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Ben-Gurion, Epilogue

Regia di Yariv Mozer
Israele/Francia, 2016

Lo confesso. Mi sono innamorata di Ben Gurion. Quel suo sguardo ironico, quel suo modo pacato ma sicuro di rispondere alle domande, la witz, l’humour tipico della cultura ebraica, che mi ricorda quella di mio padre, e soprattutto la visione, la capacità di non cercare il consenso ma di fare quello che riteneva giusto, il giudizio etico come prerequisito a ogni azione. L’ho rivisto in un documentario che l’Università di Ben Gurion ha trasmesso nei giorni scorsi (può essere affittato ora sulla piattaforma Vimeo). “Ben-Gurion: Epilogue” è l’estratto di una intervista inedita di sei ore, registrata nel 1968 a Sde Boker dove lo statista si era ritirato a vivere quando, cinque anni prima, si era dimesso dalla carica di primo ministro. La registrazione è stata ritrovata nell’archivio Spielberg dal regista israeliano Yariv Mozer, che stava cercando materiale per un film su Ben Gurion, ma c’era solo la pellicola, muta. L’audio si era perduto. Per fortuna esistono ancora dei giovani che non si arrendono: convinto che l’audio da qualche parte dovesse pur esserci Yariv lo ha cercato ovunque, ed è stato premiato. In un cassetto degli archivi di Ben Gurion ha ritrovato le bobine audio che il microfonista aveva depositato, ed è riuscito a mettere insieme voci e video in un documento emozionante, che è stato montato in un film di un’ora.

Solo in una semplice baracca (la moglie Paula era morta quattro mesi prima), impegnato a scrivere una storia dello Stato Ebraico a partire dal 1870, David (così voleva essere chiamato dai kibbutzim con i quali viveva) ricostruisce alcune tappe importanti della sua vita. Il rapporto con il sionismo, ereditato dal padre e diventato un progetto di vita quando Theodore Herzl passò dal paesino di Plonsk dove Ben Gurion era nato e viveva. La decisione di andare a vivere in Palestina, per lavorare con le mani. La malaria e la fame dei primi anni. Il suo non sentirsi né sionista (“da quando è nato Israele il sionismo non ha più senso: se uno è sionista viene a vivere qui, e se vive qui non è sionista ma israeliano”) né socialista (“una parola che ha perso il suo senso da quando Hitler e Stalin se ne sono appropriati”). L’amore per la vita agricola, lontano dalle grandi città (“non sono un bene per l’umanità. Meglio vivere in un posto piccolo dove tutti si conoscono, dove c’è solidarietà, dove le cose hanno valore perché le si crea con il proprio lavoro”), il rapporto con la religione (“Nessuno parla con D-o, nemmeno i profeti. D-o non parla, spiegava il grande Rambam. Quando dicono: D-o mi ha detto, è perché lo sentono nel loro cuore”). Ma soprattutto il senso etico che muove ogni sua decisione, anche quelle più impopolari. “Bisogna servire di esempio agli altri” spiega. “Un capo di Stato che non considera ciò che è Bene è un uomo pericoloso”. Suona incredibile, oggi che l’etica si è scissa dalla politica, e i nostri rappresentanti inseguono i sondaggi e la popolarità, invece che progettare un futuro migliore.

Ben Gurion fu capace di decisioni impopolari, come quella di accettare da Adenauer il risarcimento per le vittime della Shoah. “So che per molti è intollerabile” spiega “ma Adenauer non è un nazista, e la Torah dice che i figli non devono essere giudicati per le iniquità dei padri”. Insieme al risarcimento, David ottenne una collaborazione militare, armi, training per i soldati e soprattutto con gli scienziati, mettendo le basi della potenza militare e tecnologica che ha reso grande il Paese.

Ben Gurion, David, parla anche di meditazione, tema oggi di gran moda tra i giovani. “C’è una grande differenza tra meditare e pensare. Pensare è più efficace. La meditazione è individuale, aiuta a liberarsi dai problemi. Ma ognuno di noi deve fare qualcosa per il mondo, per l’umanità. L’Io non è un male in sé, come sostengono i buddhisti. Bisogna distinguere fra l’Io egoista e l’Io umano”. Di Buddha Ben Gurion apprezza l’insegnamento sull’amore. “Diceva: l’odio non cessa con l’odio, solo con l’amore. Cinquecento anni prima di Cristo. E questo insegnamento c’è anche nella Torah. Devi amare lo straniero come te stesso, perché fosti straniero in terra d’Egitto.”

In che cosa pensa di aver fallito, gli chiede l’intervistatore Clinton Bailey, che non è un giornalista, ma un ebreo americano trasferitosi a vivere nel Negev. “Volevo difendere il mio popolo ma cercare la pace. La pace è la cosa più importante. Darei indietro tutto per la pace”.

Quest’uomo piccolo, dal fisico sgraziato, che sprizza fascino e bellezza, questo intellettuale che legge cinque libri per volta eppure lavora nei campi, questo statista di fama mondiale che all’apice della carriera lascia tutto per vivere nel deserto, questo essere umano che si rassegna al dolore e non ha paura della morte (“che cosa c’è da aver paura?”) è una persona che vorrei ascoltare per ore. E i piacerebbe soprattutto che lo ascoltassero i politici arroganti e pieni di sé, incollati alla loro poltrona, intenti solo a consultare i sondaggi, a seminare odio e divisione.

Qual la virtù alla quale più aspira? gli chiede Bailey. “Essere Am Segulà”, risponde senza esitazioni, cioè giusto, fidato, di esempio agli altri… E Israele è Am Segulà? Non ancora, sospira, ci vuole tempo….”

Il documentario "Ben-Gurion, Epilogue", di Yariv Mozer, è basato su materiale d'archivio e rivela gli ultimi anni del fondatore di Israele. È disponibile sulla piattaforma Vimeo.

Viviana Kasam, giornalista e Presidente BrainCircleItalia

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