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Tutti insieme per parlare di non profit

incontrarsi, condividere, migliorare

Stefano Zamagni al Nonprofit Day 2019

Stefano Zamagni al Nonprofit Day 2019 Festival del Fundraising

Ieri siamo stati al Nonprofit Day 2019 nella sede del Sole 24 Ore, una giornata pensata per mettere in contatto tutti coloro che lavorano nel Terzo settore, il mondo in cui incontrarsi e fare squadra è la base di una mission condivisa: migliorare le realtà in cui viviamo. È stato un interessante assaggio di quello che sarà la prossima edizione del Festival del Fundraising, la più grande conferenza italiana dedicata al tema.

La giornata si è aperta con l'intervento d'eccezione di Stefano Zamagni, economista apprezzato in tutto il mondo ex presidente dell'Agenzia per il Terzo settore e attuale presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, che ha reso subito chiare le chiavi di volta dell'iniziativa: concretezza e consapevolezza delle potenzialità di una realtà, quella del non profit, che ha radici lontane sino alla Charta Caritatis del 1098, la quale sostituì il termine elemosina con la parola beneficentia, fare il bene con intelligenza. In futuro, la conoscenza codificata, racconta Zamagni, verrà probabilmente veicolata dai robot, ma nessuno potrà sostituire la conoscenza tacita, quella insita in ognuno, che il Terzo settore più di tutti può valorizzare. Ed è lo stesso ambito che va a favorire anche un ordine sociale tripolare - formato da Stato, mercato e comunità - amico della democrazia e antidoto al crescere di nazionalismi e sovranismi, che annichiliscono la componente umana della società. Un'altra parte fondamentale del non profit insieme alla beneficenza è infine la benedicentia, dichiara il professore, ossia dire il bene, perché la virtù è contagiosa e va raccontata. 

Un dispensatore senza limiti di idee comunicative è Luca La Mesa, che non ama definirsi esperto di influencer marketing e social perché, dice, è un termine che sembra escludere, mentre possiamo tutti essere ideatori di una strategia, di una campagna, di un'attività a impatto sociale che ci faccia incontrare i bisogni della comunità. I social media servono appunto per coinvolgere le community, per diffondere un messaggio - che nel caso del non profit ha radice nel fare del bene -, altrimenti cristallizzato nello "sposare una causa" senza una persona che ci parli di essa, che la metta in pratica facendolo sapere, un influencer per l'appunto. 

Valerio Melandri, padrone di casa in qualità di fondatore del Festival del Fundarising e dell'omonimo master all'interno dei programmi di studio dell'Università di Bologna, ha rimarcato l'urgenza di lavorare sullo storytelling del Terzo settore e sconfiggere i falsi miti che stanno danneggiando il lavoro delle organizzazioni non profit. Aiutare, fare il bene, sono azioni quasi sempre scaturite da una richiesta ben specifica. Come esempio, Melandri ha citato un famoso studio di Yaish e Vaese del 2001. Secondo un'analisi accurata sui dati di coloro che hanno e non hanno salvato gli ebrei durante l'occupazione nazista in Europa, gli autori sono giunti alla conclusione che una richiesta diretta di aiuto ha aumentato notevolmente la probabilità di essere salvati. Gli stessi ebrei in pericolo hanno chiesto alle persone che conoscevano e alle persone di cui si fidavano di agire come mediatori. La conclusione dello studio è che solo pochi di quelli a cui è stato chiesto di aiutare non hanno aiutato. Questa scoperta suggerisce l'esistenza di un meccanismo di selezione: i soccorritori hanno segnalato la loro disponibilità ad aiutare e sono stati successivamente invitati a farlo. La sfida, per gli operatori del Terzo settore di oggi, è di stabilire una simile connessione con il proprio pubblico di riferimento.

Per concludere, gli organizzatori hanno proiettato un contributo speciale di Grant Leboff, "guru" della comunicazione digitale dopo il suo fortunato libro "Sticky marketing" (Kogan Page, 2011). Leboff ha sfidato gli attori del non profit italiano a non essere semplici "disturbatori" per attirare l'attenzione di un pubblico generalista sempre più distratto e confuso dall'esorbitante numero di sollecitazioni digitali. "Non basta inviare messaggi intelligenti", ha spiegato Leboff, "serve avere buone conversazioni" con chi ci segue. L'immagine del brand, anche nel non profit, "si cotruisce grazie alle conversazioni". La sfida che lancia Leboff è quindi quella di avere il coraggio di rivedere il modo in cui misuriamo i risultati della nostra comunicazione, da un semplice ROI (risultati sull'investimento) a un ROE (risultati sull'engagement, o coinvolgimento). Perché non ha senso concentrarsi sulla viralità, conclude Leboff, serve lavorare su un movimento - di attivisti, volontari, donatori - attratti dall'idea di fare il bene. Adesso l'appuntamento è al Festival del Fundraising dove, ca va sans dire, Grant Leboff sarà uno degli oratori principali. 

23 ottobre 2019

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