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Incontro con Jan Brokken

a Torino Spiritualità

Si è da poco concluso il festival Torino Spiritualità, un progetto della Fondazione Circolo dei Lettori, divenuto negli anni un imperdibile appuntamento per oltre 25.000 persone, che quest’anno aveva nel titolo la parola “Pelle”. La mia, la tua, la nostra pelle e quella degli altri: la pelle del mondo, animale o verde di foglie, pelle che ha paura e che richiede cura.

Immersi nella bellezza antica del Museo Nazionale del Risorgimento, circondati dalla storia dipinta nell’Aula della Camera, abbiamo ascoltato lo scrittore olandese Jan Brokken, autore de I Giusti (Iperborea, traduzione di Claudia Cozzi) in dialogo con lo storico Carlo Greppi (con la traduzione consecutiva di Sarah Cuminetti).

Il libro, frutto di anni di ricerca storica, racconta la storia del salvataggio di circa diecimila persone, la storia di Jan Zwartendijk, capo filiale della Philips a Kaunas, console olandese in Lituania, che non era un eroe nato, ma prende una decisione improvvisa per aiutare i rifugiati ebrei che bussavano alla sua porta, che sceglie di salvare la pelle degli altri dallo sterminio nazista. Naturalmente, può farlo solo insieme ad altre persone (il sottotitolo dell’edizione inglese parla di sei Giusti, ma probabilmente sono ancora di più quelli che collaborarono) che operano, pur senza incontrarsi, tessendo questa rete di salvataggio che guida, fornendo loro dei visti, denaro, cibo e soccorso, migliaia di ebrei verso l’Asia, verso Shangai, verso la salvezza.

Jan Brokken decide di raccontare questa storia grazie all’incontro con un professore di lingua yiddish, Dovid Katz che, nel Museo Ebraico di Vilnius, gli mostra una foto di Jan Zwartendijk, ritratto con i suoi figli, narrando di come questo signore avesse salvato migliaia di ebrei durante la guerra mentre era console olandese in Lituania e chiedendogli come mai nessuno, nemmeno in Olanda, avesse mai raccontato la sua storia. Brokken non può che dargli ragione e trova la storia che stava cercando. Inizia chiedendosi come Zwartendijk, nel 1940, abbia potuto capire cosa stava per succedere, prevedere la portata dell’olocausto. Lo fa, dice l’autore, trovando il coraggio di guardare in faccia la sofferenza, la verità e quando questo non accade, di solito succedono delle catastrofi. Anche oggi molte persone preferiscono girarsi dall’altra parte. Brokken riscontra come tratto comune a tutti i Giusti la volontà di fare davvero qualcosa per gli altri mentre i comuni mortali dalla coscienza elastica stanno a guardare con le mani in mano.

Non sono storie facili da raccontare, c’è innanzitutto un problema di tracce, di fonti, spesso cancellate proprio per permettere il salvataggio; lo stesso Zwartendijk diede alle fiamme la lista degli ebrei a cui aveva rilasciato il visto per l’isola delle Antille Olandesi Curaçao. C’è poi il silenzio della maggioranza dei salvati. In questo caso saranno preziose le voci dei figli del protagonista, Edith e Rob, quelli che Brokken aveva intravisto nella foto al museo e che lo accompagneranno, nei luoghi teatro degli eventi narrati.

Ci sono quindi più persone protagoniste di questo salvataggio, tra i quali spiccano il console giapponese Chiune Sugihara, anche lui di stanza a Kaunas, in Lituania, e l’ambasciatore polacco in Giappone, Tadeus Romer, e tanti altri, molte figure consolari, che forniscono soccorso lungo l’incredibile percorso che gli ebrei in fuga percorrevano: dalla Polonia alla Lituania, grazie al visto raggiungevano in treno Mosca, da qui, Vladivostok con la Transiberiana, dove prendevano il traghetto per il Giappone per proseguire verso Shangai e poi sperare di raggiungere l’Australia, la Nuova Zelanda, gli Stati Uniti.

Accanto, scorrono le storie dei salvati, di chi ha avuto una vita da vivere e raccontare grazie alle azioni di Zwartendijk e della rete che aveva contribuito a costruire. Come quella di Leo Adller, che nel 1939 dalla Baviera si trasferisce a Mir per i suoi studi rabbinici e sua moglie Bella, conosciuta a Kaunas, che nella fuga vengono separati e per 7 lunghissimi anni di terrore non si incontreranno più, fino a quel momento all’aeroporto di New York, quando Leo vede suo figlio Marek, nato dopo la sua partenza, per la prima volta. I salvati, che nella grande maggioranza dei casi però non contatteranno Zwartendijk per dire che erano sopravvissuti, lo faranno solo in 4. Lui morirà senza sapere di aver salvato migliaia di persone, rimproverato con una nota di demerito dal suo stesso ministero per aver infranto le regole, nel 1964, quando ormai tutti sapevano cosa era accaduto, quando era chiara la portata dei sui gesti. Così come il console giapponese Sugihara che, dopo essere stato prigioniero di guerra insieme alla sua famiglia per 18 mesi, verrà licenziato nel 1947 e morirà povero. I figli di Zwartendijk, vedendolo sempre più triste e malato, un uomo che dubita di se stesso e delle conseguenze delle sue azioni, decidono di chiedere al Centro per la Memoria dell’Olocausto di Gerusalemme e al Centro Simon Wiesenthal di Vienna di cercare le tracce di chi aveva, in quel determinato periodo lasciato l’Europa attraverso la Lituania con un visto olandese per Curaçao, per provare a capire quante potevano essere. Ma l’operazione richiede tempo e quando Zwartendijk muore, nel settembre 1976, nel giorno del funerale, i figli ricevono una lettera che dice che il 95% delle persone che lui aveva aiutato erano sopravvissute, anche se nessuna aveva raggiunto Curaçao.

Il riconoscimento tardivo, quando avviene, del valore dei gesti dei Giusti è forse, secondo Brokken, una delle cose più tristi con cui ha fatto i conti mentre scriveva questo libro. Anche tra le 27921 persone onorate da Yad Vashem, quante ne abbiamo in mente? E quante persone che hanno operato alle periferie dello sterminio, con ruoli non riconoscibili, agendo nelle campagne, nelle cantine, le portinaie, i contadini, gli operai, i vicini di casa, non conosceremo mai?

Allora la visione di Gariwo, il cercare ovunque, anche nella contemporaneità, le storie delle persone che condividono i tratti comuni che attribuiamo ai Giusti, riconoscerle e raccontarle, onorarle nei Giardini, può essere una risposta, che prova a rendere giustizia al loro valore. Raccontare queste storie fa sì che sia ancora più facile riconoscersi nell’altro, seguirne l’esempio, ancor più se è una persona vicina a noi nel tempo e nello spazio, addirittura, talvolta, ancora viva. Gli stessi discendenti di Jan Zwartendijk, nipoti e pronipoti, in occasione della presentazione del libro, hanno chiesto a Brokken cosa aveva guidato secondo lui il loro avo nelle sue azioni; oggi che la guerra è vicina e i profughi fuggono, si chiedono come poter agire per fare del bene, come poter seguire l’esempio del nonno.

Jan Brokken conclude con un invito a continuare a credere nell’umanità, anche o proprio in tempi bui come quelli che stiamo attraversando, suggerendo una tendenza della società: più questa tende al fascismo, più si alzano persone coraggiose. Continuiamo a credere nell’umanità, perché se perdiamo questo, perdiamo anche noi stessi.

13 ottobre 2022

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