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La maschera della verità

di Pinar Selek Fandango libri, 2015

Questo memoir dolente è appassionato, nella sua concisione ed efficacia stilistica, filtra in una prospettiva soggettiva la questione armena in Turchia e ne sviscera le connotazioni non solo storico-sociali, ma anche i risvolti psicologici e formativi. I condizionamenti subiti da Pinar Selek nella sua personale presa di coscienza del genocidio armeno, le rimozioni dovute a un’educazione scolastica fuorviante, l'immagine che degli armeni si deposita nel suo subconscio, - fondamentalmente quella di un popolo "inesistente", nascosto, per non dire mimetizzato, nella massa - tutto ciò appartiene all'esperienza diretta di Pinar, ma ci fa anche capire quanto sia capillare e metodica l'opera di disinformazione attuata dai governi turchi in merito al genocidio armeno. Sicché se tutti i meccanismi che stanno alla base dell'esaltazione del nazionalismo turco ("Felice chi può dirsi turco") sono ben noti a coloro che studiano il fenomeno del negazionismo e inducono prevalentemente a un atteggiamento critico ma emotivamente distaccato, vedere gli stessi meccanismi descritti e tradotti nel vissuto di una persona in carne ed ossa, capire che cosa significa essere costretti a nascondere il proprio nome armeno o vedersi negare un passato inciso nella propria carne o essere costretti a considerare cosa normale passeggiare per strade intitolate ai carnefici dei propri avi, dà un risalto emotivo straordinariamente efficace a quelle che per altro verso sono verità storiche che ogni studioso in buona fede riconosce.

Nella narrazione della scrittrice emerge con evidenza quanto sia capillare e meticolosa l'opera di disinformazione esercitata fin dalla più tenera età sulla mentalità del popolo turco, che assorbe come naturale una menzogna propinata sotto veste di verità ufficiale contenuta nei manuali scolastici e nei riti nazionalistici.

Occorre molta autonomia di pensiero e spirito critico, oltre a una grande forza di carattere, per emanciparsi da un condizionamento così forte. La Selek si è sottratta a questo senso comune, pagando un prezzo altissimo al suo amore per la verità, subendo carcere e torture, l'esilio e la condanna in contumacia dopo essere stata assolta tre volte per un attentato che non ha mai commesso. Il percorso che l'ha condotta a emanciparsi non solo dagli stereotipi propagati dal governo del suo Paese, ma anche dagli ideologismi di una sinistra dentro la quale lei stessa ha militato con determinazione, è descritto come un percorso accidentato e faticoso, in quanto gli stereotipi hanno giocato un ruolo importante nella sua giovanile visione del mondo. Fondamentale in tale percorso è stata la famiglia, che fin dalla sua infanzia l'ha instradata verso un punto di vista intellettualmente autonomo ed eticamente libero. Ma indubbiamente la forza e la combattività di Pinar hanno trovato un ulteriore sostegno e fonte di ispirazione nel giornalista Hrant Dink, ucciso per aver difeso la memoria del genocidio armeno in Turchia e la necessità di una riconciliazione fra i due popoli, che si basi sul riconoscimento delle proprie responsabilità da parte dello stato turco.

Il rapporto di grande amicizia e collaborazione instaurato dalla Selek con Hrant Dink non è stato interrotto dal suo assassinio. Dopo la morte dell'Amico carissimo Pinar si è ulteriormente rafforzata nella convinzione che seguirne l'esempio è il modo migliore per tenerne viva la memoria, al di là di tutti i sacrifici che ciò comporta. La nostalgia per il suo paese è un aspetto importante di questi sacrifici, e il lettore non può fare a meno di commuoversi di fronte a un sentimento umanissimo come la nostalgia. 
Ancora di più commuove la nobiltà d'animo di chi sacrifica il proprio sentimento al proprio amore per la verità.

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