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Il figlio di Saul

Lazslo Nemes
Ungheria, 2015

La seguente recensione è stata pubblicata sul blog Zadikshow di Mosaico

Da appassionato di cinema da sempre, pensavo di aver visto tutti i film sulle atrocità della Shoah, dal bellissimo “La lista di Schindler” - capolavoro di Steven Spielberg con un ottimo cast e una sceneggiatura piena di dialoghi profondi e di scene importanti - a “Train De Vie” con il suo umorismo tragicomico e la sua vena surreale, fino a produzioni più recenti come “Il bambino col pigiama a righe”. Credevo che nessun altro film sull’argomento potesse spiazzarmi, colpirmi e emozionarmi, ma mi sbagliavo di grosso.

Infatti ho visto in anteprima il bellissimo e crudissimo “Il figlio di Saul" (in lingua ungherese "Saul fia”), debutto fulminante del giovane regista Lazslo Nemes, 38enne colto e cosmopolita nato a Budapest e cresciuto a Parigi. Ne sono rimasto molto turbato. La forza delle immagini, la crudezza asciutta e schietta della pellicola, priva delle retoriche hollywoodiane e delle solite colonne sonore, l’interpretazione sensazionale dell’attore Geza Rohring, col suo volto scavato e espressivo e una regia attenta, precisa e molto empatica sono i punti di forza di questo bella pellicola. Consiglio di mangiare leggero e di dormire bene prima della visione perché stiamo parlando di una trama molto forte e di due ore davvero intense. Di cosa parla? La pellicola racconta della sofferenza di un gruppo di ebrei ungheresi - e sulla Shoah in Ungheria si terrà il prossimo concerto di domenica 24 gennaio dalle 11 al Teatro Manzoni dove Frank London e la sua orchestra si esibiranno in loro memoria - narrando l’infernale quotidianità del campo di sterminio di Auschwitz.

Dando per scontato un po’ di cose, questo il suo unico difetto, questo lungometraggio ha per protagonista un padre (Saul Auslander, nella parte Geza Rohring) che lavora nei Sonderkommando, svolgendo il raccapricciante incarico di estrarre i corpi dalle camere a gas, che vengono ripresi sfuocati e chiamati dai nazisti “pezzi”, per trasportarli verso i forni crematori o verso anonime fosse comuni. In una delle prime sequenze, Auslander ritrova il corpo del figlio. Non si scompone, resta impassibile e raggelato nel suo dolore come tutti gli internati ma intende seppellirlo seguendo il rito ebraico con rabbino e Kaddish. La sua è una impresa semplicemente impossibile e lotterà contro enormi difficoltà. Impressionanti diverse scene, toccanti alcuni dialoghi, tutto il film è in lingua originale, gli ebrei ungheresi parlano yiddish fra di loro, mentre i tedeschi urlano in tedesco e sembra davvero di stare dentro al lager tanto la scenografia, i particolari e le espressioni sono rese da Nemes con estrema efficacia.

Candidato a diversi premi, recensito entusiasticamente dalla critica internazionale, la pellicola sta incontrando non pochi ostacoli. A questo proposito il sito Ynet annota accuratamente le reazioni antisemite dei media ungheresi che lo definiscono “una propaganda ebraica”. Parole pesanti e ingiuste stimolate dal violento odio antiebraico che sta dilagando in Ungheria, a causa della politica del Primo Ministro Victor Orban apertamente razzista e xenofobo. Internazionalmente acclamata, in patria il film ha una serie di detrattori che scrivono commenti molto provocatori sui social network, definendolo “fazioso”, o con maliziosa ironia “iperrealistico” come ha scritto il New York Post. La comunità ebraica è preoccupata dalle polemiche che il film sta scatenando, molti ungheresi si lamentano che in Ungheria vengono girati solo film sull’Olocausto mentre i tanti drammi storici del Paese vengono tralasciati. 

“Sono stati pubblicati molti commenti antisemiti” ha detto un membro della comunità di Budapest “è una disgrazia e vorrei che l’Occidente sapesse cosa pensa la gente qui. Una situazione preoccupante per il mondo ebraico, tanto che un giornalista ungherese ha chiesto alle istituzioni di rafforzare le misure di sicurezza e punire i negazionisti e incitatori all’odio. Il regista Nemes, di origine ebraica, non sembra reagire alle critiche e risponde sarcasticamente “ai detrattori consiglio di fare qualcosa d’altro nella vita. Questo film mostra che questo è possibile. Molti giovani e più anziani si radunano on rete e pensano a cosa dire e contro chi, ma non hanno il diritto di fare questo perché non hanno fatto nulla di rilevante per l’Ungheria. Niente”. Molto interessante anche la vita dell’attore Geza Rohring che nato, in Ungheria e rimasto orfano,  viene adottato da una famiglia ebraica e cresce come ebreo, studiando letteratura polacca e vivendo fra New York e Gerusalemme. Dopo aver studiato al Jewish Theological Seminary ora insegna, scrive poesie e recita, è un ebreo ortodosso e da poco è diventato padre di due gemelli. Scelto da Nemes per questo film per la sua espressività, Rohring possiede una mimica e un linguaggio non verbale straordinari e alterna stati d’animo e sguardi con naturalezza. Tremenda la scena in cui nel campo si vedono con la moglie senza dirsi niente sfiorandosi le mani prima che le guardie naziste li dividano, o quando cerca un rabbino per seppellire il figlio e alla fine lo trova ma è talmente scioccato dagli orrori del lager che non riesce a aprire bocca. Una pellicola che pone tante domande, immerse nei silenzi e nelle urla delle vittime e dei loro carnefici. Ottimi anche gli altri attori, il medico legale ebreo che cerca di fermare Saul dallo sfidare i nazisti per seppellire il figlio, quelli che recitano la parte dei Kapò e dei Sonderkommando e che sono in lotta fra loro per la sopravvivenza; molto credibile e emozionante l’intreccio e la sua rappresentazione.

Roberto Zadik

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