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Santiago, Italia

Santiago, Italia. Un film di Nanni Moretti

Santiago, Italia. Un film di Nanni Moretti

Nanni Moretti
2018

Com’è che mi sono ritrovato in lacrime a vedere Santiago, Italia di Nanni Moretti? Forse le radici di questa commozione risalgono alla nostra gioventù di ultra-sessantenni. L'evento del golpe cileno – ascoltato, momento per momento, alla radio, l'11 settembre 1973 – ha avuto il primo effetto pervasivo di angoscia sulla nostra vita. Eppure ero a Milano e non ero mai stato in Cile fino ad allora. Ma sapere che la maggioranza della popolazione avesse votato un programma di governo improntato sulla giustizia sociale aveva qualcosa di straordinario, gettava una luce positiva, di generosità delle masse cilene e una speranza sopra l’umanità.

In quel momento però, i bombardamenti sopra La Moneda, il palazzo del governo cileno, squarciavano il tetto protettivo della democrazia. I proclami enunciavano che chiunque si fosse ribellato alle violenze militari sarebbe stato fucilato sul posto. Da piazza Vetra, a Milano, dove mi ero installato per la notte con gli amici, per la vendita dei libri di scuola usati, immaginavo gesti di ribellione, ma già sapevo che non ci sarebbe stato nulla da fare.

Quella notte, insieme a molti amici, la passavo in una baracca fatta di cassette di frutta. Ascoltavamo un radiolina, come quelle che i maschi più anziani si mettevano all’orecchio passeggiando per le strade la domenica per sentire “Tutto il calcio minuto per minuto”. La radiolina era là, in mezzo a noi, sull’erba, ma invece delle radiocronache calcistiche, raccontava quello che accadeva in Cile, come se anche noi, anziché a Milano, fossimo laggiù.

Il golpe cileno era anticipazione del riflusso, che cominciò nel 1975. Si era confusi, in politica non si capiva più nulla. Nixon, uno dei più reazionari presidenti USA – che aveva contribuito direttamente al golpe cileno – faceva accordi con la Cina e ritirava le truppe dal Vietnam, mentre, prima di lui, Kennedy, il presidente più progressista, si era battuto duramente contro la rivoluzione cubana. Una rivoluzione che già sembrava libertaria, per via delle barbe e dei capelli lunghi di questi bellissimi uomini. Solo che, al posto delle chitarre, imbracciavano mitra. Si provava un certo giramento di testa. Un senso di ambivalenza, era il lavoro dell'inconscio.

Nel 1977 iniziavano gli anni di piombo, erano già emersi prima, in Germania con la Frazione Armata Rossa, e la strage di Monaco, in Italia con le Brigate Rosse e Prima Linea. L'inconscio galoppava come un mastino terribile. Come nelle parole di Pablo Neruda

Ya parte el galgo terrible/ a matar niños morenos/ Ya parte la cabalgata/ la Jauría se destata (Sta arrivando il mastino terribile/ uccide donne e bambini/ sta partendo la cavalcata/ la Furia s’è destata).

Solo che l’inconscio, che ha come caratteristica quella di non conoscere la contraddizione, aveva mischiato gli estremi, destra e sinistra, in un unico progetto terrorista: il soggetto collettivo si stava trasformando in un mostro. Come nel Golem, la parola “verità” era cambiata in “morte”. Molti di noi, ormai venticinquenni, trentenni, lasciarono la politica e si misero a studiare. Altri, alla fine degli anni Settanta, ebbero scompensi psichici, alcuni si misero in analisi, altri si ritirarono in pratiche orientali, esoteriche.

Ci furono numerose reazioni sociopatiche: chi entrò nel terrorismo, chi passò alla destra, chi scelse un movimento religioso integralista, in fondo, molti temi erano comuni: il maschilismo del gesto eroico, l’omofobia che allignava nelle conversazioni tra “compagni”, l’uso della violenza fisica e, a tratti, l’abuso psicologico: dai matrimoni comunisti e le posizioni da tenere durante il coito, pena l’espulsione, ai pestaggi rinnegati, fino alla devozione pretesa dei capi.

