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Germania, la politica dei migranti secondo Brecht

il confronto Merkel-Afd visto dal drammaturgo Bernd Stegemann

Una messinscena dell'opera di Brecht con Mariangela Melato

Una messinscena dell'opera di Brecht con Mariangela Melato Marcello Norberth

Bernd Stegemann dirige uno dei più importanti teatri di Berlino e insegna in una delle principali Accademie d'arte drammatica tedesche. Sulle pagine della cultura della Zeit del 3 aprile 2016, ha deciso di intervenire sulla politica, paragonando le decisioni che la Germania sta prendendo sui migranti a un gioco delle parti teatrale. 

Il riferimento è a L'anima buona del Sezuan dello scrittore e regista anti-nazista Bertolt Brecht. "Dopo che Shen Te ha ricevuto una grossa somma di denaro dagli dei, per poter compiere il bene - spiega il drammaturgo - lei decide di aprire una tabaccheria. Dato che i poveri della sua città sanno della sua bontà, il negozio viene preso d'assalto dai bisognosi e rischia di andare in bancarotta. Per poter restare buona, Shen Te trova un cugino che possiede la necessaria freddezza e gli affida il negozio, che ora viene amministrato da lui anche mediante il ricorso a concorrenza sleale e forme di sfruttamento". Alla fine questo cugino Shui Ta viene processato e la contraddizione tra 'l'anima buona' e i mezzi cattivi usati per realizzarla finisce davanti al giudice. Viene proposta anche la via della "rivoluzione della cattiva realtà", come unico mezzo per risolvere questa contraddizione, in luogo della bontà in se stessa. 

Ora secondo Stegemann la Merkel si troverebbe nelle vesti dell'anima buona di Sezuan, mentre i Paesi dell'est che chiudono le frontiere sarebbero un'incarnazione del cugino cattivo. Non la sola. Un'altra sarebbero le forze dell'estrema destra tedesche, tra cui l'Afd, reduce da alcune affermazioni di cui aveva parlato Simone Zoppellaro in queste pagine. 

L'ingiustizia del mondo però non sembra risolversi mediante la bontà individuale. Anche la Merkel nei panni di Shen Te compirebbe alcune cose inaccettabili, come il considerare la massa dei migranti un "fenomeno naturale" invece di una massa di individui. Così facendo l'opinione pubblica tedesca sarebbe sempre più portata ad accettare un certo grado di disumanizzazione dei rifugiati. 

È la struttura dell'accoglienza tedesca che viene paragonata a un dramma brechtiano da Stegemann. Una struttura che per esempio si serve di un altro personaggio a parole "infrequentabile", Erdogan sempre più nemico della democrazia all'interno, ma sempre più indispensabile per il governo tedesco. In tutto questo rivivrebbero dei "fantasmi razzisti che abitano il fondo della società tedesca", stimolati da immagini negative dei turchi o di altri Paesi, ma poi anche dal mito di avere sempre le mani pulite anche servendosi dei mezzi meno limpidi. 

Ecco quindi il drammaturgo, in un impeto di passione politica che stupisce un po' in un artista (anche se ce ne sono svariati esempi, non tutti arrivano sui giornali a piena pagina), bacchettare la Germania anche per il piano di rimpatriare tutti gli immigrati arrivati in Grecia "grazie agli scafisti" in Turchia, e quindi da lì farne entrare legalmente un certo numero del Paese. "Questo piano riporta alla luce alcune domande Shu-tai-esche che pochi hanno il coraggio di porsi: Che cosa ne sarà degli immigrati che rifiutano di essere ricondotti in Turchia? Che cosa ne sarà di quelli che da lì non rientreranno in Europa? E perché la UE non fa a meno degli scafisti per condurre queste operazioni? Ci si rende conto che solo l'anno scorso i rifugiati passibili di questo provvedimento sarebbero stati 1.5 milioni? E che quest'anno il piano andrebbe sì e no bene per il Centro per la bellezza politica?".

Il merito di questo articolo è di offrire una lettura umanistica proprio alla politica, e a una delle questioni più controverse degli ultimi anni: l'accoglienza dei migranti da parte dell'Europa, tema sul quale il ruolo della Germania appare decisivo. Il tutto cercando di fornire "l'altra metà della verità" ai dogmi dei partiti e delle ideologie. Il dramma sorge perché nelle contraddizioni della democrazia rischiano di prosperare neonazisti. Per Stegemann, lo slogan del governo tedesco, Wir schaffen das (ce la facciamo), viene percepito da milioni di tedeschi come un vuoto slogan, che non abbraccia i grandi temi della globalizzazione e della precarietà e come si è detto risulta anche poco adatto a comprendere un tema molto sfaccettato come i destini di milioni di persone. L'epilogo, suggerisce il drammaturgo, dovrebbe essere che Shen Te e i cugini cattivi si ricordino di non considerare "una massa naturale" anche gli estremisti e le varie forme d'opposizione, che stanno purtroppo facendosi più forti. Vale come sempre la massima spinoziana: "Non ridere, non piangere, non indignarti, ma sforzati di comprendere". 

Carolina Figini, Redazione Gariwo

4 aprile 2016

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