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L'archeologia come presenza morale

intervista a Giorgio Buccellati

Nel Nord della Siria, a pochi chilometri dal confine turco, il professor Giorgio Buccellati lavora da oltre trent’anni al sito archeologico della città hurrita di Urkesh, che ha scoperto insieme alla moglie. Buccellati, che oggi insegna all’Università di California, ha dovuto lasciare il sito a causa dello scoppio del conflitto, ma è riuscito a creare una rete locale di “guardiani del territorio”, puntando sulla consapevolezza e sulla sensibilizzazione delle popolazioni locali. Ecco cosa ci ha raccontato.

Da oltre trent’anni dirige gli scavi in Siria. Può parlarci del sito di Urkesh?

Dirigo gli scavi insieme a mia moglie, che insegna nel mio stesso istituto, dal 1984. Nel 2010 abbiamo interrotto i lavori a causa della guerra, e non siamo più potuti tornare in Siria. La città di Urkesh è molto antica, ha inizio nel 4000-3500 a.C. e viene abbandonata verso il 1300 a.C.. È molto importante, perché rappresenta una cultura diversa e non ancora ben nota nel Vicino Oriente, quella degli hurriti - contemporanei dei sumeri. La formula di vita urbana impiantata in questo sito è quindi diversa da quella presente nel Sud del Paese.

Una delle caratteristiche del vostro lavoro è stata quella di inserire direttamente nei progetti personaggi locali…

Assolutamente sì, è stato molto importante per noi, innanzitutto per la conservazione delle strutture architettoniche, che sono per lo più di mattoni crudi e quindi hanno una vita molto labile con la pioggia e la neve di questa zona. Conservare il sito voleva dire avere una responsabilità deontologica, tipica della nostra disciplina, ma significava anche mostrare rispetto verso la “dignità” dei monumenti. Conservarli, inoltre, significava dire alla popolazione locale che quello che stavamo trovando era importante anche se non aveva l’aspetto colossale del Partenone o delle Piramidi.

Quali percorsi avete avviato con la popolazione locale? E come proseguono oggi?

Innanzitutto era fondamentale un percorso educativo, rivolto anche agli operai. Ogni settimana organizzavamo una conferenza per spiegare il lavoro fatto e comunicare l’importanza del sito.
In questa chiave, usavamo anche una serie di spiegazioni stampate, molto semplici - in quella che io chiamo “l’arte povera della conservazione e della presentazione del sito”. È stato molto bello vedere che questo percorso funzionava, e che addirittura durante i weekend gli operai venivano al sito con le loro famiglie.
Per noi è stato importante anche lavorare a progetti di educazione rivolti ai bambini delle scuole elementari dei villaggi vicini a noi. Volevamo inoltre creare un parco archeologico che valorizzasse il lavoro delle donne e della popolazione - parlo di circa 22 villaggi in questo parco, in un’area di 54 km quadrati - e garantisse loro una certa sostenibilità economica. Avrebbero dovuto produrre manufatti che sarebbero stati di interesse per i visitatori, ma non abbiamo mai potuto lanciare il parco in maniera concreta, perché ci è mancato il tempo. Le donne però hanno iniziato a realizzare oggetti, bambole, vestiti, che noi riusciamo a far uscire dalla Siria. Trovo che questo sia molto bello, perché è un’iniziativa locale.

Lei ha parlato di “archeologia come presenza morale”. Cosa significa?

La presenza morale è una realtà che si è sviluppata in questi cinque anni di assenza dal sito. Vuol dire che, al di là della presenza fisica durante gli scavi, c’è una realtà viva, un contatto continuo tra noi e le persone che lavorano al sito. Con le sei persone che sono rimaste in Siria, tutte del luogo, c’è un rapporto che rimane anche se ormai non le vediamo più. Siamo in contatto stretto in tutti i modi, soprattutto per incoraggiarli. Una delle cose che mi ha colpito molto è che dopo cinque anni non si nota il minimo segno di fatica in queste persone, ma anzi continua un grande senso di impegno. La presenza morale è reciproca: noi siamo presenti per incoraggiarli e dare loro una certa guida, e loro rispondono a tutto questo con azioni ed espressioni a volte anche commoventi.

