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"La mia storia, dal Gambia a Pozzallo"

una lettera da Salimina Hydara

Farafenni

Farafenni

Salimina Hydara è un giovane del Gambia, arrivato a Pozzallo dopo aver attraversato il deserto prima e il Mar Mediterraneo poi. 
In questa toccante lettera ci racconta la sua storia, con parole semplici e dirette.
Vi proponiamo il testo integrale scritto da Salimina, e ringraziamo la professoressa Grazia Basile dell'IC Rogasi di Pozzallo per averci inviato questa bellissima testimonianza.

"L'alunno Salimina H. - racconta la professoressa Basile - è arrivato a Pozzallo nell'agosto del 2016, è stato iscritto nella nostra scuola nel successivo mese di ottobre ed è stato inserito, malgrado avesse compiuto 15 anni, in una classe seconda della secondaria di primo grado per evidenti difficoltà nell'utilizzo della lingua italiana. Quando un minore non accompagnato arriva in una realtà nuova, necessita di un congruo tempo di permanenza e di un adeguato clima di fiducia, cresciuto in modo costante tra il ragazzo e l'intera comunità scolastica, prima che lo stesso possa liberamente raccontarsi e narrare la sua storia carica di vissuti dolorosi e di passaggi che accelerano il processo di crescita e di maturazione".

La mia storia

Quando ero piccolo, all’età di circa 4 anni, mia mamma si separò da mio padre perche mio padre aveva due mogli quindi lui amava l’altra moglie e non mia madre e ogni volta creava problemi con lei. Crescendo mia nonna mi spiegò che mio padre aveva un negozio di vestiti, ma quando si era separato da mia madre non aveva speso nulla per me anche se io ero piccolo.

Io non ho mai conosciuto mio padre ed ho avuto queste informazioni da mia nonna quando ebbi compiuto 7anni. Ho sempre vissuto con mia mamma che mi ha cresciuto e mi ha fatto andare a scuola nella nostra città, Farafenni in Gambia. Ad un certo punto ho dovuto interrompere gli studi perche la scuola si pagava, ma mia mamma non lavorava e quindi mi fece ritirare da scuola. Ho iniziato cosi ad andare in campagna per guadagnare un po’ di soldi per la mamma, in modo che la famiglia potesse andare avanti. Anche mia mamma cominciò a lavorare guadagnando qualcosa per mangiare; mangiavamo in base a ciò che avevamo come avviene in tutto il mondo dove ognuno mangia in base a ciò che ha.

Io ero il primo figlio di mio padre e quando compii 12 anni mio padre venne a parlare con mia madre per portarmi con lui. Mia madre, però, non ne volle sapere e rispose: “Non devi neanche provare a portare questo figlio che hai abbandonato da sempre”. Ma lui disse: “Se tu pensi così ti stai sbagliando, infatti io lo prenderò che tu lo voglia o no”. Lui venne da me e mi chiese il nome ed io risposi che mi chiamavo Salimina Hydara, lui ci rimase male perche avevo il cognome di mia madre e alla richiesta di spiegazione io risposi che conoscevo solo mia madre, mentre lui mi aveva abbandonato e quindi non avevo un padre. Mio padre è cattolico, ma fa parte di una tribù dove si crede che il primo figlio deve sempre seguire il padre: per questo continuava a venire a casa per convincermi a seguirlo. A volte picchiava mia madre per farle cambiare idea, ma lei non era disposta a consegnarmi a lui e spesso piangeva perché non sapeva come risolvere il problema.

Io avrei dovuto seguire mio padre perché ero il suo primo figlio, ma neanche io ero d’accordo con questa scelta. Un giorno mia madre mi disse che le cose stavano peggiorando e che dovevamo trovare una soluzione perché mio padre e gli uomini della sua tribù sarebbero venuti sempre a cercarmi per prendermi. Per loro ero troppo importante. Dovevo lasciare il Paese, se no non mi avrebbe mai lasciato in pace. Cosi sono andato in Senegal, dove ho trovato un ricco signore che aveva un allevamento di animali. Io cominciai a lavorare per lui pascolando pecore, capre e vitelli nella foresta. Pensavo che le cose si fossero sistemate, ma un giorno a casa di questo signore trovai mio padre che chiedeva di me. Io dissi che stavo tornando dalla foresta ed ero molto stanco, ma avrei preferito ritornare a lavorare piuttosto che vedere mio padre.

Mio padre rimase in Senegal per convincermi ad andare con lui, ma io decisi di tornare da mia madre e abbandonare tutti gli animali, che si persero nella foresta. Allora il signore mi cercò a casa di mia madre per farmi pagare i danni, dicendo che se non avessi pagato mi avrebbe ucciso. Solo allora mia madre e mia nonna decisero di mandarmi lontano per salvarmi da mio padre e dal signore, perché la mia vita era importante per la mia famiglia.

Così fuggii dal Gambia attraversando il Senegal, il Mali e il Burkina Faso per arrivare in Niger, dove sono rimasto un mese e mezzo. Dopo ho attraversato il deserto, dove c’è solo sabbia e niente da bere. Eravamo 37 persone in un furgone e soffrivamo tanto, ma alla fine siamo riusciti ad arrivare in Libia. Non tutti purtroppo, perché due ragazze erano morte durante il viaggio. In Libia si viaggia solo di notte perche se ti scoprono gli Arabi ti portano in prigione. Dopo un mese siamo arrivati in Ziltan, dove ho trovato un arabo di buon cuore che voleva adottarmi, ma io non volevo perché non ero sicuro dal suo affetto. Rimasi comunque con lui per qualche settimana e mi preparai ad attraversare il Mar Mediterraneo ed arrivare sulle coste italiane. Alla 4 di notte lui mi accompagnò in macchina per farmi prendere un’imbarcazione che mi avrebbe portato in Italia.

Lui pagò tutto e mi lasciò nelle mani di un suo amico che gli assicurò che non mi sarebbe successo nulla di male. Verso le 17 prendemmo il gommone sulle spalle per metterlo in mare ed io iniziai a piangere perché pensavo che c’erano solo due possibilità: o arrivi in Italia o muori in mare. Ad un certo punto notai che avevamo raggiunto le acque internazionali. A mezzogiorno e siamo stati avvistati da una nave italiana.

Dopo tre giorni dalla partenza sono arrivato nel porto di Pozzallo ed è cominciata la mia nuova avventura in Italia.
Era il 22 agosto 2016.

Salimina Hydara.

10 aprile 2018

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