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La scuola non è il problema… è la cura!

di Arianna Tegani

"Carissimi. Ormai è chiaro a tutti, ci risiamo…. credo siamo tutti consapevoli di essere contemporaneamente più forti (grazie alla nostra esperienza passata) e più deboli (a causa della nostra esperienza passata)… Credo siamo tutti cambiati, forse in meglio, forse cambiati e basta":

Scrive così Stefano Paglia, il Direttore del Pronto soccorso di Lodi e Codogno ai suoi medici ed infermieri, impegnati ancora una volta contro la pandemia.

In questi mesi ospedali e scuola sono passati ai primi posti di interesse della politica e dell’opinione pubblica. Nonostante le apparenze, hanno in comune tanto: sono luoghi di “guarigione”, di “cura”, del corpo e dello spirito. Sono le nostre nuove priorità perché è chiaro che dobbiamo mettere in atto ogni risorsa per guarire dalla pandemia ma anche dal virus dell’individualismo esasperato che non vede gli altri e neppure il mondo del quale facciamo parte. Per vivere bene è necessario essere “sani”. Fisicamente e moralmente.

Ma il cambiamento, soprattutto se forzato e doloroso come questo, non porta necessariamente ad essere migliori: è come la Memoria, ci dovrebbe render più forti perché il passato, se lo ascoltiamo, ci insegna ma ci rende anche consapevoli della nostra fragilità. Essere migliori è una scelta: questa è la grande lezione dei Giusti di ogni tempo. Io, noi facciamo la differenza. Non è vero che andrà tutto bene… se non lo scegliamo e non lo vogliamo insieme. 

Viviamo in un tempo sospeso, di attesa: è un’altra delle grandi novità di questi mesi. Appiattiti su un presente frenetico siamo incapaci di “attesa”, di vigilanza lucida. Nessuno ci insegna a “diventare preparati” perché non conosciamo più l’arte del camminare risoluti con una visione aperta e ampia, l’arte della ricerca di percorsi praticabili. L’attesa ci sembra tempo inutile, tanto più se coincide con la limitazione delle nostre abitudini quotidiane. Eppure medici ed educatori sanno che il tempo è fondamentale: il corpo, per guarire, ha bisogno non solo di farmaci, ma di tempo. I bambini e i giovani, così come la natura, hanno bisogno di tempo: non si può imporre né forzare con la volontà lo sbocciare di un fiore.

L’attesa richiama il compimento: cosa, chi attendo? “Attendere è l’infinito del verbo amare”, diceva Tonino Bello, vescovo profeta e poeta. “Ad- tendere” cioè camminare con una meta, un progetto, vivere il presente in ideale relazione col passato, orientato all’orizzonte di un bene per il futuro. Non solo per me, per tutti. Per il mondo.

Hans Jonas, filosofo del Novecento che fonda una nuova etica globale della responsabilità, ci avverte dei rischi che la concezione antropocentrica ha generato: il Prometeo scatenato (dell’impatto antropico sull’ambiente, dell’inquinamento, dell’economia che non rispetta né la natura né gli esseri umani…) “esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo”.

L’agire dell’uomo nel mondo non è neutro: responsabilità e potere vanno tenuti insieme, se vogliamo avere un futuro.

"Migliore può essere lo stato da conservare rispetto a un futuro che potrebbe essere peggiore". E’ necessario un sapere lucido, consapevole, impegnato nell’oggi, capace di scelte. E, prosegue Jonas, qual è il principio su cui si basa l’incondizionato dovere che la vita continui indefinitamente? Il primato dello scopo, cioè dell’essere, cioè dell’esistenza di questo mondo e, in esso dell’idea di uomo. “Il primo imperativo categorico è che ci sia un’umanità”: ma perché questo accada (è la nostra sfida di oggi!) bisogna ripensare l’idea di uomo: non Prometeo scatenato e predatore, ma responsabile della Vita come una madre e un padre di fronte al figlio neonato.

