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​“Contro i neonazisti serve più coraggio”

intervista a Ingo Schulze

Dresda 2010, un'immagine della catena umana contro il corteo neonazista

Dresda 2010, un'immagine della catena umana contro il corteo neonazista dpa

Per capire come la Germania vive il "post-Charlie Hebdo", presentiamo un'intervista esclusiva a Ingo Schulze, scrittore tedesco i cui libri, come Bolero Berlinese, Arance e Angeli e I nostri bei vestiti nuovi, sono pubblicati in Italia da Feltrinelli. Nelle città tedesche oggi vi sono crescenti problemi con l’estremismo islamico e i foreign fighters, e a volte i cittadini cercano risposte nei gruppi xenofobi. Questo forse succede di più nella parte est del Paese, dove si è sviluppato il Pegida (europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente in Italiano). Lo scrittore, nato a Dresda nel 1962, è spesso considerato il cantore del sistema di vita del pre-’89, ma forse a torto, visto che solo due dei suoi romanzi si ambientano nella DDR: Adam e Evelyn e Vite nuove (ambientati peraltro tra 1989 e 1990, quindi già in piena transizione). Negli ultimi anni Schulze è stato molto attivo nelle lotte contro i nuovi movimenti di estrema destra. Gli abbiamo chiesto di definire il prima e il dopo della Germania orientale, e di esprimere il suo messaggio per il Giorno della Memoria.

Che cosa pensa dell’epoca comunista? Ci sono ancora oggi pericoli per la democrazia? Si potrebbero affacciare nuove forme di totalitarismo?

Ciò che mi interessa veramente del sistema del “socialismo reale” è la transizione, il periodo in cui i due sistemi si sono scontrati. Come lo si giudica dipende dai punti di vista. Indiscutibilmente c’è stato un grande miglioramento nel tenore di vita, ma contemporaneamente moltissimi perdevano il lavoro. Alcuni hanno avuto un tracollo sociale, altri hanno trovato opportunità che prima neanche immaginavano. Forse in definitiva questo passaggio si può descrivere come un cambiamento nelle dipendenze e nelle libertà. In un Paese povero dell’emisfero sud forse potrebbero commentare che ora anche i tedeschi orientali sono entrati in quel club dei ricchi che vivono sulle loro spalle. Oggi non ci sono più pericoli di totalitarismo, almeno nel senso che la rappresentazione di un mondo di eguaglianza sociale è sparita dal nostro orizzonte attraverso il discredito del Blocco orientale nelle nostre menti. Alla fine si tratta di creare una democrazia con una giustizia sociale. Un paio di idee di allora non sono del tutto da buttare via.

Che ruolo gioca la letteratura in questo? E nei confronti del potere?

La letteratura è sempre necessaria per fare sì che io lettore non rimanga solo con le mie esperienze. In quanto esseri umani noi abbiamo bisogno di storie, dobbiamo sempre raccontare di nuovo la nostra vita, e proprio da questa esigenza sono nate anche le storie della Bibbia, le riviste illustrate, le serie tv o la letteratura tedesca contemporanea. Quanto sia importante la letteratura per la società, e se la società sia pronta a servirsene, è anche una domanda che vale per ogni libro concreto.

Che rapporto ha con i dissidenti dell’ex DDR?

Io non ero un dissidente. Ammiro coloro che conservano oggi lo stesso senso critico che avevano allora. Ce ne sono però molti che non saprebbero spiegare alcun problema dell’attualità senza affermare che è colpa della DDR.

Lei si è battuto contro le manifestazioni dei neonazisti a Dresda. Ci vorrebbe descrivere la galassia neonazista tedesca e le Sue battaglie?

