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1947

Elisabeth Åsbrink
Iperborea

C’è stato un anno in cui ogni possibilità sul destino della Terra è stata percorribile. Un anno vibrante e instabile, violento e speranzoso, ma soprattutto imprescindibile per capire il mondo di oggi. Dodici mesi in cui si è deciso cosa saremmo diventati tutti: cittadini di Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e India, accomunati dai pesanti fardelli di guerre, colonialismo e nazionalismi.

L’anno in questione è il 1947 ed è stato magistralmente raccontato dalla scrittrice svedese Elisabeth Åsbrink. Partendo dal suo background famigliare (molti suoi parenti sono stati deportati dai nazisti, suo nonno era un ebreo ungherese che aveva conosciuto l’antisemitismo già ai tempi dell’impero austroungarico, ben prima dell’avvento del nazismo), l’autrice racconta mese per mese un anno caotico, in cui vengono messe le basi per la nascita dello stato d’Israele, si dà il via ai processi di Norimberga, l’India viene divisa dal Pakistan, una fitta rete di insospettabili imprenditori del nord Europa finanzia la fuga dei nazisti in Sud America e le vicende personali di alcuni sconosciuti personaggi fanno sì che di lì a poco diventino futuri premi nobel della letteratura, stilisti mondiali e star della musica internazionale.

Åsbrink scava nella storia e nelle storie, portandoci frammenti di verità che relativizzano la nostra idea di mondo. Veniamo a conoscenza degli sforzi britannici, alternativamente spietati e cupamente divertenti, di ritirarsi rapidamente dai loro obblighi imperiali in India e in Medio Oriente. O della nascita di una solidarietà internazionale che unisce nuovi e vecchi fascisti proprio mentre grazie alla spinta giuridica di Raphael Lemkin e agli sforzi letterari di Primo Levi il mondo conosce il concetto di “crimini contro l’umanità”.

E mentre i paesi europei di allora trattano con fastidio le navi dei profughi ebrei proprio come quelli di oggi trattano le imbarcazioni provenienti dalle coste africane, scopriamo che la commissione delle Nazioni unite scelta per decidere cosa farne della Palestina di Medio Oriente conosceva ben poco. E che non fu affatto unita nel pronunciarsi su quale entità dover far nascere in quel lembo di terra: un nuovo protettorato, uno stato multietnico o due stati separati?

Nel frattempo nascevano i Fratelli Musulmani, a Chicago Simone de Beauvoir viveva una dirompente storia d’amore con lo scrittore americano Nelson Algren (mentre il suo compagno di una vita, Sartre, la aspettava a Parigi) e su un’isola semideserta uno scrittore malato e depresso è al lavoro sul suo ultimo libro, un romanzo distopico e tremendamente profetico. Lo scrittore è Orwell, il romanzo – ovviamente -1984.

“Il tempo è asimmetrico ed è impossibile che torni indietro”, scrive Elisabeth Åsbrink. Un bicchiere che cade a pezzi non può tornare a essere intero e l’opportunità di mondo che si poteva creare nel 1947 probabilmente non ci sarà più. Ma ne rimane un’eredità da diffondere di generazione in generazione. Perché se “il dolore si tramanda”, succede lo stesso con il bene. Forse è per questo che Raphael Lemkin nel suo tentativo di universalizzare il concetto di genocidio trovò pochi favori in vita, eppure mai perse la speranza che grazie al suo impegno il mondo sarebbe potuto diventare un posto migliore. “Al di sopra di tutto questo vola un’anima bella che ama il genere umano e perciò è sola”, scriverà nel suo autoritratto.

Joshua Evangelista

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