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Sulla cancel culture. Dopo la lettera di Harper’s

un punto di vista

PIXABAY

Il termine cancel culture (dal Collinsdictionary: un clima sociale in cui una persona, un'organizzazione, ecc. può venire ostracizzata in risposta a un percepito illecito), inteso come cultura della cancellazione, è entrato nel lessico comune di giornalisti, attivisti e commentatori politici, principalmente americani, per designare e raggruppare una serie di eventi che delineano una percepita tendenza al silenziamento, alla censura, al bullismo nei confronti di chi esprima opinioni o messaggi non in linea con quella che viene connotata come morale o “cultura dominante". Secondo molti utilizzatori del termine, c'è una tendenza sempre più allarmante in seno alla società (o meglio, ai social networks) che pericolosamente restringe il dominio della libertà di parola attraverso un'operazione di igiene terminologica e bullismo digitale (corollario del quale è il public shaming) che può provocare conseguenze molto concrete come la cancellazione di post o contenuti, la richiesta di apologia pubblica o addirittura il licenziamento.

Questa percezione può essere in parte giustificata, esiste in effetti - soprattutto negli Stati Uniti - un meccanismo che sta portando in certi casi all’estremo il controllo sulle opinioni espresse e alla gogna mediatica, che deve essere analizzato, ma questo discorso merita un dibattito approfondito e non va semplificato per sottovalutare il potere delle affermazioni ed ergersi a tutela di chi realmente inneggia alla violenza e mette in possibile pericolo chi è più debole. In quei casi, la condanna, con anche conseguente cancellazione o modifica, di un contenuto da parte di un giornale o di un social network può essere una possibilità legittima, se non auspicabile.

Gesti come boicottare un social network in modo da costringerlo a prestare una maggiore attenzione ai contenuti di odio che permette di veicolare, criticare il fatto che il direttore della sezione Opinioni dalla testata con la maggiore risonanza mondiale - James Bennet - permetta la pubblicazione di un pezzo che chiedeva l’intervento dell’esercito per fermare i manifestanti BLM, non andrebbero etichettati con il termine cancel culture, allo stesso modo in cui non è buonista (nella polemica accezione che si sta dando a questo termine) chiedere che non si scriva “negro” o “il virus scansa gli immigrati”; diverso invece è togliere un titolo di studio a una persona che ha espresso opinioni equivoche, licenziare o allontanare con facilità per non dover nemmeno sfiorare polemiche, togliere opere dai musei e libri dalle università (anche il testo più nefando merita di essere conosciuto o studiato), cancellare autori dai programmi di studio, pretendere una retorica della purezza di opinione sterile sul piano politico e culturale. Questi ultimi rappresentano pericoli reali, seppure ancora marginali rispetto all’urgenza di resistere al dilagare inarrestabile dell’intolleranza e del razzismo. Al di fuori dell'arena social, infatti, le conseguenze di questa tendenza oscurantista hanno causato per ora poca cosa (al di là delle dimissioni dei redattori del NYT, controbilanciate dal licenziamento di decine di giornalisti di colore o colpevoli di aver dato voce alle proteste delle minoranze, come nel caso dei provvedimenti verso Alexis Johnson di Pittsburgh Post-Gazette).

Non serve al dibattito internazionale una guerra alle parole e alle opinioni diverse, né una dittatura dei social media, ma non è in questa sfera che rientra l’attenzione ai discorsi d’odio e razzisti. Tutti coloro che diffondono informazione non posso prescindere dalla responsabilità che hanno rispetto al potenzialmente infinito pubblico che raggiungono.

Si inserisce qui la lettera/appello su Harper's sulla libertà di parola firmata da alcuni intellettuali di spicco del mondo accademico e giornalistico che, seppure abbia avuto il pregio di aprire a livello internazionale uno scambio di opinioni sul tema, risulta quindi un po’ vaga, non offre esempi concreti e forse non si è dimostrata all’altezza della complessità di quest’indagine, che rischia di confondere la libertà di parola - la libertà di essere pacificamente in disaccordo - con la responsabilità per le proprie affermazioni pubbliche.

È importante, inoltre, non lasciare che questa attenzione, del tutto legittima, alla cancel culture, superficie di una lotta ben più profonda, distolga lo sguardo dal momento storico che si sta avvicinando sempre più concretamente, quello di fare i conti con la lunga storia di oppressione e censura delle minoranze, che non è fatta esclusivamente di parole e non si combatte solo mettendo dei tabù alle stesse.

In allegato il testo completo della lettera su Harper's

Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

23 luglio 2020

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