Tutto ciò che esiste è “mortale”, non autosufficiente, in perenne rischio di ricadere nel nulla (come efficacemente esprime con la sua arte Anne De Carbuccia): responsabilità è mantenere l’essere cioè l’esistenza della Vita, di cui noi facciamo parte, che a pieno diritto esiste. "Al principio speranza contrapponiamo il principio di responsabilità e non il principio paura. …Quando parliamo della paura che per natura fa parte della responsabilità, non intendiamo la paura che dissuade dall’azione ma quella che esorta a compierla"

In altre parole responsabilità è “cura”: i Giusti per l’ambiente, per i diritti, per la verità guardano questo mondo, che innocente non è, e vogliono conoscere e sapere, parlare per svelare la verità, pensare criticamente, agire, impegnarsi.

Nel recente saggio di Edgar Morin, “ La fraternità, perché?. Resistere alla crudeltà del mondo”, questo grande pensatore indica i passi necessari non tanto per restare umani ma per tornare ad esserlo.

Il primo è costruire una “ comunità di destino”, non solo perché tutti gli uomini sono uguali “geneticamente, anatomicamente, affettivamente” ma soprattutto perché “ tutti sono mortali, e questa mortalità comune dovrebbe ispirare una mutua fraternità di compassione”. Ognuno, per il fatto di venire al mondo, ha valore in sé, ha pieno diritto di esistenza, è degno di cura e deve essere protetto. 

Padre Mussie Zerai direbbe: “il diritto dei più deboli non è un diritto debole!”. Se i diritti non sono per tutti, sono privilegi. La Dichiarazione del 1948 è la Carta della nostra umanizzazione: tratta te stesso e gli altri secondo questi principi e avrai realizzato la fraternità umana, avrai realizzato in te e negli altri la pienezza dell’umanità. Dice ancora Morin: “Gli esseri umani hanno bisogno dello sbocciare del proprio “io” ma questo non può prodursi che all’interno di un “noi”….Pertanto le fonti del sentimento che ci portano verso l’altro, collettivamente (noi) e personalmente (tu), sono le fonti della fraternità.” Non chiusa nel nazionalismo ma aperta, inclusiva, basata sull’idea che questo mondo è “la patria della comunità umana, oggi comunità di destino di tutti gli esseri umani del pianeta”.

Il passo successivo, prosegue Morin, è costruire e vivere “oasi di fraternità”, durevoli o momentanee. In un mondo individualista e competitivo, che isola le persone, che alimenta un pensiero che separa o peggio che traduce le realtà umane in cifre, è necessario contrastare la paradossale chiusura delle culture particolari che, di fronte al pericolo, non ascoltano il bisogno di fraternità. “L’ossessione del profitto… non è un’espressione dell’homo sapiens… ma della tendenza al delirio dell’homo demens… perché tutto ciò che non si genera, degenera”. 

Come ben ha ricordato il filosofo Salvatore Natoli, archetipo dell’intollerabile ingiustizia è la guerra: la fame di guerra di chi impone la sua potenza economica, militare politica al resto dell’umanità, e le guerre della fame che costringono i poveri di oggi a spostarsi a rischio della vita per tentare di salvare se stessi e il futuro dei propri figli.

Per cambiare via, prosegue Morin, bisognerebbe preliminarmente abbandonare il nostro modo di conoscere e il nostro modo di pensare - riduttivo, disgiuntivo, compartimentato - in favore di un modo di pensare complesso, in grado di legare, capace di comprendere i fenomeni al tempo stesso nella loro diversità e nella loro unità, così come nella loro contestualità”. Anche Natoli ci ha ricordato che il sapere è una necessità primaria per praticare la giustizia e affrontare l’intollerabile ingiustizia del mondo.

