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L'ombra del nemico

Marta Serafini
Solferino, 2020

Il 3 novembre 2014 il governo iracheno annuncia che i miliziani dell’Isis hanno ucciso 322 membri di una tribù sunnita durante un’esecuzione. Il 12 novembre 2015 due bombe colpiscono il distretto di Burj El Bajbeh, a Beirut, e uccidono 40 persone. E ancora: il 28 giugno 2016 tre aggressori, probabilmente coordinati dal cittadino russo Akhmed Chatayev, raggiungono in taxi l’aeroporto di Istanbul Ataturk, aprono il fuoco e infine si fanno esplodere: 44 morti e 230 feriti.

Quanti di noi hanno totalmente rimosso questi e tanti altri istanti di terrore che negli ultimi anni hanno soggiogato il mondo intero?

Se la stagione del terrorismo di matrice islamica non è mai finita e se gli attentati continuano a scadenzare le agende politiche di molti stati, non perdere il senso della storiografia e l’interesse per le singole storie diventa fondamentale per non diventare assuefatti e per restituire dignità alle vittime.

In quest’ottica il libro di Serafini è un toccasana: a una cronologia puntuale del terrorismo islamico degli ultimi anni l’autrice abbina un lavoro attento di ricerca sul contesto in cui lo Stato islamico si è sviluppato e ha prosperato fino a riuscire trovare nuovi adepti in tutto il mondo, in quel confine mai netto tra affiliazione ed emulazione, dove l’odio ristagna e prolifera.

D’altro canto questi anni sono stati anche gli anni delle analisi a buon mercato, dei talk show ancorati sullo scontro di civiltà, della strenua ricerca del nemico che si insidia tra noi e che lo si può fermare solo chiudendo i confini, bloccando il lavoro dei “tassisti del mare”.

Questo crogiolo di lecite paure, cinismo politico e cattiva informazione può essere fermato solo ricorrendo ai fatti, intersecandoli, cercando di studiare la storia e di raccogliere testimonianze sul campo. Si tratta del lavoro del cronista, per l’appunto, mai come oggi fondamentale per districarsi tra le notizie senza perdere il senso delle cose, con la consapevolezza che tradurre la complessità in slogan ha solo effetti negativi.

Chi comanda i gruppi estremisti fa del bianco e del nero una bandiera”, scrive Serafini. “O sei con loro o contro di loro. Che si Dio, un’idea o una promessa, tutto viene presentato come la verità assoluta. Ma è anche ciò che fa chi calca la scena politica affermando di aver individuato un nemico, responsabile di tutti i mali”.

Come rispondere a questa dicotomia? “Per guardare, analizzare e descrivere bisogna spostarsi e osservare da diverse angolature”. Ma attenzione, questo non vuol dire “porsi in un’ottica di relativismo morale e dimenticare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato”.

Attraverso i suoi numerosi viaggi come inviata del Corriere della Sera in Medio Oriente, così come nelle periferie europee in cui si sono sviluppate alcune delle cellule radicalizzate, Marta Serafini ha avuto modo di parlare con le vittime e con i carnefici. Mentre il “mostro” assumeva una sua fisionomia geografica grazie alla presa di Raqqa e Mosul e diventava una multinazionale salafita (o, come dice lo studioso Cole Bunzel, “una via dimezzo tra l’estremismo kharigita e il murgismo”), l'autrice del libro viaggiava in Siria, Turchia, Iraq e Afghanistan provando a mettere insieme i cocci di un vaso informe. Va nelle prigioni, parla con le schiave dei terroristi, con gli abitanti degli sterminati campi profughi, con quei sognatori che nel 2011 speravano che la Siria avrebbe potuto davvero conoscere un periodo di riforme e che invece sono stati schiacciati da Nusra prima e da Daesh poi.

Ma non solo. In questi anni il fondamentalismo islamico, come qualsiasi altro messaggio di sopraffazione e odio, ha trovato nelle piattaforme social ambienti ideali per diffondersi. E l’autrice si dimostra particolarmente attenta a queste dinamiche: dove molti commentatori parlano senza avere le competenze digitali, lei studia i profili, usa chat crittografate, si confronta con esperti informatici, segue i trend comunicativi dello Stato Islamico.

Dove possibile si basa sulle fondamenta del giornalismo investigativo anglosassone, “follow the money”, per capire gli introiti di Daesh e degli altri gruppi terroristici generati da petrolio, traffico di stupefacenti e molto altro (come il talco, ad esempio). Ma questo non è sufficiente per tracciare il quadro completo e per giustificare storie come quella di Maria Giulia 'Fatima' Sergio, la prima foreign fighter italiana, la cui storia scandisce lo sviluppo analitico del libro e alla quale Serafini aveva già dedicato un volume (Maria Giulia che divenne Fatima, RCS, 2015).

Intato, mentre nuovi attentati attanagliano l’Europa, Baghdadi è morto, l’ISIS continua ad attaccare in Siria e in Iraq e, pur sempre con sigle diverse, il fondamentalismo armato controlla gigantesche regioni del Sahel. Come spiega Ali Soufan, l’ex agente dell’FBI di origine libanese coinvolto in prima linea in alcune delle principali attività di contrasto al terrorismo a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, “cambiano i nomi e i modus operandi ma la dinamica è la stessa. Il terrore trae linfa vitale dal caos politico e geopolitico”. La sua retorica violenta tuttavia non può essere contrastata con il populismo: “Se vuoi spegnare un incendio non ci butti benzina sopra gridando contro i musulmani, piuttosto ricordi che i musulmani sono, nel 90 per cento dei casi, le vittime del terrorismo”.

E’ difficile prevedere cosa succederà nei prossimi anni, così come capire quali mosse di contrasto funzioneranno davvero. Eppure per Serafini una chiave di lettura può esserci, ed è il ruolo delle donne. “Può sembrare solo una parte del problema, ma la componente femminile dell’Isis è cresciuta, ha acquistato potere”. D’altro canto per Nada Bakos, l’agente della Cia che ha contribuito a trovare e uccidere Al Zarqawi “per combattere il jihadismo, abbiamo bisogno di più agenti donne sul campo”. E per il giornalismo, spiega Serafini, “vale lo stesso principio, se non mandi le donne sul campo impedisci che metà di questa storia venga raccontata e precludi ai lettori e ai cittadini la possibilità di informarsi in modo completo”.

E questo, in un'epoca di analisi basate su meme, slogan e retweet, proprio non possiamo permettercelo.

Joshua Evangelista

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