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Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno

Fulvio Cortese e Francesco Berti
Giuntina, 2015

Il 30 dicembre del 2013 in Israele, nel villaggio di Zykron Ya’aqov, ho visitato la casa degli Aaronshon, oggi divenuta museo. La direttrice mi ha mostrato il nascondiglio, lo stipite di una porta al piano superiore della casa, dove Sarah aveva celato la piccola rivoltella con la quale, nel 1917, dopo avere invocato vendetta per gli armeni, si è suicidata per non tornare nelle mani dei torturatori del carcere turco. Le visioni di morte dell’Anatolia l’avevano segnata per sempre. Quella della famiglia Aaronshon è una delle voci ebraiche che si levano per denunciare il genocidio del popolo armeno, e il titolo Pro Armenia del libro pubblicato dalla Casa Editrice Giuntina a inaugurare in Italia il centenario del genocidio armeno, è ripreso dal Memorandum presentato al Ministero della Guerra britannico a Londra nel 1916 dal fratello di Sarah, Aaron Aaronshon. Connessione tra genocidio armeno e genocidio ebraico già sottolineata dalla figura di Armin T. Wegner, un giusto per gli Armeni e per gli Ebrei, a cui abbiamo dedicato la mostra fotografica alla Biblioteca Marciana inaugurata il 9 gennaio 2015.

Il libro è curato da Fulvio Cortese e Francesco Berti, con la prefazione di Antonia Arslan, che ci ricorda che i testimoni diretti del genocidio appartenenti a un popolo, quello ebraico, sottoposto da secoli a persecuzioni, deportazioni, emigrazioni forzate, ebbero subito la coscienza che un giorno sarebbe potuto toccare anche a loro. Gli Aaronshon che avevano assistito sulla strada della deportazione allo sterminio e alle violenze inaudite inferte al popolo armeno, a cominciare dalla bellissima Sarah, scrissero, denunciarono e divulgarono le notizie riguardo al genocidio degli armeni, che li aveva indotti a pensare con certezza che non ci sarebbe stato un posto nemmeno per loro nel costruendo sogno di una patria turca estesa dai Dardanelli alla Cina. Nel loro furore nazionalistico - ”sviluppatosi in una forma apparentemente europea”, scrive il diplomatico ebreo Lewis Einstein, “ma con lo spirito dell’Asia” -, seguito dalla decisione di procedere alla prima pulizia etnica del secolo, in modo che nell’Impero Ottomano non rimanessero più soggetti non assimilabili o nonriconducibili all’etnia turca, imembri della Hittihad ve Terraki, il partito Unione e Progresso dei Giovani Turchi salito al potere nel 1908, non fecero alcuna eccezione. Allontanamento degli arabi, espulsione dei greci, eliminazione dei nemici interni e degli armeni cristiani insediati da tremila anni in Anatolia, ritenuta dai conquistatori ottomani la “culla dell’anima turca”. Degli ebrei che cosa sarebbe successo? Gemal Pascià, comandante della IV Armata Ottomana in Siria nel 1915, aveva già dato inizio alla deportazione degli ebrei di Jaffa e di Gerusalemme. Fu fermato anche con il contributo degli ebrei del Gruppo NILI, la cui anima era la famiglia Aaronshon; un gruppo di spie ebree che collaborava con gli inglesi di stanza in Egitto, fornendo loro importanti informazioni sui movimenti dell’esercito ottomano e dell’armata tedesca del generale Von Der Golz, inviata dalla Germania - alleata della Turchia. Oltre a raccogliere informazioni militari, il gruppo si faceva inviare ingenti quantità di oro, che serviva per corrompere i turchi e per sfamare i deportati ebrei. Avendo visto di persona cosa stava accadendo agli armeni, gli Aaronshon si convinsero che la stessa sorte sarebbe toccata agli ebrei di Palestina e Siria, e questo li spinse a inviare al Quartier Generale inglese le drammatiche notizie sui massacri degli armeni. Gli inglesi fecero pressione sui tedeschi, i quali arrestarono le deportazioni degli ebrei. Erano notizie settimanali quelle del NILI, che partivano dal porto di Atlit, vicino al borgo di Zykron Ya’aqov, dove risiedeva il gruppo. Nella prefazione al libro di Anita Engle sul gruppo Nili, All’ombra della Mezzaluna (Baldini Castoldi Dallai Editore, Milano 2008), di cui ho curato l’edizione, sottolineavo il fatto che se gli armeni avessero avuto la possibilità di inviare su vasta scala al mondo civile le notizie del genocidio in atto, probabilmente non sarebbero stati massacrati come agnelli sacrificali. E tuttavia rilevavo anche che, là dove alcuni testimoni coevi, come nel caso delle voci ebraiche, denunciavano e imploravano la fine dei massacri, non furono ascoltati, lo sguardo fu distolto.

