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La cultura russa che non cede alla propaganda. Intervista a Linor Goralik (ROAR)

di Joshua Evangelista. Traduzione dal russo di Tatiana Pepe

"La rivista ROAR è nata prima di tutto come mia necessità. Ho iniziato a metterla assieme il 10 marzo, quando i miei sentimenti di terrore e impotenza di fronte a quello che stava accadendo si erano ormai fatti mostruosi", racconta a Gariwo Linor Goralik, direttrice e principale animatrice della Russian Oppositional Art Review (ROAR), una rivista lanciata lo scorso 24 aprile e pubblicata con cadenza bimestrale per far conoscere la cultura contemporanea in lingua russa (nelle forme più variegate: poesia, spartiti musicali, saggi, narrativa, video, web design) che si oppone alla cultura ufficiale, "lealista e servile" che sostiene l'invasione russa dell'Ucraina.

Nata a Dnipropetrovsk nel 1975, Linor è una scrittrice, poeta, saggista e traduttrice dall'ebraico e dall'inglese. Dal 2000 ha vissuto per molti anni a Mosca e oggi, dall'estero, coordina i contributi di decine di artisti, scrittori, giornalisti che mandano il loro materiale per essere pubblicato su ROAR, che si avvia verso il suo quarto numero. Alcuni anonimi, altri firmati, questi lavori permettono di avere un'idea del fermento culturale che c'è in Russia ma che non emerge dalla cronaca quotidiana. Come suggerisce il suono onomatopeico, ROAR è un grido contro la violenza, la giustizia e l'impunità, il cui compito è quello di unire e diffondere queste energie fino a quando non sarà più necessario "dividere la cultura russofona in cultura di opposizione e cultura asservita". Come ha scritto Nina Friess, questo progetto dimostra che "c'è e continuerà ad esserci una cultura russa e di lingua russa molto lontana dalla propaganda guerrafondaia e adoratrice del Cremlino". Grazie al preziosissimo supporto della traduttrice Tatiana Pepe, abbiamo raggiunto Linor Goralik per conoscere la storia di ROAR, in attesa dell'uscita del quarto numero.   

Come è nata l’idea di ROAR?

La rivista ROAR è nata prima di tutto come mia necessità. Ho iniziato a metterla assieme il 10 marzo, quando i miei sentimenti di terrore e impotenza di fronte a quello che stava accadendo si erano ormai fatti mostruosi. Dovevo fare qualcosa. Ma cosa avrei potuto fare? In quei giorni sui canali social i miei colleghi - poeti, scrittori, drammaturghi, artisti, musicisti – stavano dando una forma del tutto nuova alla loro protesta, esprimendo rabbia e disperazione, opposizione alla guerra e speranza di pace. Ho pensato che, raccolte e fatte risuonare all’unisono, queste voci avrebbero avuto un impatto ancora più incisivo. E così è nata ROAR.

Come avete ribadito più volte nelle vostre pubblicazioni, la guerra ha un impatto sul linguaggio. In questo modo riesce a manipolare l’immaginario collettivo. In che modo questo fenomeno può essere contrastato?

Non so se sia possibile contrastarlo. La guerra è una tragedia di tale portata che qualsiasi persona sensibile e pensante, e ancor di più chiunque lavori con le parole, non può che esserne coinvolto.

Ma si può, secondo me, percorrere una strada diversa: puoi riflettere su cosa la guerra sta facendo a te, alla tua lingua, alla lingua delle persone che ti circondano, puoi avere uno sguardo attento e costante e cercare di capire se sta succedendo qualcosa di assolutamente inaccettabile, qualcosa contro cui sei pronto a batterti, nel mondo esterno o dentro te stesso. O al contrario, se sta accadendo qualcosa di importante che richiede una riflessione e forse un’espressione artistica, e su questo cercare di lavorare.

Avete avuto minacce dall’inizio di questa esperienza editoriale?

Sì, certo. Ne ho ricevute e continuo a riceverne mentre lavoro alla rivista ROAR e a News-26, un progetto che racconta la politica russa agli adolescenti. È del tutto normale, ci sono abituata.

