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Armenia oggi. Drammi e sfide di una nazione vivente

Simone Zoppellaro
Guerini e Associati, 2016

Come si giunge a raccontare una “Nazione vivente”, (il riferimento è a una poesia di Pasolini), i suoi drammi, le sue sfide?

Simone Zoppellaro, corrispondente dal Medio Oriente per Osservatorio Balcani e Caucaso, lo fa percorrendo le strade della piccola Armenia indipendente, mescolandosi alla gente, vivendo la loro quotidianità nella condivisione del cibo, della preghiera, delle Memorie; innanzitutto la memoria del genocidio, parte integrante dell’identità armena “custodita con amore e insieme dolorosa”, non relegata a un lontano passato, ma mescolata ai drammi del presente.

L’autore ci racconta chi sono gli armeni oggi, una realtà vissuta con intelligenza conoscitiva e competenza ma soprattutto con una intensa partecipazione emotiva. Questo tratto particolare della sua narrazione ci restituisce un mondo armeno vivo, mobile, composito e ci aiuta a immergerci in esso, a farlo nostro, a dialogare con questa realtà.

Antonia Arslan, nella prefazione a questo importante contributo di Zoppellaro - che va ad arricchire la collana dell’editore Guerini Frammenti di un discorso Mediorientale - parla di una “affettuosa dolcezza” che segna il modo di raccontare dell’autore; forse “quell’inquietudine d’amore” che gli ha consentito di giungere al cuore della gente e di una terra che è ponte, non certo baluardo, tra Occidente e Oriente, una terra che sentiamo vicina non solo perché è stata la prima nazione a convertirsi al cristianesimo, ma anche per i contatti e gli scambi con l’Europa e il resto del mondo, mai venuti meno nei secoli, al di là e oltre il dramma diasporico degli esuli.

È partito dall’Iran il viaggio dell’autore, dalle comunità armene grandi e piccole che hanno contribuito ad arricchire il paese con il loro lavoro e la loro cultura; ha toccatoaltre regioni del Caucaso, la Turchia, il Libano, la Siria per poi approdare a Yerevan la capitale dell’Armenia prima persiana, poi zarista, sovietica e infine indipendente dal 1991.

È il 2015, l’anno del centesimo anniversario del genocidio, la data simbolo che tieneinsieme le fila del racconto. Intensità delle celebrazioni di un anniversario atteso e temuto per il peso insopportabile del negazionismo del governo turco, reso tuttavia più lieve dal riconoscimento forte e deciso di papa Francesco che fa cadere tanti muri dì silenzio. Un’esperienza fortemente empatica porta l’autore a mettere a nudo le molte contraddizioni di una terra che aspira a uscire dall’ isolamento subìto e non voluto e a restituirci il sentire di un popolo capace, anche se impegnato ancora una volta a lottare per la propria sopravvivenza, di vivere un legame profondo con le proprie radici e insieme di guardare al futuro.

Le cerimonie ufficiali, la grande trepidazione per i capi di Stato attesi al Memoriale del genocidio, la Fortezza delle rondini che guarda all’Ararat perduto, ma soprattutto l’interminabile corteo di un popolo che depone i fiori fino a notte intorno alla fiamma perenne, è stato il messaggio più eloquente: il popolo armeno esiste ancora, i sopravvissuti hanno fatto rinascere la nazione, le profezie dei carnefici sono state smentite.

La celebre rock band dei System Of A Down, composta interamente da armeni, ha lanciato nella grande piazza della Libertà di Yerevan, il suo “urlo contro il genocidio”, ma il “culmine emotivo”, racconta Zoppellaro, è stato raggiunto quando la voce forte e chiara di Sergej Tankian, il vocalist più impegnato nella battaglia per rompere il silenzio che avvolge il milione e mezzo di vittime, ma anche il più aperto al dialogo e alla riconciliazione, è risuonatacome grande messaggio di speranza. Ha raccontato un atto di “bene” dentro la catena del male estremo: la nonna salvata da un turco che non ha voluto stare dalla parte dei carnefici; di questo atto Ankara dovrebbe essere orgogliosa.

Zoppellaro racconta anche l’esperienza del movimento Electric Yerevan, una protesta giovanile per l’aumento del costo dell’energia elettrica che ha scosso l’Armenia nell’estate del 1915, repressa pesantemente dalla polizia. Scarsi i risultati, ma sicuramente un segnale che secondo l’autore ha posto fine alla “lunga stagione di apatia e di silenzio”, eredità della cultura sovietica. “Una speranza per il futuro” - conclude Zoppellaro – “per un domani finalmente all’altezza di una nazione povera ma colta, stanca ma invincibile”.

Ci sarà la stessa energia per sostenere la crisi del Nagorno Karabakh, guerra strisciante che dura da vent’anni e che vede oggi una pericolosissima escalation di violenza? Una tregua fragilissima che non regge di fronte alla corsa agli armamenti del presidente Aliyev, deciso a riappropriarsi di un territorio “occupato”. Pagine toccanti quelle di Zoppellaro che si è unito alle giovani reclute del fronte, figli delle classi più povere. Ha colto gli aspetti più drammatici della loro realtà, in un “paese che non c’è”, dove purtroppo il seme dell’odio torna a crescere con una rapidità inimmaginabile. Uno dei tanti drammi e delle sfide dell’Armenia di oggi, ai quali si aggiunge la presenza di circa 20.000 profughi siriani e migliaia di yazidi, accolti e aiutati dal governo armeno sia pure tra mille difficoltà.

Povertà, disoccupazione, corruzione, disagio sociale, classe media in totale declino, guerra, recrudescenza dei nazionalismi ai quali i piccoli paesi accerchiati sembrano più esposti. E tuttavia in questo quadro tragico e disperante, Simone Zoppellaro crede ancora nella realtà di una “nazione vivente”, che non subirà il “genocidio culturale” evocato nei versi di Pasolini. L’identità armena è un’identità forte, che ha resistito nei secoli per la fede, la cultura, la capacità di lavoro, l’impegno educativo, il valore dato alla famiglia e alle tradizioni. La speranza, che coincide con l’obiettivo che l’autore si è posto, è di confrontarsi con la realtà presente, la cui salvezza dipende dalla capacità di promuovere e vivere una cultura della convivenza, unico antidoto al risorgere della “barbarie etnocentrica”. La memoria, anche quella tragica di un genocidio negato, non può che essere, ribadisce l’autore, una “opzione aperta”, che riguarda non solo gli armeni, ma tutte le minoranze in Medio Oriente e in altre parti del mondo.

“Se la memoria non si pone come pietra di paragone del nostro presente, il ricordo diviene allora un peso inutile da cui le generazioni future tenteranno presto di liberarsi, o abbiamo già cominciato noi tutti?”, si chiede l’autore nella conclusione, pur mantenendo salda la sua fiducia nel popolo armeno:

“La cultura di quei luoghi è ancora fatta d’aria, di pietre e tempo…La fede, gli ideali e i sogni di queste persone non hanno ancora interrotto quel legame eterno con le loro radici, che sono dure come pietre”.

Anna Maria Samuelli

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