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Rwanda, la cattiva memoria

Françoise Kankindi, Daniele Scaglione
Infinito edizioni, 2014

A vent'anni dal genocidio in Rwanda, il dialogo fra Daniele Scaglione e Françoise Kankindi ripercorre tutti i momenti dei massacri che insanguinarono il Paese fin dagli anni '50. Con una prefazione di don Luigi Ciotti e un'introduzione di Yolande Mukagasana, il libro affronta temi importanti come la disinformazione sul genocidio, le responsabilità dei Paesi occidentali, la memoria, la ricostruzione. Abbiamo chiesto a Françoise Kankindi, autrice del volume e presidente di Bene Rwanda, di parlarci del suo libro e di quei "cento giorni" iniziati il 7 aprile 1994.

Partiamo dal titolo... Cosa si intende per “cattiva memoria”?


Con questa espressione intendiamo la disinformazione, applicata volutamente attorno a un genocidio che è stato programmato, preparato nei minimi dettagli, preannunciato e reiterato. Quando si sono scatenate le violenze del 1994, il mondo ha girato la testa dall’altra parte, tacendo dei massacri che da anni insanguinavano il Rwanda. Questo quindi è il senso del titolo, e purtroppo a vent’anni dal genocidio questa cattiva memoria persiste.


Nel libro parla anche di una “banalizzazione” della storia dell’Africa in Occidente. Quanta “cattiva memoria” è dovuta a questo fenomeno?

La banalizzazione è molto legata alla “cattiva memoria”. Con un’informazione puntuale e una sensibilizzazione del pubblico sulle questioni africane, ritengo infatti che non sarebbe stato facile far passare quel tipo di disinformazione.


Parlando del genocidio in Rwanda, spesso si dice che i massacri sono scattati all’improvviso, da un giorno all’altro, tra il 6 e il 7 aprile 1994. In realtà però le violenze sono iniziate molti anni prima, e proprio per questo la sua famiglia ha lasciato il Paese per trasferirsi in Burundi. Cosa significa per una bambina - e poi per una ragazza - crescere in un Paese che ti considera “straniero non voluto”, con lo sguardo continuamente volto verso la terra di origine?

I segnali del genocidio erano presenti già da molti anni. Quando è stato abbattuto l’aereo del presidente Habyarimana la responsabilità è stata data ai tutsi, giustificando di conseguenza le violenze hutu che sono iniziate dopo quella notte di aprile.  Questa è stata quindi la versione fornita, per scoprire poi che l’aereo è stato abbattuto dagli stessi autori del genocidio, aiutati dalla Francia, con un missile che certo il Fronte Patriottico non poteva avere.
Io ho vissuto questi anni di disinformazione con una grande rabbia interiore, la rabbia di chi sa di non poter essere compreso. Sono cresciuta in Burundi, un Paese che non mi voleva e in cui non ho mai avuto diritti, ho dovuto studiare con molta fatica, ho combattuto a lungo per ottenere le libertà fondamentali che spettano a ogni essere umano. Sembrava quasi che il mondo volesse affossarmi invece di aiutarmi. Oggi provo ancora questa rabbia, nei confronti dei negazionisti che cercano di ribaltare la storia.


Arriviamo all’aprile 1994. Lei era a Milano, e nel libro racconta che fu una sua amica, i cui genitori vivevano in Rwanda, ad avvisarla dell’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana. Cosa significa vivere a distanza il genocidio del proprio popolo? Come sono stati per lei quei cento giorni?

Per me è stato un vero e proprio black out emozionale. Non mi potevo neanche permettere di piangere, perché le mie lacrime non erano comprese, e non potevo essere accolta in un abbraccio amichevole o familiare. Per anni ho pianto in silenzio dentro di me, fino a quando, al decennale del genocidio, ho incontrato a Roma Yolande Mukagasana - che stava testimoniando allo spettacolo di Rwanda ’94 - e finalmente ho potuto piangere con lei lacrime liberatorie. Per questo motivo nella dedica del libro ho scritto che ho ereditato “le lacrime che Yolande non riesce più a piangere”.


Il tema delle lacrime ricorre spesso parlando di Rwanda. Nel libro afferma anche, in relazione al periodo post genocidio, che “piangere è un lusso che non ci si può permettere”. Qual è il senso di questa frase?

I tutsi in Rwanda non si sono potuti permettere il lusso di piangere perché subito dopo il genocidio si sono ritrovati completamente soli davanti alla necessità di ricostruire il Paese. Anche i media hanno smesso di parlare di noi, concentrandosi sui profughi che erano migrati in Congo. I tutsi sopravvissuti inoltre, subito dopo il genocidio, hanno dovuto tornare a vivere accanto ai loro assassini hutu.
Nonostante il dolore non potevamo fermarci, dovevamo ricostruire il Paese quando il mondo dimenticava che la maggior parte della popolazione aveva partecipato al genocidio. Lo abbiamo fatto con un pianto interiore e con il rischio che il massacro continuasse - chi ha ideato il piano di sterminio, infatti, puntava alla soluzione finale, all’eliminazione di tutti i tutsi.
Quando sono tornata in Rwanda nel 1995 mi sono resa conto che quando incontravo degli hutu, questi mi guardavano stupiti, quasi sorpresi dal fatto che una tutsi potesse essere sopravvissuta. Ecco perché piangere era un lusso, che già nel 1994 a Milano non mi sono potuta concedere e che anche i miei genitori non si sono permessi. Mia madre, ad esempio, ha ritrovato tutta la sua famiglia in una fossa comune con più di 300 persone, ma non ha potuto versare lacrime perché doveva cercare di costruire un futuro per i miei fratelli più piccoli.


Il libro si apre con l’introduzione di Yolande Mukagasana, che dopo il genocidio ha iniziato a dedicare il suo tempo a raccontare quanto è accaduto per tenere viva la memoria. Quanto è importante la testimonianza, per le giovani generazioni e per chi nel 1994 c’era ma non conosce la terribile realtà di quei cento giorni?

La testimonianza ha un enorme valore per tenere viva la memoria. In Rwanda abbiamo vissuto altri genocidi prima del 1994 - nel 1959, nel 1963, nel 1973 -, ma queste violenze venivano banalizzate, e ancora oggi non vengono ricordate. Purtroppo infatti ancora non c’è una memoria comune tra noi rwandesi. Hutu e tutsi non hanno un punto di vista unitario su quanto è accaduto. Quanti carnefici raccontano ai figli le violenze che hanno commesso?
Oggi, nonostante gli sforzi, la convivenza in Rwanda è segnata da una memoria difficile da edificare. Proprio per questo è stato lanciato il programma Io sono rwandese, per tentare di ricostruire un’identità nazionale condivisa. Ed è fondamentale ripartire da qui, perché solo la memoria - raccontata oggettivamente - ci può salvare.


A vent’anni dal genocidio, che Paese è il Rwanda?

Sono tornata nella mia terra per la prima volta nel 1995, ed è stato un vero shock. Poi ci sono stata quando è nato mio figlio, e ho trovato un Paese che stava tentando di rialzarsi dalle macerie del genocidio. Il mio ultimo viaggio in Rwanda è stato ad agosto, e mi sono sentita fiera di essere rwandese, di essere ritornata a casa, di fare vedere a mio figlio un Paese ricostruito e rappacificato. Oggi in Rwanda si sente la vita che pulsa, ed è da questo che dobbiamo ripartire.

a cura di Martina Landi, Redazione Gariwo

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