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Aftermath

Wladislaw Pasikowski
Polonia, 2012



"Un familiare è diventato un estraneo. Una vita normale si è trasformata in un incubo. Franciszek Kalina, emigrato dalla Polonia a Chicago ai tempi di Solidarność, dopo vent’anni ritorna al villaggio d’origine, dove il fratello Józef è rimasto solo ad abitare nella vecchia cascina. La moglie ed i suoi figli lo hanno abbandonato: sono scappati di casa, ed hanno attraversato l’oceano, trovando rifugio presso il cognato negli Stati Uniti.  Franciszek è seriamente intenzionato a scoprire l’origine di  quella fuga. La sua permanenza nel paese, in un primo momento, non farà che aumentare i suoi interrogativi: la gente del posto è stranamente ostile nei suoi confronti, e lui e  Józef vivono circondati dalle dure manifestazioni di un rancore tanto feroce quanto inspiegabile. Il primo indizio, per poter cominciare a capire, è una serie di lapidi dissotterrate e ricollocate nel campo di grano coltivato da Józef. Insieme ad esse, alcuni temibili fantasmi sono forse riemersi da un oscuro passato, di cui nessuno intende parlare. Il mistero assume la triste veste di una diceria di paese che impropriamente si trasforma in un tabù religioso. La superstizione si copre di tinte diaboliche, l’umanità si sfigura secondo la più volgare versione dello homo homini lupus. Le realtà piccole ed appartate fungono da cassa di risonanza alle voci dell’inferno. Quegli echi, prodotti in epoche remote, vi rimangono per sempre imprigionati, mentre il resto del mondo dimentica e procede oltre. In quel luogo divenuto arcanamente infido, Franciszek si imbatte in una sorta di mostruoso anacronismo, un odio che non sembra appartenere alla modernità, perché si direbbe cresciuto in un ambiente ancestrale, in cui la verità non si dice, in quanto è scritta nelle leggi della natura. Il silenzio circonda ciò che tutti sanno. Non è connivenza, né omertà, è solo il terrore di scoperchiare il vaso e liberare i demoni. In loro nome si compiono azioni terribili. Così è stato, in un momento di cui si è quasi persa la memoria, e così continua ad essere. La paura della maledizione si tramanda di padre in figlio, e si esorcizza con atti disumani. La persecuzione dei più deboli è la pratica collettiva su cui un’intera comunità fonda la propria sopravvivenza.  Ci sono tombe che devono restare nascoste ed inviolate. Un macabro senso della sacralità ha protratto, oltre la sua naturale fine storica,  un orrore che non ha ormai smarrito le sue radici ideologiche". 


Recensione tratta da filmtv.it

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Shoah e nazismo

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