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Eroi in fiamme. Makuch e gli altri che sfidarono l’URSS

Dario Fertilio e Olena Ponomareva
Mauro Pagliai editore, 2020

"A Kiev il cittadino ucraino Vasyl Makuch ha compiuto l’autoimmolazione in segno di protesta contro il totalitarismo comunista, contro l’oppressione del popolo ucraino e l’aggressione dell’Unione sovietica contro la Cecoslovacchia. Le comunità democratiche di tutto il mondo si inchinano davanti al gesto di coraggio del patriota ucraino".
Così il 5 novembre 1968 Radio Free Europe annunciò l’estremo sacrificio del giovane dissidente che pochi mesi dopo ispirerà il più famoso Jan Palach.
Di questa storia, e di quella di tanti altri giovani che scelsero il gesto fortemente simbolico dell'immolazione attraverso il fuoco, si parla nel saggio di Dario Fertilio e Olena Ponomareva.

Gli scritti di Makuch appaiono qui gettando luce su una figura eccezionale e finora sconosciuta. Ma dalle pagine del libro emergono tante altre vicende di vittime, persecutori, indifferenti, eroi, vigliacchi, incoscienti, disperati, innamorati di un'idea o semplicemente di una persona.
L'epopea degli "eroi in fiamme", qui narrata in una fusione di stile saggistico e narrativo, non si ferma al 1991: prosegue anche oltre la caduta dell'Urss, perché le storie di donne e uomini che vissero quegli anni ne sono ancora oggi profondamente e irreparabilmente segnate.

Di seguito proponiamo un breve estratto dal volume, in cui si presenta la straordinaria figura di Makuch:

Siwiec, Makuch, Palach: questa trinità del martirio coscientemente affrontato ci si offre oggi come un simbolo, ma un simbolo di qualcosa che non è facile mettere immediatamente a fuoco. Se infatti è comprensibile, entro certi limiti, l'autoimmolazione eroica, capace di scuotere le coscienze, risulta più difficile afferrare le motivazioni del gesto di chi non poteva non prevedere che il suo sacrificio sarebbe stato cancellato da qualsiasi libro di storia, e rimosso dalla coscienza collettiva. A differenza di Siwiec, che nello stadio di Varsavia si impose comunque alla memoria di molti; e a differenza di Jan Palach, destinato alla santificazione postuma, nazionale e religiosa, della Cecoslovacchia e di tutto il mondo, il nome di Makuch sparì negli incartamenti segreti della amministrazione poliziesca sovietica. Il processo che gli venne intentato, a morte avvenuta, si concluse con l'archiviazione di prammatica "per il suo stato di turbamento mentale".
Non rimane dunque che interpretare ciò che è accaduto come l'affermazione solitaria di un'idea, e di una necessità personale indifferibile. Nella lettera, consegnata da Makuch alla Posta di Kyiv poco prima di darsi fuoco, sono accuratamente spiegate le motivazioni storiche e politiche, moralmente ineccepibili e nella sostanza violentemente accusatorie, verso l'intero sistema sovietico. Il suo dunque non fu un gesto emotivo, disperato, frutto di un momento d'esaltazione autolesionistica. Makuch sentiva di dover agire in quel modo per non tradire se stesso, e non sottrarsi alla necessità di una radicale testimonianza personale.
Oggi, trent'anni dopo dopo la caduta del regime che aveva osato sfidare da solo, vengono alla luce i documenti che provano il suo coraggio e raccontano ciò che venne rimosso dal regime per decenni. Una busta, i fogli scritti a mano da Makuch in calligrafia ordinata, i rapporti riservati delle autorità su di lui, i timbri postali che provano come tutto sia accaduto in tempi brevissimi. La lettera fu recapitata probabilmente il giorno stesso al Comitato centrale del Partito, poiché la sede si trovava a poca distanza dall'edificio delle Poste. Ogni frase venne letta, e le più significative sottolineate di suo pugno, con una matita rossa, dal presidente Petro Šelest, mentre il rapporto conclusivo seguì di poco la morte di Makuch.
Per questo motivo il titolo di eroe in fiamme spetta, più che a chiunque altro, a lui, Vasil' Makuch. Il racconto della sua vita, come nelle grandi saghe eroiche, può essere letto alla stregua di un destino inflessibilmente accettato e affrontato.

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