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La storia ci salverà

Carlo Greppi
Utet, 2020

Con grande piacere pubblichiamo uno stralcio del paragrafo "Gli eroi che continuiamo a cercare" tratto dal libro "La storia ci salverà" (Utet) dello storico Carlo Greppi. Un viaggio tra i Giusti, da Paul Grüninger a Villa Emma, per ricordare il valore di chi ha saputo scegliere anche nei momenti più bui della storia: "perché anche il bene, e non solo il male, può essere contagioso".
(nel box approfondimenti è disponibile il testo esteso del paragrafo)

Torniamo allora sui nostri passi, al confine del tempo a noi contemporaneo, quando Stangl e Eichmann ancora non erano degli assassini ma stavano per diventarlo (e Stangl se ne rendeva conto, a quanto avrebbe ammesso), e quando Primo Levi, non ancora ventenne, sentiva – così avrebbe scritto – «la premonizione della catastrofe imminente» condensarsi «come una rugiada viscida per le case e nelle strade, nei discorsi cauti e nelle coscienze assopite». Siamo alla fine degli anni trenta, nell’Italia in cui vive Primo Levi e in diversi altri paesi europei vengono emanate le leggi razziali: si scatena l’odio contro gli ebrei, e infetta via via in maniera più incisiva ogni angolo della società. «I compagni cristiani erano gente civile, nessuno fra loro né fra i professori mi avevano indirizzato una parola o un gesto nemico, ma li sentivo allontanarsi, e, seguendo un comportamento antico, anch’io me ne allontanavo; ogni sguardo scambiato fra me e loro era accompagnato da un lampo minuscolo, ma percettibile, di diffidenza e di sospetto.»

Questo clima, nell’“anno infame”, è generalizzato, e pulsa feroce nell’Europa centro-orientale. La Germania nazista, in primavera, si è annessa l’Austria, e nel Grande Reich, dove la popolazione di origine ebraica è totalmente privata di ogni diritto, sono iniziati i primi pogrom, dei veri e propri raid violentissimi organizzati che hanno lasciato numerose vittime sul terreno. Gli ebrei tedeschi e austriaci – e in generale quelli d’Europa – si sentono oramai isolati, alla fine degli anni trenta: iniziano a essere internati nei campi di concentramento per il solo fatto di esistere, sono perseguitati per legge e indeboliti economicamente. L’unica via che resta, per molti di loro, è la fuga. Diversi paesi, come la Francia e la Svizzera, chiudono però le frontiere. Ci sono troppi rifugiati illegali, si dice.

C’è un uomo svizzero di nome Paul Grüninger che comanda la polizia del cantone – San Gallo – che confina proprio con l’Austria, il quale partecipa alla riunione in cui viene presa questa decisione. «Non possiamo farlo», dice, «sono delle scene che spezzano il cuore.» Ma alla frontiera iniziano i respingimenti nelle mani dei persecutori che, presto, diventeranno gli assassini delle persone in fuga. Grüninger ha quarantasette anni, è un “uomo comune”, nel senso che ha una vita ordinaria e non è destinato a lasciare particolare tracce di sé – come ciascuno di noi, finché non fa delle scelte che, nel bene o nel male, portano la sua vita in una determinata direzione. E lui le sue le fa: nitide, cristalline – queste sì.

Comincia retrodatando le domande di ingresso in Svizzera, perché i rifugiati possano mostrare di essere entrati quando era (ancora) legale farlo. Prosegue in vari altri modi, via via più pericolosi: fa arrivare dei mandati di comparizione alle vittime dei nazisti, pretendendo che si presentino in Svizzera, falsifica documenti, va lui stesso a prendere le persone dall’altra parte della frontiera con la sua auto – l’auto di servizio n. 3. E non passa inosservato. Se ne accorgono in tanti, compresa la stampa. Un mattino scopre di essere stato sospeso dalle sue funzioni. Lui si difende dicendo di aver «agito per dei motivi onorabili. Come funzionario e come uomo», ma le sue ragioni vanno controcorrente: fa di testa sua, va neutralizzato. E così il Consiglio di Stato del cantone San Gallo, nella libera Svizzera che rimarrà fuori dalla seconda guerra mondiale, decide di trasformare la sospensione in licenziamento – Paul è bandito dalla società. Perde il posto, subisce un processo, la famiglia deve lasciare la casa in cui vive e sua figlia deve abbandonare la scuola per cercarsi un impiego. Paul diventa un reietto, eppure ai nostri occhi sembra un atto così eroico, il suo.

In meno di sette mesi, mentre Stangl osservava – anche in se stesso, suppongo – la trasformazione vissuta da «funzionari dello stato» che parlavano «come persone civili» a persone che parlavano «un linguaggio peggio che da caserma, peggio che da bassifondi», mentre il male politico si impossessava degli animi e delle pratiche di altri uomini in divisa, compresi i suoi colleghi e i suoi superiori che avevano deciso di sbarrare la porta in faccia ai perseguitati, Paul ne aveva salvati tremila dalla morsa nazista. Il che significa che oggi decine di migliaia di esseri umani sono vivi grazie a lui. Le persone come Paul sono fastidiose, quando le cose accadono. Dopo, a volte, diventano qualcosa di cui andare fieri.

Oggi a lui è intitolato un ponte, lo stadio di San Gallo, e un angolino riservato della piazza principale della città. Ho avuto la fortuna di vedere tutto questo di persona, quando ho proposto alla Rai di raccontare la sua storia in un servizio proprio nei suoi luoghi. Ho visto i posti in cui ha operato clandestinamente, ho intervistato l’avvocato che dopo la morte di Paul ha poi tenacemente riaperto il processo ottenendone la riabilitazione, sono andato di persona con due colleghi sul ponte e nella piazza.

