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La tortura del silenzio - Storia di Marius Oprea, cacciatore dei criminali di regime

Guido Barella
Edizioni San Paolo, 2014

La vera ricerca di Oprea, consegnataci dall'autore sotto forma ora di intervista ora di riflessioni personali del protagonista, è quella dei corpi buttati nelle fosse comuni dei dissidenti del regime di Ceaucescu. Corpi senza una degna sepoltura, sottratti ai parenti e al loro desiderio di onorarli nell'estrema dimora. Si tratta innanzitutto di un'istanza religiosa, del bisogno di mettere una croce sopra una tomba. Un estremo atto di restituzione di dignità a chi si era visto negare perfino il diritto al ricordo. Attraverso la ricostruzione delle indagini intraprese da Oprea per restituire alla memoria le vittime, da un lato si ricostruiscono le nefandezze della Securitate rumena, longa manus del regime comunista e dall'altro si traccia un affresco delle forze spirituali e culturali che animarono la dissidenza a partire dagli anni '40, nonché uno schizzo delle condizioni di vita miserabili in cui era costretta a vivere la società rumena sotto il regime comunista.

Occorrono competenze da archeologo per condurre le ricerche in modo proficuo, perché spesso gli indizi sono talmente labili e le testimonianze così indirette che risulta difficilissimo individuare i siti delle fosse comuni. Non per niente in qualche caso si deve chinare la testa di fronte all'insuccesso. Oprea, in quanto archeologo, ha le competenze necessarie, ma da sole queste non basterebbero a spiegare la tenacia e l'abnegazione con cui si dedica all'attività di ricerca. Egli è sostenuto soprattutto dalla sua forte convinzione etica che la memoria è l'unico risarcimento ormai rimasto per gli innocenti che hanno sacrificato la vita sull'altare di un'ideologia disumana. Convinzione etica e afflato religioso, questi sono i due fattori alla base dell'attività di Oprea e della sua ristretta cerchia di amici collaboratori. Di questa sua prospettiva religiosa rimane traccia nella rievocazione di figure di vescovi martiri del comunismo e soprattutto nella ricostruzione delle persecuzioni subite da un gruppo religioso, quello degli uniati, cattolici di rito bizantino. Contro gli uniati si realizzò una oggettiva alleanza fra chiesa ortodossa rumena e regime comunista nell'intento di estirpare quella confessione dalla Romania.

Fra le righe del libro fa capolino un cruccio, direi quasi un disagio del personaggio, il quale deve prendere atto che in Romania la fine del regime di Ceaucescu non ha significato la fine di un sistema di potere che a quel regime si può tuttora ricollegare. In Romania non c'è stato un reale processo ai gerarchi del regime, un analogo del processo di Norimberga per intenderci, ma solo un ribaltamento nei rapporti di forza fra i rappresentanti dello stesso regime. Questo spiegherebbe perché ben dopo la condanna a morte di Ceaucescu e della moglie, molti alti gerarchi del regime potessero muoversi indisturbati in Romania senza subire alcuna molestia per non dire condanna penale. È forse questa luce gettata sulla storia recente della Romania che rende questo libro interessante, al di là delle purtroppo scontate e raccapriccianti descrizioni delle raffinate forme di tortura inventate da un regime in fase agonizzante.

Salvatore Pennisi

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