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Killing Orders. I telegrammi di Talat Pasha e il Genocidio Armeno

Taner Akçam
Guerini e Associati, 2020

L'autore: Taner Akçam, storico e sociologo turco, tra i primi accademici a riconoscere e affrontare il tema del genocidio degli armeni del 1915 ad opera del Governo dei Giovani Turchi. La sua testimonianza di verità gli è costata la reclusione e l’esilio. Chiesto e ottenuto asilo politico in Germania, dove nel 1995 ha ottenuto il dottorato presso l’Università di Hannover con una tesi su “Nazionalismo Turco e Genocidio Armeno”, fu chiamato poi negli Stati Uniti e oggi ha la cattedra di Studi sul Genocidio Armeno alla Clark University del Minnesota.

Il contenuto del saggio: il suo ultimo prezioso lavoro riguarda i telegrammi di Talat Pasha e di altri esponenti del regime, materiale venduto da un funzionario turco Naim Efendi a un intellettuale armeno sopravvissuto al genocidio, Aram Andonian, che li ha pubblicati con il titolo “Memorie di Naim Bey”. Documentazione screditata e contestata sistematicamente dal governo turco impegnato in una raffinata operazione di negazionismo sino ad oggi. Taner Akçam ha lavorato su questi documenti ma soprattutto sulla massa documentaria raccolta dal sacerdote cattolico Krikor Guerguerian e custodita a Gerusalemme nella biblioteca del quartiere armeno, archivio messo oggi online a disposizione degli studiosi dal nipote Edmund Guerguerian. Taner Akcam ha lavorato sul sistema di cifratura dei telegrammi con controlli incrociati su altri inediti e sui documenti ottomani, i pochi messi oggi a disposizione degli studiosi. Le notazioni a margine di Naim Bey, l’analisi delle lettere, la verifica dei nomi, gli hanno consentito di assicurare alla verità storica il percorso attraverso il quale il triumvirato è giunto ad esprimere con estrema chiarezza l’intenzione e l’azione genocidaria che ha portato all’eliminazione di un milione e mezzo di armeni cristiani sudditi dell’Impero ottomano. Una vera e propria macchina di sterminio affidata ad ordini cifrati scritti, oggi decriptati, di cui finalmente è assicurata la verità, e alla solerzia dei “volonterosi carnefici” del regime dei Giovani Turchi.

Lo storico turco Taner Akçam contro il muro del negazionismo

Il ministro dell’interno del governo dei Giovani Turchi Mehmed Talat Pascià è stato il maggiore artefice del genocidio degli armeni iniziato nel 1915 e portato a termine nel 1923, nell’area dell’Impero ottomano. Era stato un impiegato delle poste e ricopriva la carica di telegrafista. Con una carriera politica assai rapida divenne ministro nel triumvirato che avrebbe dovuto modernizzare il paese dopo avere esautorato di fatto il Sultano. In realtà l’obiettivo primario divenne ben presto la pulizia etnica degli armeni sudditi fedeli dell’Impero. Talat conservava in ufficio e in casa alcuni telegrafi con i quali si metteva in comunicazione con tutte le prefetture dell’Impero, inviando telegrammi cifrati con istruzioni precise di come eseguire la deportazione e lo sterminio degli armeni. Alcuni di questi documenti sono alla portata degli storici, ma Taner Akçam ha compiuto un vero e proprio “salto di qualità” lavorando su materiale inedito e soprattutto sul sistema dei codici cifrati e sul metodo di decrittazione.

L’odissea dei documenti La raccolta dei documenti comprovanti il genocidio armeno vive un’odissea che dura da più di un secolo, spesso avvolta nel mistero, con furti, ricomparse, contestazioni, segreti, cambio di luoghi di conservazione. Dobbiamo oggi allo storico turco Taner Akçam la riscoperta, catalogazione, traduzione e interpretazione di tali documenti.

La prima edizione delle memorie e dei documenti di Naim Sefa Bey, impiegato ad Aleppo presso l’Ufficio Deportazione, raccolti dal giornalista armeno sopravvissuto Aram Andonian in Siria negli anni del genocidio fu pubblicata a Londra nel 1920 da Hodder and Stoughton con il titolo The Memoirs of Naim Bey , assieme alle memorie dello stesso Andonian, testimone oculare dei fatti e cercatore dei resoconti dei sopravvissuti. Seguì a breve una edizione in francese.

Nel 1921 Andonian consegnò alcuni di questi documenti originali ai tribunali militari del processo agli Unionisti di Istanbul del 1919 e nel 1921 ne consegnò altri al processo di Berlino contro Soghomon Tehlirian, il giustiziere di Talat Pasha, reo confesso, assolto dal tribunale tedesco. I documenti originali consegnati ai due tribunali non furono purtroppo mai restituiti a Andonian, scomparvero e rimasero solo le copie fotografate dallo stesso Andonian. È nato così il problema degli “originali”, della impossibilità di una “narrazione documentaria” del genocidio armeno, argomento utilizzato costantemente dagli storici negazionisti.

