English version | Cerca nel sito:

Raccontare il lager, oggi

Valter Malosti porta a teatro una versione intima e tecnologica di "Se questo è un uomo"

Valter Malosti in uno dei momenti più struggenti del monologo

Valter Malosti in uno dei momenti più struggenti del monologo

All’inizio degli anni Ottanta, in occasione di un’intervista rilasciata a Federico Cereja e Anna Bravo, Primo Levi spiegò che il linguaggio delle sue opere era pensato per raggiungere lettori non inquadrabili in cerchie professionali o intellettuali: “Io scrivo e cerco di farlo”, diceva Levi, “in modo che qualsiasi persona di buona volontà possa capire il mio discorso”.

Quasi quarant’anni dopo, la sfida di qualsiasi compagnia teatrale che intende portare sul palco Se questo è un uomo è restituire la forza dirompente, immediata e accessibile della prosa di Levi a un pubblico italiano che - dati Isfol Piaac - nel 70% dei casi è analfabeta funzionale, quindi incapace di elaborare le competenze di lettura di base. Per intenderci, un pubblico decisamente meno attento di quello del Dopoguerra.

La sfida, ardua, è stata raccolta da Valter Malosti, in questi giorni al Teatro Parenti di Milano con la sua personale versione di Se questo è un uomo, frutto di una ricerca testuale approfondita e dell’incontro con altri registri narrativi.

Due ore di spettacolo in cui l’attore e regista spoglia di qualsiasi orpello il racconto del lager, limitandosi semmai ad ampliarne l’effetto di disgusto e alienazione con il “megafono” delle luci di Cesare Accetta e soprattutto dei suoni del talentuoso sound designer Gup Alcaro. Scevro da retorica e manierismi, Malosti riesce a mantenere viva la tensione grazie a un’ottima sintesi del testo e a un collage attento in cui le pause del monologo vengono riempite da alcuni dei versi che Levi aveva scritto subito dopo la liberazione sovietica, musicati in madrigali.

La scenografia scarna spiazza, confonde, proprio come accadde al giovane Levi durante il viaggio, anche metafisico, dal campo di transito di Fossoli alla destinazione finale di Auschwitz, quando passando per le infinite tappe del Brennero, Salisburgo e Vienna. E il parallelismo con l’inferno dantesco, tanto centrale in Levi, viene restituito da Malosti con maestria attraverso pochi dettagli: una valigia di cartone, il 174517 in sovrimpressione, gli aneddoti sugli scherni fatti “agli schiavi degli schiavi”. La neve che penetra nelle ossa durante le ispezioni, l’acqua putrida sarcasticamente non potabile, gli zoccoli spaiati che provocano le piaghe ai piedi e persino i colpi dei tedeschi ai fidanzati che si salutano un secondo di troppo prima del commiato: tutte le storie di violenza sono sussurrate, al centro c’è la mestizia della perdita della dignità. La violenza è un’evocazione che si confonde con l’angheria della natura glaciale e silenziosa che ospita la fabbrica di gomma di Monowitz, setting della soluzione finale.

Del resto, nella prima versione teatrale di Se questo è un uomo andata in scena nel 1964, le SS non comparivano mai: erano solo “intuibili” grazie al suono gracchiante e rabbioso, quasi incomprensibile, che usciva da altoparlanti disposti lungo il teatro.

La scelta di restituire la “semplicità” dell’orrore attraverso supporti visuali e sonori potenti e dismessi allo stesso tempo, toglie e non aumenta, dando così contemporaneità alla struttura esperienziale senza sviare dal messaggio, senza tempo e quindi immutato, di Se questo è un uomo.

Reiterando quella necessità di far sapere quello che è stato fatto e che può continuare a essere fatto, anche se in tempi e in forme diverse. Malosti legge gli scritti di Levi - "un uomo normale di buona memoria", come l’autore torinese amava definirsi - con un tono asciutto che si limita, ed è il pregio più importante, a propagare con i suoni di oggi quel che è stato raccontato e non può essere dimenticato.

Come scriveva il sociologo Max Horkheimer, chi è “esposto a un'eternità di tormenti inflittigli dagli altri uomini” è animato dall'idea che nel futuro “verrà qualcuno assicurandogli verità e giustizia”. La sfida di oggi è perpetuare la verità attraverso un racconto che raggiunga tutti e al contempo non venga alterato. Malosti ci riesce.

Joshua Evangelista

10 ottobre 2019

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Cultura, dialogare con il mondo

visioni e consapevolezze

Gariwo, la foresta dei Giusti lavora sul tema dei Giusti da molti anni, con l'obiettivo di diffondere nella società civile e presso le istituzioni una maggiore consapevolezza dell'importanza di figure esemplari che ci indichino la strada da percorrere per costruire un futuro di pacifica convivenza e sviluppo. Ciò vale in particolare  per i giovani, alla ricerca di punti di riferimento cui rapportarsi per le scelte fondamentali di vita all'ingresso dell'età adulta...
Negli ultimi anni è aumentato notevolmente l'interesse per i Giusti e si è andata affermando la convinzione che l'esempio di resistenza morale offerto dalle loro storie sia essenziale per una crescita della coscienza collettiva sui maggiori problemi etici del nostro tempo. Siamo orgogliosi di aver contribuito con il nostro impegno a sviluppare questa consapevolezza. 
Riteniamo che il coinvolgimento dei giovani, degli operatori della scuola,  dell'ambiente accademico, intellettuale, artistico, dei mezzi di comunicazione e delle istituzioni pubbliche e private, sia indispensabile per mantenere e rafforzare un orientamento culturale che guardi sempre di più in questa direzione.

leggi tutto

Multimedia

L'Olocausto in Ungheria

interpretazione delle cause di Randolph L. Braham (eng)