Quanto conta la consapevolezza delle popolazioni locali per la difesa dei monumenti? Possono essere considerati “guardiani del territorio”?

Assolutamente sì, questo era proprio il nostro messaggio, soprattutto nel caso di Urkesh, che è molto particolare. Gli hurriti, come i sumeri, sono scomparsi completamente, non hanno avuto una continuità con le popolazioni contemporanee. È quindi importante trasmettere l’idea che se è vero che questi luoghi non erano curdi, arabi o armeni, è come se lo fossero, e i siriani di oggi devono comunque identificarsi con le popolazioni che vivevano nel loro stesso territorio. Questo era il nostro messaggio, e ha funzionato, nel senso che si è verificata questa immedesimazione, si è sviluppata la consapevolezza di essere in presenza di qualcosa di prezioso. E questa consapevolezza sta diventando una forma di auto-identità, di identità di gruppo, che aiuta a riconoscersi in un passato comune, nonostante questo sia lontano e diverso da tutte le varie etnie locali.

Al Meting di Rimini del 2014 ha parlato di “coraggio tra le rovine”, citando in primo luogo l’esempio del Direttorato Generale delle Antichità. Come ha operato questo ente?

Vorrei innanzitutto fare una premessa. Il Direttorato delle Antichità ha una lunga e gloriosa storia. Sono sempre stati molto professionali, in qualunque momento, anche di crisi - e in questi 30 anni ce ne sono stati parecchi. Anche nei nostri confronti, quello che veniva sempre messo al primo posto era un rapporto tra archeologi, tra professionisti, non tra siriani e italiani, o americani.
Il Ministero della Cultura, da cui il Direttorato dipende, ha sempre messo in atto una politica di sviluppo regionale, con una gran quantità di luoghi culturali e di musei anche nei centri più piccoli: invece di concentrare tutto a Damasco, avevano deciso di costruire un grande museo in ogni provincia. Questo è indicativo di una grande volontà di distribuzione della cultura, e si manifesta anche nella gestione della crisi di oggi. Il direttore attuale, Maamoun Abdul Karim, è una persona eccezionale. Si è prodigato in tutti i modi non solo per attuare le misure normali di prevenzione - come rimuovere gli oggetti dai musei e portarli in luoghi nevralgici più sicuri -, ma anche per mantenersi personalmente in contatto con tutti i subalterni e i guardiani dei siti. Ha quindi dimostrato la capacità di cambiare l’atteggiamento nei confronti della cultura in un momento di pericolo. Per fare questo è stata utile anche la posa, nel 2012, di diversi pannelli di 6-7 metri di altezza, posizionati in tutte le città della Siria in cui si poteva arrivare. Attraverso poche parole e immagini molto efficaci, questi pannelli spiegavano alla gente che il patrimonio artistico è il loro patrimonio, che la storia di quei luoghi è la loro storia, e che quindi è necessario proteggerli e difenderli.

In un’intervista ha dichiarato che in America ha imparato “la responsabilità sociale dell’intellettuale”. Cosa intende con questo concetto? 

La responsabilità sociale dell’intellettuale è quella di comunicare valori. Personalmente, il valore che studio è quello dell’esperienza umana, passata da molto tempo ma tuttavia ancora viva. È qualcosa che non si esaurisce in chiave formale, che ha un impatto sulla mia vita e su quella degli altri a cui lo posso comunicare. In America non ci sono schemi universitari o istituzionali che restringono il modo di comunicare ciò che uno sente. Questa “libertà” - che non è la libertà di poter dire quello che si vuole, ma la libertà da certi schemi mentali - mi ha aiutato molto a cercare di comunicare quelli che io percepisco come valori non immediatamente trasparenti e percepibili, e che quindi hanno bisogno di essere mediati. L’intellettuale deve fornire questa mediazione, per poter condividere valori umani che quindi sono “reali” per tutti, non solo per noi occidentali.

a cura di Martina Landi, Redazione Gariwo

9 giugno 2015

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