Anche Lewis Einstein, il diplomatico segretario della legazione dell’ambasciata degli USA, è una delle voci ebraiche sul genocidio armeno di cui è stato testimone. Apprezzato storico e autore di numerose pubblicazioni, in The Armenian Massacres, pubblicato nel gennaio del 1917 nella “Conemporary Review”, dopo avere descritto gli orrori ai quali aveva assistito, conclude: “È stato detto quanto basta per far capire la natura raccapricciante della grande tragedia…ma non si potrà mai adeguatamente comprendere lo spirito diabolico con cui venne perpetrato l’assassinio…”.E così Andrej Mandelstam, giurista e diplomatico dell’Ambasciata della Russia zarista, poi esule dopo la rivoluzione bolscevica a Parigi, nella pubblicazione del 1918, La Turquie, dedicata alla politica della Turchia a partire dai massacri hamidiani, fino al Governo dei Giovani Turchi, dichiara:

” …Il cinismo raggiunge il culmine quando il governo ottomano, in una deprecabile difesa, tenta di giustificare lo sterminio degli armeni simulando una loro rivoluzione”. Considerato il padre nobile della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, finalmente approvata, dopo vari tentativi, il 1° dicembre del 1948 a pochi mesi dalla sua morte (1949), Mandelstam ha dedicato per tutta la vita le sue forze alla difesa delle minoranze. Nelle pagine conclusive delle sue riflessioni, ci ricorda la nota degli Alleati al Presidente Wilson del 10 gennaio del 1917, in cui si chiede “la liberazione dei popoli sottoposti alla sanguinaria tirannia dei turchi” e “l’espulsione dall’Europa dell’impero ottomano che è assolutamente estraneo alla civiltà occidentale”.

L’ultima tra le voci ebraiche sul genocidio armeno è quella di Raphael Lemkin, ebreo polacco che, assistendo a Berlino nel 1921 al processo all’armeno Soghomon Tehlirian - reo confesso ma assolto per l’assassinio di Talaat, il più sanguinario dei triumviri del governo dei Giovani Turchi -, iniziò lo studio del “crimine di lesa umanità” con cui si era aperto il Novecento, per giungere a coniare il termine giuridico di “genocidio” dopo gli eventi spaventosi della Shoah, nel cuore dell’Europa civile, che lo videro esule negli Stati Uniti. Il termine genocidio fu adottato dall’ONU nel 1948.

Sono tante le voci degli ebrei che si potrebbero aggiungere alle quattro raccolte nel piccolo saggio. Tra queste, ad esempio, quella di David Sasson della Alliance Israelite Universelle, di stanza a Mossul nel 1915, testimone di atrocità e orrori, che cercò di alleviare le sofferenze degli armeni; arrestato diverse volte, liberato per intervento di amici importanti, gli venne imposto di non interessarsi più a ”quel genere di cose”. Disobbedì e di ritorno a Costantinopoli inviò in Francia resoconti precisi di ciò a cui aveva personalmente assistito.

Fulvio Cortese e Francesco Berti, curatori del volume, tradotto da Rosanella Volponi, chiariscono diversità e somiglianze delle testimonianze raccolte, operano confronti tra le letture delle motivazioni che stanno alla base dell’azione genocidaria dei Giovani Turchi e sottolineano come “il “corale lamento pro Armenia”possa essere visto come triste presagio di chi, da sempre perseguitato, intravede nel caso armeno “un angosciante salto di qualità, un precedente violentissimo capace, da quel momento in poi, di abbattersi con ferocia anche su altri popoli e, in primis, su quello ebraico”.

Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica d'Armenia

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