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Oggi disegneremo la morte

W. L. Tochman
Keller, 2015

In un discorso sul genocidio, qualunque genocidio, si tratti del Rwanda o della Shoah, l’attenzione è inevitabilmente attratta dagli aspetti quantitativi: numeri delle vittime, estensione delle aree geografiche coinvolte, massacri collettivi. Col rischio che vengano messi in ombra, anche se non sottaciuti, gli aspetti qualitativi, i diversi volti che assume la sofferenza, le sue diverse modalità. I grandi numeri finiscono con il cancellare e in un certo senso omologare le sofferenze dei singoli individui in carne e ossa. La dimensione collettiva della tragedia può provocare una sorta di rimozione delle sofferenze individuali, che finiscono col rimanere nel sottofondo della coscienza di chi legge, quasi che sia più facile tollerare un grido di dolore collettivo che sostenere il peso della somma aritmetica delle urla di dolore dei singoli individui. La psicologia ci insegna che il processo di identificazione avviene rispetto a un individuo in carne e ossa, mentre raramente si realizza quando ci troviamo messi di fronte a fenomeni collettivi.

Deve essere stata questa la preoccupazione di W.L. Tochman nel suo addentrarsi nei meandri del genocidio del Rwanda. Egli vuole innanzitutto risultare efficace, senza sbavature. Vuole farci conoscere persone con nome e cognome, identificabili e rintracciabili. Vuole dare voce ai protagonisti, rievocare con precisione i fatti che li hanno riguardati, limitarsi alla pura e semplice descrizione di ciò che essi hanno vissuto. Tutto ciò è sufficiente per suscitare nel lettore una partecipazione emotiva del tutto naturale. Non si tratta di teatralità o di morboso autocompiacimento, si tratta di un tentativo di fare emergere dal racconto dei singoli la dimensione apocalittica dell'immane crimine perpetrato in Rwanda. Al centro è la narrazione dei protagonisti. Le analisi sociologiche, le ricostruzioni storiche, i risvolti psicologici e anche politici che inframmezzano la narrazione dei testimoni sono complementari alla struttura portante delle testimonianze e hanno la funzione di contestualizzarle e corroborarle, dando a esse una dimensione emblematica.

Partendo da un presente problematico e tutt'altro che risolto, mettendoci di fronte alle contraddizioni che tuttora intralciano il funzionamento della società ruandese, l'autore amplia la visuale in excursus storici sintetici e pertinenti .

La parte iniziale dell'inchiesta è dedicata all'emergere nel presente delle tracce del passato, alle ferite ancora aperte, alle ingiustizie non ancora sanate. Lo scrittore sceglie come referente un giovane studente universitario sopravvissuto che all’epoca del genocidio aveva nove anni, Leonard, il cui atteggiamento viene scandagliato in ogni implicazione psicologica e la cui storia assume un valore emblematico, un significato che in qualche modo rappresenta le storie di tutte le altre vittime. Le rappresenta metaforicamente, ma non le sostituisce né le assorbe. Perché Tochman ci vuol far capire che i crimini perpetrati sono di una tale disumanità e varietà che non é possibile assimilarli gli uni agli altri. La descrizione cruda di tali atrocità, le infinite varianti della loro esecuzione, la crudeltà indifferente che da esse traspare, tutto ciò scuote profondamente il lettore e lo costringe a fare i conti con la realtà del male radicale e a fare l’amara constatazione su come il male più atroce possa anche assumere l’aspetto di una banale normalità. La normalità perversa di quegli assassini che compivano i loro massacri convinti di fare semplicemente un “lavoro” come tanti.

Altro obiettivo dell'autore è mostrarci un presente che si struttura su due livelli: quello ufficiale, quello che vuole cancellare i motivi di rancore reciproco e perciò, per esempio, proibisce che sui documenti personali dei cittadini compaia l'attribuzione dell’etnia, tutsi o hutu, e un altro livello, quello del vissuto personale, quello che costringe a fare i conti con un passato che è rimasto inciso nella psiche delle vittime. Oggi sono molte in Rwanda le persone che devono ricorrere allo psichiatra per tenere a bada i fantasmi del passato.

Fra questi, però, paradossalmente non si trovano i carnefici, i quali sembrano non rendersi conto dei crimini che hanno commesso e non raramente convivono fianco a fianco con le loro vittime senza manifestare il benché minimo segno di pentimento.

Partendo da questo fatto, lo scrittore si interroga sul grande tema delle responsabilità e della giustizia. Ci viene suggerito che esistono responsabilità storiche, rintracciabili nel colonialismo europeo, e nel caso specifico, belga. Furono infatti i belgi a imporre agli inizi degli anni trenta del Novecento sui documenti la distinzione fra Tutsi, Hutu e Twa, distinzione che sanciva il predominio dell'etnia Tutsi sulle altre. Ma le responsabilità storiche sono solo lo sfondo di ben più pesanti responsabilità, attribuibili non solo ai gruppi degli Hutu armati di machete, gli esecutori materiali, ma anche a una parte non irrilevante del clero, oltre che alla politica attendista dell'ONU. L'autore è scrupoloso nel suo tentativo di ricostruire la verità storica andando a rintracciare prima i nomi e poi le persone portatrici di quei nomi che a vario livello furono coinvolte in quelle tragiche vicende, dai pochi militari dell’ONU presenti al momento delle stragi agli ecclesiastici che furono coinvolti nella strage di Gikondo. Come in ogni tentativo di ristabilire quale è la verità, il quadro che ne emerge è incerto e a tratti contraddittorio. Quello che risulta evidente è che quanto meno molti preti testimoni sono reticenti su quanto accaduto. In ogni caso, al momento in cui Tochman faceva la sua inchiesta, la chiesa stava mettendo in atto una generale operazione di rimozione delle responsabilità. Risultava molto comodo attribuire al demonio che si era impossessato della gente la responsabilità dei crimini commessi. In Ruanda era tutto un pullulare di esorcismi.

Alla fine del percorso ritroviamo Leonard, lo studente universitario sopravvissuto, che dopo decenni di silenzio su sua madre morta, riesce a pronunciare il suo nome e a tentare di spiegare la sua storia. Sono pagine toccanti quelle che lo riguardano, che ne ricostruiscono la storia. Il racconto di Leonard scorre come una vera e propria novella, coinvolgente, commovente. Lo stile narrativo è un ottimo veicolo delle emozioni, come spesso in altre parti del libro. E con le emozioni e le testimonianze che ci sono state regalate il lettore esce decisamente arricchito da questo viaggio.

Salvatore Pennisi

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