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Il ragazzo che fuggì da Vienna. Memoria di un sopravvissuto antinazista

Adele Campione
Mursia, Milano, 1997

L’autrice dà voce e dignità letteraria all’esperienza del giovane Hans Preis deportato a Mauthausen dal febbraio 1944 al maggio 1945. “Dà voce” nel senso letterale che fa parlare in prima persona il testimone, il quale rievoca in uno straziante scavo della memoria quindici mesi di vita nel cuore dell’inferno.
Una testimonianza che giunge a molti anni di distanza da quella di Primo Levi e degli altri deportati che ne scrissero fra il 1945 e il 1948. Perché questo ritardo? Ce lo spiega lo stesso Preis, con le parole riportate dall’autrice nel capitolo VI.
Dice Preis: “Noi fummo messi alla prova e ci fu impossibile ignorare la fragilità morale dell’essere umano. In noi stessi fummo costretti a cancellare ogni sentimento, ogni certezza. Fuori di qui…avevamo combattuto; prima di essere trascinati qui, nessuno di noi era stato abietto e vile. Per questo volevo rimuovere per sempre il ricordo di Mauthausen e dimenticare per tutto il tempo della mia restante vita l’uomo che ero stato.”
Si tratta, come in molti altri casi analoghi, del paradosso del complesso di colpa che colpisce la vittima che non riesce a rimuovere l’immagine disumanizzata di sé depositata nel fondo della sua anima.
Nel 1941 il giovane Preis lascia la sua Vienna, dove si è imposto il regime nazista, e raggiunge una parte della sua famiglia a Milano. Qui farà una vita da esule clandestino, ma riuscirà ad iscriversi alla facoltà di medicina. Spinto dalla sua fede antifascista, aderisce a una formazione partigiana. Nell’ottobre del 1943 viene arrestato. Rimane nelle carceri fasciste fino al febbraio dell’anno successivo, quando verrà deportato a Mauthausen...

Nella prima fase della detenzione, viene assegnato a una compagnia che deve svolgere un lavoro massacrante in una cava di granito. Più che un lavoro, è un pretesto per sterminare centinaia di deportati giornalmente. Malgrado la sua totale prostrazione fisica e psichica e il lavoro disumano, Hans in più di un’occasione si prodiga nell’aiuto dei compagni di sventura.
Ridotto in fin di vita dalle percosse e da un colpo di baionetta al petto, il giovane riesce a salvarsi per una serie di casi fortuiti.
Un kapò, un criminale comune che si è creato una rete clientelare fittissima, ha bisogno di usarlo come sostituto di un addetto al magazzino viveri che, costretto da lui a rubare, viene scoperto e brutalmente ucciso dalle SS. Dopo essere stato curato segretamente con l’aiuto interessato del Kapò, Hans è costretto a sottomettersi al ricatto di quest’ultimo e ad accettare il posto nel magazzino viveri con la condizione che dovrà rubare vantaggio del criminale, a rischio della sua vita.
Rispetto al lavoro precedente, si tratta di un netto miglioramento. Ma la prima reazione di Hans è quella del complesso di colpa. Lui adesso mangia a sazietà, ma pensa ai compagni che ha lasciato e sente pesare il suo stomaco pieno come un atto di accusa.
Da quel momento si dà da fare per mettere da parte quanto più cibo può per portarlo la sera, di nascosto, ai suoi vecchi compagni. In un posto dove, per molto meno, o senza motivo, si rischia la vita, una tale attività, se scoperta, comporta una morte immediata. Ma Hans ha in mente i (pochi) gesti di bontà di cui è stato fatto oggetto o che ha visto compiere verso altri: kapò che hanno evitato di infierire pur avendo l’ordine di farlo, o il medico che lo ha curato, a proprio rischio, quando era in punto di morte. I gesti di bontà, ai suoi occhi, spezzano la catena del male, restituiscono dignità a chi li compie e ridanno speranza nella possibilità di un riscatto.
Le disgrazie, le riprese, le traversie dalle quali il protagonista esce miracolosamente indenne si susseguono fino al momento dell’arrivo degli alleati nel lager.
Il racconto dei fatti è quasi sempre accompagnato da riflessioni di ordine generale: il dovere di sopravvivere per testimoniare, la contrapposizione fra giustizia e vendetta, la possibilità di atti di bontà anche nel male estremo, il dovere di aiutare i compagni, l’obbligo morale di non far prevalere il male.
La figura umana del protagonista emerge in tutte le sue sfaccettature, comprese quelle meno eroiche. I momenti di crisi, di debolezza, gli scrupoli, le incertezze, il desiderio di vendetta e l’umana esplosione di un sentimento di rivincita ci rivelano un uomo in carne ed ossa, sincero, determinato, onesto e profondamente segnato da un’esperienza che lo ha costretto a fare i conti direttamente con l’abiezione estrema dell’essere umano.
Il ritmo narrativo è incalzante e induce il lettore a tendere oltre l’orrore, verso la scoperta della luce alla fine del tunnel.

Salvatore Pennisi

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