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#AnneFrank - Vite parallele

Sabina Fedeli e Anna Migotto
2019

Anne Frank a 13 anni sapeva già chi era, ciò che voleva diventare una volta finita la guerra: scrittrice o giornalista. Anzi, una grande scrittrice, una grande giornalista. Niente mezzi termini o false modestie. Questo era il carattere della ragazza. E le parole che l’avevano salvata nei 25 mesi di nascondimento nella casa segreta di Amsterdam, racchiuse nel Diario diventato un cult, avrebbero continuato a funzionare, anche dopo, come un formidabile congegno, capace di leggere la realtà che la circondava.

Se fosse sopravvissuta ai giorni di Auschwitz e Bergen- Belsen, e la vita fosse stata generosa, oggi avrebbe compiuto 90 anni. E dall’alto di quell’età veneranda, segnata dal dolore e assieme da un’ indomita voglia di libertà - come aveva sempre fatto fin da giovane - non avrebbe chiuso gli occhi davanti alle ingiustizie, non sarebbe stata zitta di fronte al dilagare dei nuovi razzismi, agli attacchi contro una sinagoga o una moschea, alle politiche dell’odio e dei nazionalismi esasperati, alle morti naufraghe dei migranti.

La stessa visione del mondo alla quale danno voce cinque donne nel docufilm “#AnneFrank-Vite Parallele”. Deportate giovanissime perché ebree, hanno condiviso la sorte di Anne ma a differenza di lei sono scampate alle torture dei nazisti e dai loro lager. Sono Helga, Andra, Tatiana, Sarah e Arianna, che con una profondità e una sensibilità vicina a quella dell’autrice del Diario, si interrogano sui temi più spinosi dell’attualità.

“Io dico ai giovani: noi siamo gli ultimi testimoni e voi siete i miei testimoni” -racconta Sarah - “dovete chiudere la porta ai negazionisti e ai neonazisti di tutti i tipi perché ce ne sono molti dappertutto.”
“Raccontiamo la nostra storia perché il ricordo e la memoria dell’Olocausto non vada perduta” - dice Tatiana - “ma oggi comincio a sentirlo anche come un dovere: perché ci sono troppe persone che non accettano il diverso che cerca una vita migliore e invece molti di loro annegano nel nostro mare. E questo mi provoca un immenso dolore.”
“Quando alla televisione vedo quelle lunghe file di gente disperata, che scappa dalle guerre” - spiega Helga - “non posso non identificarmi con loro, dimenticare che anche noi cercavamo di fuggire alla persecuzione.”

È la narrazione e il volto di Helen Mirren, attrice di fama internazionale e premio Oscar, a cucire assieme la storia tragica di Anne, quella di chi si è salvata, quella di chi è venuto dopo, figli e nipoti, seconde e terze generazioni. I ragazzi di oggi, con le loro curiosità, le loro ingenuità, i buchi e le ferite.
“La tragedia della Shoah è unica, senza eguali nella storia: l’idea di sterminare metodicamente un intero popolo. E dunque da questo punto di vista si potrebbe essere portati credere: non ci riguarda, un orrore simile non potrebbe più accadere” - sostiene Mirren - “tanto più potrebbe pensarlo un giovane di 16 o 17 anni, cresciuto in un’era che ci fa apparire al Seconda Guerra mondiale, il nazismo, così remoti. Eppure io credo che questo film aiuti a far comprendere che Anne vive ancora: in ogni bambino spaventato, in ogni adolescente sfruttato e in ogni giovane che lotta per mantenere la speranza in un mondo migliore, a dispetto delle tante calamità che ci minacciano.”

Anne oggi è diventata suo malgrado un’icona, simbolo di coraggio da un lato, bersaglio degli haters in rete e negli stadi dall’altro. Ma quello che il documentario vuole focalizzare è soprattutto il suo sguardo sulle cose, la sua modernità, la lucidità di analisi, il linguaggio diretto in grado di comunicare coi giovani e di allenare il loro senso critico. 
Proprio una giovane attrice, Martina Gatti, viaggia attraverso l’Europa, nei luoghi di Anne e delle cinque superstiti. Col suo cellulare fotografa fosse comuni e muri di nomi, in memoria delle vittime. Posta le immagini dei video in bianco e nero e quelle coloratissime di altri studenti in visita come lei ai memoriali della Shoah - dalla Francia, alla Germania, all’ Olanda. Un viaggio di conoscenza che le permette di studiare sul campo un pezzo di storia, che la emoziona e la fa riflettere. E fa comparire sullo schermo del suo telefonino, in un dialogo aperto con gli amici in rete, le domande che stanano le sue fragilità: “Nei panni di Anne quanto sarei riuscita a sopportare? Ce l’avrei fatta? Mi sarei anch’io voltata dall’altra parte o avrei reagito”

Una bella canzone di Leonard Cohen dice: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è di lì che entra la luce.” Anne l’ ha catturata, ci si è avvolta, con l’ottimismo dei suoi tredici anni, ragazza sognante e spaventata, idealista e anticonformista che da grande scrittrice, da grande giornalista, avrebbe raccontato ogni Shoah, ogni genocidio, ogni sopruso e discriminazione.
Perché non sarebbe stata zitta.

Ha spiegato ancora Helen Mirren durante le riprese di “#AnneFrank- Vite Parallele“: “Penso che Anne continui ad esistere in Malala, in Greta Thunberg, in tutte le ragazze e i ragazzi che soffrono, fuggono, muoiono per la crudeltà degli uomini.” 

Nel box approfondimenti è disponibile la scheda del film con le biografie di tutte le protagoniste. Ecco invece il trailer del documentario:

Sabina Fedeli e Anna Migotto, autrici e registe del documentario

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Shoah e nazismo

film, documentari

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