La scuola è il luogo privilegiato per costruire una coscienza d’umanità a partire da un umanesimo rigenerato La fraternità va curata: “essa è fragile come la coscienza, fragile come l’amore la cui forza è tuttavia inaudita. La fraternità, mezzo per resistere alla crudeltà del mondo, deve diventare scopo senza smettere di essere mezzo. Lo scopo non può essere un termine, deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana” (Morin).

In questi mesi abbiamo utilizzato spesso il linguaggio della guerra per definire la resistenza e la lotta contro la pandemia. Forse, come ben ha intuito il primario dell’Ospedale di Codogno, bisogna rinnovare le parole e lo sguardo: “riflettevo ieri sera su cosa siamo, mi sono e vi ho sempre rappresentato come soldati a difesa di un muro. Forse dobbiamo pensare a noi stessi come un porto che si sforza di offrire riparo a navi in tempesta…”

Anche i Giusti, di ogni tempo, sono marinai nella tempesta della guerra, dei genocidi, delle dittature, delle menzogne, delle mafie… Non eroi né santi ma donne e uomini che pensano e riflettono, che vedono e distinguono il bene dal male, il vero dal falso, che scelgono di stare al mondo abbracciando con convinzione la loro responsabilità personale. Dice Arendt:” il male estremo e senza limiti è possibile solo quando queste radici dell’io…sono del tutto assenti. Quando sono del tutto assenti? Quando gli uomini pattinano sulla superficie degli eventi, quando si fanno sballottare a destra e a manca senza dar prova di quella profondità di cui pur sarebbero capaci".

Da dove cominciare? si chiede Ivano Dionigi nel bellissimo saggio “Segui il tuo demone”. Dalla scuola, luogo di guarigione e cura dell’umano, “il luogo dove si apprendono i fondamentali del sapere, uno degli ultimi avamposti civili del Paese, l’unico ambito pubblico dove avviene l’incontro quotidiano e reale tra coetanei e tra adulti e giovani”.

Se crediamo che alla scuola spetti insegnare ad imparare, dopo aver scommesso senza successo sulla triade Inglese, Internet, Impresa, gioverà scommettere su altre “i”: intelligere, cogliere (legere) i problemi nella loro profondità (intus) e relazione (inter); interrogare, educare alle domande e ai dubbi; invenire, scoprire la storia dei giorni passati e immaginare quella dei giorni a venire.”

La scuola come luogo per dialogare, per confrontarsi, per formarsi criticamente ed evitare la malattia della semplificazione, della dimensione monoculturale, della superficialità, del moderno senza memoria e prospettiva, esangue e annoiato.

La scuola come forza di giustizia e pietra angolare della civitas, nella quale si compone la difficile bellezza del bene comune.”

E, prosegue Ivano Dionigi, la cura e la guarigione di questo mondo sono nel “miracolo dei nostri ragazzi… Sono loro che fanno l’unità, la bellezza e la speranza di questo Paese provvidenzialmente ricco di talenti e maledettamente incurante di essi”.

Ragazzi, “mostrate i vostri volti, fate sentire la vostra voce, non siate clandestini; il vostro tempo non è domani, è ora; voi che avete il futuro nel sangue e il privilegio di dare del tu al tempo... Siate consapevoli della vostra forza, perché il tempo vi è amico. Siate insoddisfatti, siate esigenti, siate rigorosi. Vorrei dirvi: siate perfetti.

Il mondo sarà migliore il giorno in cui non diremo più di un ragazzo o di una ragazza «è tutto suo padre, tutta sua madre», ma di un genitore diremo «è tutto suo figlio, è tutto sua figlia».

Scuola e ospedali come porti sicuri di un’umanità che rischia di naufragare ma che può anche riprendere il largo verso orizzonti ampi, spingendo lo sguardo lontano, condividendo con ogni essere vivente il rischio della navigazione e l’ebbrezza del mare aperto.

La scuola, i giovani non sono il problema….sono la cura!


Professoressa Arianna Tegani

27 ottobre 2020

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