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Elio, l'ultimo dei Giusti - Una storia dimenticata di resistenza

Frediano Sessi
Marsilio Editori, 2018

Elio Bartolozzi, un giovane contadino toscano, si trova suo malgrado coinvolto in un episodio della Resistenza, quando decide di mettere in salvo due partigiani feriti dopo uno scontro a fuoco con una banda di fascisti. Porta col suo carro i due feriti in un luogo sicuro e torna a casa dove, a seguito di una soffiata di un vicino di casa, trova ad attenderlo un manipolo di fascisti. Viene catturato e portato in prigione, dove subisce un brutale interrogatorio nel corso del quale viene anche sottoposto a tortura. Per quanto estraneo al movimento della Resistenza e non aderente ad alcuna ideologia, Elio resiste alla tortura e non svela il luogo in cui i due sono stati nascosti. Da questo momento inizia il suo calvario di deportato, prima a Fossoli, successivamente a Bolzano-Gries e infine a Mauthausen

Gli stenti e il lavoro massacrante in miniera non lo piegano e soprattutto non gli fanno venir meno l’umanità con cui tratta i suoi compagni di sventura. Pur ridotto in condizione di estrema debilitazione, riesce a sopravvivere e alla fine della guerra, dopo varie vicissitudini, riesce a tornare a casa. Riprende la sua vita di un tempo, mette su famiglia e non fa alcun tentativo di far valere la sua esperienza per trarne un qualunque vantaggio. Incontra spesso il contadino vicino di casa che, forse per paura, lo ha tradito causando la sua deportazione, ma non lo denuncia. La sua vita riprende il ritmo della quotidianità e la sua storia viene sostanzialmente dimenticata. Neanche le organizzazioni di ex partigiani considerano il suo atto di umanità degno di essere riconosciuto pubblicamente, perché Elio non è mai stato affiliato ad alcuna organizzazione politica e quello che ha fatto non può essere ascritto all’eroica volontà di contrapporsi alla dittatura fascista. Egli ha semplicemente compiuto un gesto di ordinaria solidarietà umana, e solo dopo essere stato sollecitato a farlo. Nel clima infuocato del dopoguerra queste premesse bastavano a fare di Elio un personaggio poco meritevole di attenzione.

Frediano Sessi invece vuole porre rimedio a questa immeritato oblio portando alla luce la figura di Elio Bartolozzi e la sua storia, le cui caratteristiche ci inducono a riflettere su quali debbano essere le condizioni perché un uomo o una donna possano dirsi Giusti. Quasi completamente dimenticato e tardivamente riscoperto, il caso di Elio fa sorgere una domanda: perché un atto di semplice resistenza civile è rimasto così a lungo nascosto nelle pieghe della storia? Perché un uomo che a giusto titolo può essere definito un Giusto non ha ottenuto quei riconoscimenti e quel ricordo che altri resistenti hanno ottenuto?

L’autore abbozza una risposta che chiama in causa sia il clima del dopoguerra, generalmente polarizzato su schieramenti contrapposti, sia l’egemonia culturale di un tipo di storiografia che si focalizzava molto sui movimenti collettivi e riservava poco spazio alle azioni individuali. La “vera” Resistenza, secondo questa storiografia, era quella condotta dalle “bande” partigiane in armi, da persone che consapevolmente ed eroicamente avevano scelto di sacrificare la vita pur di vedere sconfitto il fascismo. Passava in secondo piano una forma forse meno eroica di resistenza ai nazifascisti, ma non meno efficace, quella della gente comune che pur non avendo deciso di andare a combattere in montagna si opponeva ai nazifascisti con piccoli gesti quotidiani e continui atti di disobbedienza civile. Secondo Sessi, il clima del dopoguerra richiedeva l’esaltazione dei gesti eroici come atti di resistenza collettiva in cui veniva coinvolto l’intero popolo in armi. 

Mentre gli atti di ordinaria solidarietà subivano una sorta di declassamento in quanto non inquadrabili in una ideologia consapevolmente antifascista. Gli stessi nemici del fascismo, però, non si rendevano conto di condividere con l’impostazione del regime la logica secondo la quale, nelle scelte di vita, centrale sarebbe il “noi”, quel “noi” che denota un’identità (nazionale o partitica, poco importa) collettiva, mentre secondario sarebbe l’”io” che agisce responsabilmente obbedendo alla coscienza. Oggi che si è fatta strada una più articolata idea di giustizia, anche a seguito del fallimento delle ideologie totalitarie, si è creato lo spazio per tributare il giusto riconoscimento a figure di coraggio civile come quella di Elio. Si capisce perché non sia necessario fare riferimento a un’ideologia ”giusta” per fare di Elio un uomo Giusto. Le sue motivazioni trovano nella sua coscienza la loro forza; per dirla con le parole dell’autore, la scelta di Elio “ci indica una strada da percorrere: mettere al centro della nostra vita l’amore per gli esseri umani senza distinzioni e condizioni anche a rischio di perdere tutto di sé”.

Da questo punto di vista risulta molto pertinente il titolo del libro che riconosce all’umile (socialmente ultimo) contadino di Ceppeto l’appellativo di Giusto.

Salvatore Pennisi, della Commissione Didattica di Gariwo

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