Dopo la presa del potere kemalista in Turchia e la fondazione della Repubblica turca per opera di Mustafa Kemal nel 1923, venti casse di documenti in possesso del Patriarcato Armeno di Istanbul con i resoconti dei processi di Costantinopoli, furono spedite prima a Manchester, poi per sicurezza a Marsiglia ed infine al Patriarcato armeno di Gerusalemme, dove sono tuttora conservati in un luogo inaccessibile che non ho potuto visitare durante i miei viaggi a Gerusalemme, ma al quale Taner Akçam e lo storico Raymond Kevorkian hanno avuto accesso. Fra questi documenti ci sono anche quelli di Naim Bey.

Venuto a conoscenza di questa preziosa fonte documentaria, Padre Gregorio Guerguerian è andato dal Cairo a Gerusalemme e ha fotografato i documenti. Alcuni di questi sono stati utilizzati anche da Taner Akçam per le sue ricerche.

Quando mi sono recato in Siria per realizzare un documentario sul genocidio armeno con il regista della RAI Carlo Massa, ho incontrato Armen Mazloumian, il proprietario dell’Hotel Baron di Aleppo che mi ha mostrato la stanza dove si incontravano di notte e in gran segreto Andonian, allora ospite dell’albergo, e Naim Sefa. Una stanza buia con una entrata nascosta arredata in stile ottomano.

Il lavoro dei negazionisti: alcuni esempi

Fino ad oggi le notizie riguardo questi documenti sono state silenziate dalla pressione negazionista del governo della Turchia portata avanti negli anni ’80 in particolare dagli storici turchi Şinasi Orel e Süreyya Yuca che dichiaravano che Naim Sefa non era mai esistito, che si trattava di una invenzione degli armeni e che i documenti erano un falso creato ad hoc. Dopo una lunga ricerca Akçam riesce a trovare in Turchia documenti ottomani ufficiali che riportano l’effettiva esistenza di un funzionario delle deportazioni ad Aleppo chiamato Naim Sefa Bey.

La stessa cosa era avvenuta con lo storico americano negazionista Justin Mac Carthy riguardo alla figura dell’arabo musulmano Fayez El Ghossein, un giusto testimone di verità per gli armeni, il primo che ha visto con i suoi occhi le carovane dei deportati armeni e ha assistito alle torture e alle eliminazioni. Fayez El Ghossein ha scritto nel 1916 un diario di ciò che aveva visto, un diario degli orrori. Ho cercato e trovato in Siria la famiglia di Fayez e il 26 dicembre del 2004 ho intervistato il figlio ottantenne Hussein, a El Sharahiè, sobborgo di Deraa, provando così l’esistenza del padre Fayez. Ho deposto un po’ di terra della sua tomba nel Muro della Memoria dei Giusti a Dzidzernagapert, Memoriale del Genocidio a Yerevan, in Armenia.

I tentativi di cancellare o sottrarre le fonti documentarie sono una delle caratteristiche del lavoro dei negazionisti. È accaduto nella biblioteca Nubarian di Parigi, diretta dal 1928 al 1952 dallo stesso Aram Andonian, il cui accesso oggi è assai controllato. Il direttore della biblioteca, lo storico Raymond Kevorkian mi ha spiegato che è stato installato un sistema antifurto in seguito alla scomparsa di alcuni documenti. Una parte dei documenti originali pubblicati, consegnati da Naim Sefa ad Andonian, custoditi nella biblioteca sono svaniti, pare un furto su commissione. Restano i documenti non pubblicati. I documenti sottratti erano in osmanli: alcuni fotografati, altri ricopiati, altri trasmessi oralmente e trascritti.

Nel 1962 appare per CEDAM (Padova) il libro di Francesco Sidari: La Questione armena nella politica delle Grandi Potenze. Mio padre leggeva l’osmanli, che per lui non era una vera lingua ma un coacervo di parole arabe e persiane. Era medico e aveva come assistente il fratello medico dello storico Francesco che aveva letto le prime bozze del lavoro donato a mio padre. Conservo ancora una copia piuttosto sciupata commentata pagina per pagina da mio padre. Le ultime 300 copie sono state acquistate dalla Fondazione Stefano Serapian dietro mio consiglio, poiché all’epoca i turchi compravano tutti i libri che trattavano l’argomento del genocidio armeno. Francesco Sidari aveva ricevuto dal patriarcato del Cairo alcuni documenti in osmanli di Padre Gregorio Guerguerian e anche i documenti raccolti dal console italiano a Trebisonda, Giacomo Gorrini, donati alla Congregazione Mechitarista di San Lazzaro. Nel libro di Francesco Sidari sono riportati in appendice alcuni documenti d’archivio degli ordini del Ministero dell’interno ottomano dell’epoca, tradotti in italiano, “i documenti Andonian di Naim Sefa”.

