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Dobbiamo cancellare Aristotele?

una riflessione di Agnes Callard sul NYT

Proponiamo di seguito la traduzione del pensiero di Agnes Callard sul tema cancel culture, apparso sul New York Times il 21 luglio 2020.

Difendeva la schiavitù e si opponeva alla nozione di uguaglianza umana. Ma non è nostro nemico.

Il filosofo greco Aristotele non si limitava a condonare la schiavitù, addirittura la difendeva; non si limitava a difenderla, la difendeva in quanto benefica per gli schiavi. Riteneva era che alcuni sono, per natura, incapaci di perseguire il proprio bene e più adatti a essere “strumenti viventi” che gli altri dovevano utilizzare: “Lo schiavo è una parte del padrone, è come se fosse una parte del corpo viva ma separata”.

L’antiliberalismo di Aristotele non si ferma qui. Riteneva che le donne non fossero in grado di prendere decisioni autorevoli. E decretò che ai lavoratori manuali, pur non essendo né schiavi né donne, dovesse comunque essere vietata la cittadinanza o l’istruzione nella sua città ideale.

Naturalmente Aristotele non è un caso isolato: Kant e Hume facevano commenti razzisti, Frege ne faceva di antisemitici e Wittgenstein era spudoratamente sessista. I lettori dovrebbero mettere da parte o ignorare tali commenti, concentrandosi sulle idee preziose che si trovano altrove nella loro opera?

Tale strategia selettiva può funzionare nel caso di Kant, Hume, Frege e Wittgenstein, sulla base del fatto che i loro contributi filosofici fondamentali non sono legati ai loro pregiudizi, ma non credo si possa applicare così bene ad Aristotele: il suo mancato egualitarianismo è molto profondo.

Aristotele pensava che il valore o la valenza di un essere umano - la sua virtù - fosse qualcosa di acquisito nel crescere. Ne consegue che le persone che non possono (donne, schiavi) o semplicemente non (lavoratori manuali) acquisiscono tale virtù, non hanno motivo di esigere lo stesso rispetto o il riconoscimento di coloro che l’hanno acquisita.

Leggendo la sua opera, mi sono accorta che Aristotele non solo non credeva nella concezione della dignità umana intrinseca che è alla base del nostro moderno impegno per i diritti umani, ma che la sua filosofia non può essere messa in quadratura in questo senso. Il mancato egualitarianismo di Aristotele è meno simile al razzismo di Kant e Hume e più simile al punto di vista di Cartesio sugli animali non umani. Il fatto che Cartesio caratterizzi gli animali non umani come automi senza un’anima è una diretta conseguenza del suo dualismo razionalista. I suoi commenti sugli animali non possono essere trattati come “commenti vaganti”.

Se la cancellazione è la rimozione da una posizione di prominenza sulla base di un reato ideologico, potrebbe sembrare che ci sia un motivo per cancellare Aristotele. Egli ha infatti molta prominenza: migliaia di anni dopo la sua morte, le sue opere etiche continuano a essere insegnate nell’ambito del curriculum filosofico di base offerto nei college e nelle università di tutto il mondo.

E l’errore di Aristotele è stato così grave che ne esce male anche se paragonato ai vari “cattivi” della storia che cercavano di giustificare l’esclusione di determinati gruppi - donne, neri, ebrei, gay, atei – dall’ombrello protettivo della dignità umana. Perché Aristotele arrivava a pensare che tale ombrello non esistesse per nulla.

Eppure io difenderei Aristotele e la posizione che ricopre nei programmi di filosofia, indicando i vantaggi della lettura della sua opera. Può infatti aiutarci a individuare i motivi alla base dei nostri impegni egualitari; e il suo sistema etico può cogliere verità - per esempio, sull’importanza di puntare a un’eccellenza straordinaria - che dobbiamo ancora incorporare nel nostro.

E voglio anche andare oltre e fare una dichiarazione ancora più forte a nome di Aristotele. Non solo i benefici della lettura di Aristotele compensano i costi, non ci sono affatto costi. In realtà non abbiamo alcun motivo per cancellare Aristotele. Aristotele semplicemente non è nostro nemico.

Io, come Aristotele, sono filosofa, e noi filosofi dobbiamo sostenere la possibilità di un radicale disaccordo sulle questioni più fondamentali. I filosofi sostengono come ideale l’obiettivo di non trattare mai il nostro interlocutore come combattente ostile. Ma se qualcuno propone punti di vista che contraddicono direttamente la vostra sensibilità morale, come evitare l’ostilità? La risposta è prenderlo alla lettera, cioè leggere le sue parole come puro veicolo del contenuto delle sue convinzioni.

C’è un tipo di discorso che sarebbe sbagliato prendere alla lettera, perché funge come una sorta di messaggistica. La pubblicità e l’oratoria politica sono esempi di messaggistica, come lo sono molte cose che rientrano nella categoria “fare una dichiarazione”, come boicottare, protestare o scusarsi pubblicamente.