Il fatto che i neonazisti tornino sempre a farsi sentire non lo so spiegare. Non so neanche come si dovrebbe dialogare con loro, tranne forse che sono ancora molto giovani e sostengono certe posizioni perché sono ignoranti. Naturalmente posso dire: forse come neonazista diventerei più vistoso, apparterrei a una comunità, rappresenterei ciò di cui la gente ha paura. Ma dal punto di vista dei contenuti non c’è storia. Il vero problema è come affrontarli. E per farlo ci vuole semplicemente più coraggio. Il 13 febbraio 2010, alla 65esima ricorrenza dei bombardamenti di Dresda, migliaia di neonazisti volevano marciare in città. Una lega di associazioni della sinistra ha coordinato un’occupazione di tutte le vie e piazze per rendere impossibile questa marcia. Ma dato che, sull’altra riva dell’Elba, il sindaco e le alte autorità politiche avevano fatto appello a formare una catena umana, che era pensata come segno contro l’oblio, per noi non c’era nessun permesso di manifestare. Eravamo, per così dire, “illegali”. Per fortuna, tuttavia, arrivarono abbastanza persone che sfidarono la polizia e tennero le vie e le piazze occupate. C’era talmente tanta gente che la polizia non poté fare niente e i neonazisti dovettero tornare indietro. Ma ancora oggi i partecipanti a quelle proteste “illegali”, fino all’attuale Governatore della Turingia, il primo Presidente di Land della Linke in Germania, sono perseguiti penalmente. E questo è un problema.

Che cos’è il Pegida?

È un gruppo che si autoproclama “Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendslandes” (europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente). Sono persone conservatrici, soprattutto uomini più anziani, che sentono un disagio verso la società, ma invece di riconoscere come causa dei problemi l’economicizzazione di tutti gli ambiti della vita e con essa una polarizzazione della società, se la prendono con “gli stranieri”.

Poco dopo gli attacchi contro "Charlie Hebdo” i rapporti tra Occidente e Islam sono al centro dell’attenzione. Come sono adesso i rapporti tra tedeschi e migranti musulmani?

Io non credo che questo problema in definitiva si faccia leggere come un problema religioso. Non c’è alcun motivo per corteggiare l’Arabia Saudita, poi però marciare sull’Iraq, minacciare l’Iran con le sanzioni e vezzeggiare il Qatar. Per tacere della Siria e dello Stato mancante dei palestinesi. È tutta solamente questione di potere e di soldi. Per questo non ci si dovrebbe meravigliare se le reazioni raggiungono anche l’Europa occidentale. In una città come Berlino si cerca di evitare che si formino società parallele, ma socialmente e culturalmente si formano di questi gruppi. I soldi non fanno tutto, ma più soldi potrebbero aiutare moltissimo, soprattutto a investire in docenti e operatori sociali e nel loro lavoro.

Nel suo “I nostri bei vestiti nuovi”, Lei ha riscritto la fiaba di Andersen dei vestiti nuovi dell’imperatore. Si tratta di un ammonimento contro un nuovo totalitarismo?

Il totalitarismo di vecchio tipo non è senz’altro più un pericolo. Il rischio oggi semmai è la formazione di monopoli e di un totalitarismo come quello svelato da Edward Snowden. La politica dovrebbe lottare in maniera più consapevole per mantenere il proprio primato. Con un assenso agli accordi commerciali internazionali quali TTIP e CETA (acronimi di Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti e Trattato Commerciale Canada-UE, due accordi commerciali tra la UE e il continente americano che suscitano molte controversie, NdT) se lo giocherebbe del tutto.

Che cosa direbbe ai nostri lettori per il Giorno della Memoria? Vorrebbe segnalarci un Giusto, magari uno scrittore?

Vorrei ricordare Ludwig Greve, nato non lontano dalla mia abitazione odierna nel quartiere Charlottenburg di Berlino e che dovette scappare dalla Germania con i genitori. Più tardi lottò nella Resistenza, si nascose con la famiglia in Piemonte mentre il padre e la sorella furono deportati ad Auschwitz e uccisi. Lui sopravvisse, con l’aiuto di alcuni sacerdoti e contadini, e riuscì a vivere la Liberazione a Lucca. È un poeta e autore di prosa grandioso, che però in Germania è ancora troppo poco conosciuto.

Carolina Figini, Redazione Gariwo

2 febbraio 2015

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