Le donne mantenevano la speranza e la promessa del femminismo: solidarietà di genere. Ciò che rimane di quell'epoca sono conquiste civili: il divorzio, la legge sull'interruzione di gravidanza, la 180, che chiude i manicomi. Ciò che scompare sono la liberalizzazione universitaria, il diritto al lavoro, le norme sulla salute ambientale, oggi trasformate in burocrazia, il tradimento della 180. Negli anni Ottanta si stava preparando l'avvento della Seconda repubblica. Le nostre illusioni sul cambiamento del mondo erano finite. Avevamo rinunciato a sperare? No, non tutti, alcuni avevano spostato il “principio di speranza” dalla politica al soggetto.

Quando sono andato a Santiago, per il mio lavoro, oltre quarant'anni dopo, ho rivissuto quei momenti con lo stesso sgomento, osservando, per la prima volta, gli episodi che avevo ascoltato in quella radiolina da un video di repertorio. Sono il ricordo di una delle prime sconfitte del soggetto collettivo, quel soggetto ero io? Non del tutto, era un soggetto di cui facevo parte. Ascoltare le parole di molte testimonianze al cinema mi ha ricordato quei tempi nel nostro Paese, terminati definitivamente con gli anni di piombo, poco dopo.

Nanni Moretti è un documentarista eccezionale. Nel 2002 aveva presentato The Last Costumer, ambientato a New York. Racconta della chiusura di una farmacia per via dell’abbattimento dell’edificio. I dettagli di quell’opera sono straordinari e ordinano una poetica filmica di infinita tenerezza. Oggi vedo Santiago, Italia, racconta il golpe militare dell’11 Settembre 1973, con la presa del palazzo della Moneda, sede del Governo di Salvador Allende, eletto democraticamente tre anni prima. Provo la stessa sensazione poetica, il lavoro di Moretti, a differenza di quello di Michael Moore, non è di denuncia e non contiene inutili esagerazioni, semplicemente dà da pensare.

La maggior parte del film consiste in interviste. Il titolo, Santiago, Italia, indica il senso di connessione tra le molteplici interviste di alcuni tra i tanti rifugiati cileni in Italia durante quegli anni. Molti di loro in quegli anni si rifugiarono nell’ambasciata italiana, dove entrarono scavalcando il muro, per poi venire condotti nel nostro Paese, i primi tempi con l’idea e la speranza di ritornare presto, poi, man mano che il tempo passava, diventando italiani attraverso un lavoro fisso, una relazione amorosa che diventò famiglia, un impegno politico e sociale ripreso e dislocato in questo paese.

Luogo lontano, difficile da identificare, in quel Paese lungo e stretto, molto più lungo del nostro, molto più stretto. Sapevamo poco del Cile, l’anno prima era accaduto un disastro aereo sulle Ande, dove erano morti molti componenti di una squadra di rugby, aveva fatto notizia che i sopravvissuti, per non morire di fame, si fossero nutriti, dopo dieci giorni, della carne del corpo dei deceduti; ma la notizia, quell’11 settembre, era già dimenticata.

Conoscevamo di più storie d’Argentina, per via dei migranti e anche di coloro che rientravano in Italia dopo anni di permanenza laggiù. Gli italiani d’Argentina tenevano rapporti con la madre patria, Buenos Aires sembrava vicina e persino lo spagnolo di laggiù appariva a noi più comprensibile. Eppure il golpe cileno fu ancora più sentito in Italia, come lo avessero fatto qui da noi. Perché? Forse perché fu l’ultima speranza che le masse votassero per una società giusta, ma giusta fino in fondo, senza imbrogli e finzioni, senza violenza.

Pietro Barbetta, direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia

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