Queste parole esistono per svolgere un compito extra-comunicativo; nel linguaggio della messaggistica, è sempre in gioco un obiettivo diverso dalla ricerca della verità. Un modo per trasformare il discorso letterale in messaggio è quello di allegare una lista di nomi: una petizione è un esempio di discorso non letterale, perché il fatto che più persone credano in una cosa non la rendono più vera.

Mentre il discorso letterale utilizza sistematicamente metodi di persuasione - argomentazioni e prove - volti alla verità, la messaggistica esercita una sorta di pressione non razionale sul destinatario. Per esempio, scusarsi pubblicamente può spesso esercitare una pressione sociale sulla parte lesa affinché perdoni, o in ogni caso dia una dimostrazione di perdono. La messaggistica si colloca spesso all’interno di una sorta di lotta per il potere. In un clima politico molto carico, sempre più discorsi vengono magneticamente attratti dalla messaggistica; difficilmente si può dire qualcosa senza suscitare il sospetto che si stia facendo una mossa nel gioco, che potrebbe richiedere una contromossa.

Per esempio, le parole “Black lives matter” (Le vite dei neri contano) e “All lives matter” (Tutte le vite contano) sono implicate nella nostra lotta per il potere politico in modo tale da impedire a chiunque abbia familiarità con tale lotta di usarle, o di sentirle, letteralmente. Ma se un alieno proveniente dallo spazio, che non ha familiarità con tale contesto, venisse da noi e pronunciasse l’una o l’altra frase, sarebbe difficile immaginare che qualcuno la troverebbe discutibile; il contesto in cui usiamo ora quelle frasi verrebbe eliminato.

In effetti, posso immaginare le circostanze in cui un alieno potrebbe dire che le donne sono inferiori agli uomini senza suscitare in me un’offesa. Supponiamo che questo alieno non abbia un genere sul suo pianeta e che abbia inferito l’inferiorità femminile dal tempo trascorso a osservare il nostro. Finché l’alieno mi parlerà con rispetto, non solo sarò disposta ad ascoltarlo, ma sarò anche interessata a capire le sue argomentazioni.

Ho letto Aristotele come se fosse tale “alieno”. Il suo approccio all’etica era empirico - cioè basato sull’osservazione - e quando si guardava intorno vedeva un mondo di schiavitù e di sottomissione delle donne e dei lavoratori manuali, situazione che poi inseriva nella sua teoria etica.

Quando leggo la sua opera, riscontro quella visione del mondo - e questo è tutto. Non leggo un intento malvagio o un secondo fine dietro le sue parole; non le interpreto come segno del suo cattivo carattere, o come tentativo di trasmettere un messaggio pericoloso che potrei dover combattere o mettere a tacere per proteggere i vulnerabili. Naturalmente in un certo senso è difficile immaginare un’idea più pericolosa di quella che lui ha articolato e sostenuto – ma sostengo che la pericolosità sia meno questione di contenuto letterale che di contesto di messaggistica.

Ciò che rende il discorso veramente libero è la possibilità di disaccordo senza inimicizia e questo non è tanto legato a cosa possiamo dire, quanto a come possiamo dirlo. La “cultura dell'annullamento” è solo la logica estensione di ciò che potremmo chiamare “cultura della messaggistica”, in cui ogni atto di parola è classificato come amico o nemico, in cui il contenuto letterale può venire a malapena comunicato e in cui c’è ben poca fede nelle facoltà razionali di coloro a cui si parla. In tale contesto, anche il grido di “libertà di parola” invita a un’interpretazione non letterale, in quanto non è altro che il modo più efficace per i suoi fautori di acquisire o consolidare il potere.

Ammetto che la grande distanza temporale fra noi e Aristotele rende artificialmente facile trattarlo come un “alieno”. Uno dei motivi per cui gravito nello studio dell’etica antica è proprio la difficoltà di coinvolgere questi autori nelle lotte di potere contemporanee. Quando passiamo al disaccordo su questioni etiche contemporanee molto dense, come i dibattiti sull’identità di genere, troviamo il sospetto, il ripensamento dei motivi, la petizione - i tratti distintivi della cultura della messaggistica - anche tra i filosofi.

Non pretendo che la possibilità di un disaccordo amichevole con Aristotele offra una guida diretta su come migliorare i nostri ben più difficili disaccordi con i nostri contemporanei, ma penso che considerare il caso di Aristotele riveli qualcosa su quale sarebbe l’obiettivo di tali miglioramenti. Quello che vogliamo, quando vogliamo la libertà di parola, è la libertà di parlare letteralmente.

Traduzione di Valentina Gianoli

Agnes Callard, Professore Associato di Filosofia all’Università di Chicago e autrice di “Aspiration: The Agency of Becoming”, scrive di filosofia pubblica sulla rivista The Point.

27 luglio 2020

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