I turchi hanno anche acquistato negli anni un numero cospicuo di copie delle varie edizioni del romanzo di Franz Werfel, I Quaranta giorni del Mussa Dagh.

L’uscita del mio libro, nel 2000 nella collana armena dell’editore Guerini e Associati, Voci nel deserto. Giusti e testimoni per gli armeni, nel quale un capitolo corposo è dedicato a Naim Sefa e ai documenti Andonian dei quali ho riportato alcune traduzioni in italiano, ha suscitato una vivace contestazione da parte turca.

Anche lo storico tedesco Hilmar Kayser, che conosceva l’osmanli, è stato tra i primi a sostenere la veridicità dei documenti Andonian, assieme allo storico Ara Sarafian.

Il libro: il grande lavoro e la scoperta di Taner Akçam

“Divellere l’ultimo mattone del muro eretto dal negazionismo”, questo l’obiettivo e il risultato raggiunto da Taner Akçam grazie alla determinazione e alla convinzione che ha guidato il suo lavoro di storico: quello degli armeni è stato un genocidio e la “pulizia” degli archivi del Ministero degli Interni, del Partito Unione e Progresso e dell’Organizzazione Speciale attuata dagli ufficiali ottomani durante il processo agli Unionisti del 1919, come ogni atto di occultamento di documenti e di fatti accaduti, non può mai essere operazione perfetta. ” Ogni atrocità di massa lascia inevitabilmente delle tracce”, scrive Akçam.

L’archivio di Krikor Guerguerian, il monaco armeno sopravvissuto al genocidio che ha custodito più di centomila documenti, conteneva tra gli altri, le Memorie di Naim Bey trascritte da Aram Andonian. Taner Akçam per prima cosa dimostra, esaminando documenti ufficiali, l’esistenza del funzionario Naim Efendi dell’Ufficio Deportazioni di Aleppo. Naim Bey aveva trascritto di suo pugno più di 50 telegrammi e aveva venduto 24 documenti originali ad Aram Andonian. Taner Akçam procede poi al difficilissimo compito di analizzare il sistema di decrittazione dei documenti cifrati e dei cablogrammi che venivano inviati alle prefetture ottomane, in maniera particolarmente solerte da Talat Pasha. Ritrova documenti criptati con gruppi da 2 a 5 cifre, cifratura che variava ogni 6 mesi. Le chiavi di decrittazione erano scomparse già nel 1914, alla vigilia della guerra, ma Akçam riesce nel suo intento utilizzando i codici antecedenti al 1914 e operando confronti. Lavora a lungo anche su documenti di alcuni archivi ottomani aperti recentemente ad Ankara. Scopre che il Ministero dell’ interno utilizzava tecniche distinte di crittografia a seconda dei destinatari, raggruppamenti di cifre o combinazioni di lettere, metodo quest’ultimo meno sicuro e presto abbandonato. Un lavoro accurato di vaglio e confronto negli archivi che ha dato all’autore la possibilità di contestare in modo scientifico gli argomenti utilizzati dagli storici turchi negazionisti Orel e Yuca che hanno accusato Aram Andonian di costruzione di documenti falsi. La ricerca potrà essere ampliata quando tutti i taccuini con le chiavi crittografiche saranno messi a disposizioni dei ricercatori.

Taner Akçam può affermare che i cablogrammi cifrati consegnati da Naim Bey ad Aram Andonian sono coerenti con quelli ritrovati negli archivi ottomani e che ”non vi è nulla che ne mini l’autenticità (p.135). Il confronto tra il fondo Andonian e i numerosi documenti ottomani esaminati che fanno riferimento agli stessi episodi e eventi contenuti e narrati nella trascrizione di Andonian, confermano “l’accuratezza del resoconto di Naim”.

Taner Akçam esamina anche i documenti riportati negli anni ‘20 sul quotidiano “Alemdar” e sul quotidiano in lingua francese “La Renaissance” di Costantinopoli; commenta ogni documento su basi storiche e ci permette di seguire il percorso di una ricerca che diventa via via una avvincente ricostruzione di verità. Un lavoro pregevole che completa e arricchisce altri documenti esistenti: memorie dei sopravvissuti, dispacci delle ambasciate, dei consolati, memorie dei figli e dei nipoti dei carnefici. 

Voglio ricordare anche le memorie dei discendenti, figli e nipoti dei Giusti ottomani che hanno salvato gli armeni deportati, memorie che possono ampliare ulteriormente il campo della ricerca e consolidare l’operazione di demolizione del negazionismo della Turchia, obiettivo perfettamente raggiunto dal lavoro di Taner Akçam.

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