano determinate a cancellare per sempre la questione curda, un passo fortemente voluto da Devlet Bahceli, leader del partito nazionalista di destra turco MHP, per eliminare l’HDP, terza forza politica del Paese.
Il 21 giugno la Corte costituzionale turca approva all’unanimità la messa sotto accusa dell’HDP, su richiesta del procuratore generale della Corte di cassazione, che ha chiesto lo scioglimento del partito, l'imposizione di un divieto politico nei confronti dei suoi esponenti e il congelamento dei suoi conti bancari. L’HDP è accusato di presunti legami con il PKK per cercare di distruggere «l’integrità indivisibile dello Stato e della Nazione».
Il processo riguarda 108 imputati membri dell'HDP, di cui 28 in arresto. L’imputazione più grave è aver suscitato le proteste dell’ottobre 2014 contro l’occupazione del cantone curdo-siriano di Kobane da parte dell’ISIS.

Tra le prese di posizione critiche rispetto alla messa al bando dell’HDP c’è la Risoluzione sulla repressione dell'opposizione in Turchia, in particolare il Partito democratico dei popoli (HDP), approvata l’8 luglio 2021 dal Parlamento europeo. Il documento esprime una ferma condanna delle pressioni che minano il corretto funzionamento del sistema democratico in Turchia e dichiara che lo scioglimento dell'HDP costituirebbe un grave errore politico e darebbe un colpo irreversibile al pluralismo e ai principi democratici.

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