Cosa dobbiamo aspettarci dal quarto numero di ROAR?

Il quarto numero di ROAR uscirà il 24 ottobre e raccoglierà, come sempre, generi molto diversi (dalla poesia ai saggi, dalla drammaturgia alla prosa, dall’arte alla musica) e autori molto diversi: dai nomi più noti ai lettori interessati alla cultura moderna (ad esempio, Alexandr Skidan, Anna Russ, Vera Pavlova, Gali-Dana Singer, Danil Faizov, Danil Davydov, Evgenia Nekrasova, Polina Barskova, Sergei Lebgrad, Andrei Gritsman, Inna Kulishova e altri), fino ad autori meno noti, ma non per questo non meno degni (Inna Ursova, Ksenia Pravkina, Lev Kolbachev, Pavel Kvartalnov, Faina Rosenberg ecc).

Su ROAR c’è la possibilità di pubblicare in forma anonima le proprie opere. Eppure alcuni autori decidono di firmarle, nonostante i rischi verso cui vanno incontro. Cosa li spinge, secondo te, a firmare i loro scritti, nonostante tutto?

Mi sembra davvero molto significativo che molti artisti, poeti, musicisti che nei primi due numeri avevano preferito pubblicare in maniera anonima, a partire dalla terza o quarta uscita abbiano scelto di rivelare il proprio nome. Alcuni di questi autori hanno lasciato la Russia, ma altri mi hanno scritto di essere stanchi di aver paura e di nascondersi. Tra gli autori rimasti in Russia ce ne sono alcuni per i quali, a mio parere, firmare un lavoro di opposizione alla guerra è una forma di protesta. Per altri è un modo per sentirsi ancora non sopraffatti dalle pressioni del potere e dalla paura...

È una domanda molto importante questa, alla quale più che le mie ipotesi serviranno ricerche approfondite.

Abbiamo letto testimonianze di intellettuali dissidenti russi che hanno affermato che dall’inizio della guerra si sono sentiti abbandonati dal resto del mondo. Che cosa pensi a riguardo?

È una domanda molto difficile. All’inizio della guerra ho viaggiato lungo la linea Tbilisi-Erevan-Istanbul-Tel Aviv per cercare di parlare con i dissidenti fuggiti dalla Russia e prendere appunti anonimi sulle nostre conversazioni (http://linorgoralik.com/tbilisi.html). Ho capito allora che non si può generalizzare, le persone avevano e hanno sentimenti diversi, a seconda delle situazioni e delle possibilità che si aprono di fronte a loro. E questo mi sembra vero anche oggi.

Tu sei nata a Dnipropetrovsk, in Ucraina, hai vissuto tanti anni in Israele, sei moscovita. Credi che l’aver vissuto tanti luoghi e culture diverse ti abbia permesso di vedere la guerra con uno sguardo diverso?

Non credo di avere una visione “speciale” della guerra. Di certo so che il mio sguardo sulla guerra si è formato sulla base di tre elementi: la mia fede cristiana, per cui la guerra è inaccettabile in qualsiasi circostanza, è qualcosa di mostruoso e inammissibile; la mia infanzia sovietica, con la sua mostruosa paura della guerra; e - parlando della guerra di oggi in particolare - la mia infanzia ucraina, per cui provo un dolore unico e acutissimo per ciò che sta accadendo. Ma non sono l’unica; credo che le mie emozioni non siano affatto isolate.

Putin ha chiamato una “mobilitazione parziale”, richiamando i militari in riserva. Quando si fermerà?

Se solo lo sapessi! Se potessi anche solo supporre di conoscere la risposta a questa domanda, probabilmente farei tutt'altro. Non sono un politico, né un analista militare, né un visionario. Posso dire solo una cosa, visto che al centro di questa intervista c’è ROAR: la mia speranza è che la rivista chiuda il prima possibile. Questo progetto esiste solo da quando ha un senso dividere la cultura russofona in cultura di opposizione e cultura asservita. Quando "tutto questo" finirà, finirà anche ROAR; non vedo l'ora che arrivi questo momento.

4 ottobre 2022

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