C’era un signore che stava leggendo, seduto su una panchina: non ricordo che libro fosse ma ho l’immagine della sigaretta arrotolata tra le sue dita, consumata quasi fino al filtro – le gambe erano accavallate. Quando ci ha visti arrivare ha pensato che volessimo un’informazione. E quando io gli ho indicato la targa, dicendogli che cercavamo quella, lui non ha nascosto la sua aria sorpresa. Ho sentito una sorta di tuffo al cuore. Perché poi ha detto qualcosa tipo: «Ah, ciò che ha fatto quest’uomo è la cosa migliore che sia stata fatta, qui. Ma ci è voluto molto tempo perché ce ne rendessimo conto».

Ci sarebbero moltissime cose da dire, anche perché di uomini e donne come Paul Grüninger nell’Europa nera ce ne furono a migliaia. Mi limiterò a dire quelle che riguardano direttamente il tema del bene e del male, e del nostro disperato – ed enormemente sano, ritengo – bisogno di eroi. La prima riguarda il modo in cui sono venuto a conoscenza della storia di Paul e tutto quello che ne è scaturito: è stato in un libro – intitolato Anime belle. Il coraggio e la coscienza di uomini comuni in tempi difficili, di Eyal Press –, consigliatomi da un altro mio mentore, che mi sono imbattuto per la prima volta in Paul. E la sua vicenda, come quelle che la seguivano nelle pagine di Press, era dichiaratamente una sorta di antidoto proprio agli “uomini comuni” che ci aveva raccontato Browning, era un inno alla nostra capacità di poter scegliere sempre, tra il bene e il male, il bene. Senza essere grigi. La seconda osservazione è a proposito del fatto che Paul, a differenza di moltissimi altri “Giusti tra le nazioni” (i non ebrei che salvarono gli ebrei), non rischiò direttamente la propria vita, ma tutto il resto: la carriera, la reputazione, la sua rete di rapporti sociali – e questo penso renda il suo gesto incredibilmente vicino a una qualunque vita ordinaria. La terza cosa che vorrei dire è che ho deciso, negli anni, di dare molte forme alla storia di Paul. È diventata un breve prodotto documentario televisivo, ma sarebbe stata anche un racconto che avremmo proposto più volte, in assemblee plenarie, agli studenti che, con Alice e tutti gli altri amici dell’associazione Deina, avremmo continuato ad accompagnare ad Auschwitz. E sarebbe finita in un mio libro per ragazzi, Bruciare la frontiera, in cui avrei citato anche un grande scrittore italiano, un amico nel frattempo scomparso, Luca Rastello, e in particolare queste parole: «Può elevare a valore assoluto il metodo della legalità solo chi presuma di essere nella società ideale». «Solo se penso – scriveva ancora Luca – di essere al culmine della storia umana, se credo in un progresso costante e perfetto rispetto al quale mi trovo nell’ultimo stadio posso attribuire alla legalità un valore assoluto. Se le cose non stanno così e la legalità rimane un valore al di là dei condizionamenti di potere, allora ha ragione Adolf Eichmann, quando difendendosi a Gerusalemme afferma di essere il rappresentante di una legalità voluta e costruita dal popolo tedesco attraverso un processo di consenso democratico». Eichmann, Stangl e gli “uomini comuni” di Browning portavano a termine il loro lavoro, semplicemente, mentre Paul Grüninger, a pochi chilometri di distanza, decideva di non farlo. Più che il nostro Riccardo Cuor di Leone, Paul è il nostro Robin Hood, ora lo sappiamo. Tutto sta nel rendersene conto, e questo troppo spesso accade quando la polvere della storia inizia a posarsi sui tempi a noi contemporanei.

Alla comprensione di molte vicende umane, infatti, di norma ci si avvicina gradualmente. Chiunque sia cresciuto in tempi e luoghi in pace non può sapere se avrebbe avuto il coraggio di fare la scelta giusta, se avrebbe avuto la perseveranza necessaria per rinnovarla come Paul. Anche dal nostro presente che ci pare più rassicurante, però, non è immediato ammettere di aver sbagliato valutazioni: in Svizzera ci volle mezzo secolo perché la democrazia elvetica tornasse sui suoi passi e riabilitasse Paul. Lo sguardo di quel signore svizzero sulla panchina di San Gallo mi è rimasto impresso a lungo, perché mi ha dato la sensazione che lui fosse lì per onorare Paul, per scusarsi quotidianamente a nome della sua comunità – mi pare di averglielo pure chiesto, e che lui mi abbia risposto che legge sempre lì per quella ragione, ma non ne sono del tutto sicuro. Più che altro la sua presenza pacata di fronte a quella targa, il suo stupirsi per averci visti lì muniti di telecamera, il nostro capirci nell’immediatezza di quell’incontro e quel tuffo al cuore mi hanno dato la sensazione che il bene possa essere qualcosa di contagioso – senza dubbio le storie che ci raccontiamo possono influenzare profondamente le nostre scelte e i nostri valori. E sicuramente sulla base delle storie che raccontiamo ci “riconosciamo” come parte di una comunità più ampia fondata proprio su quei valori. Ma anche quello che ci accade intorno, in diretta, può avere un impatto notevole sui nostri meccanismi decisionali – la storia lo insegna.

Subito dopo essere stato a San Gallo con la Rai, ho portato la storia di Paul in occasione di un incontro al quale ero stato invitato: nel paese di Nonantola, in Emilia-Romagna, si organizzava un seminario tra studiosi e “addetti ai lavori” perché un edificio chiamato “Villa Emma” diventasse un “luogo di memoria”. Era un invito importante, per me, che sento di essere debitore nei confronti di quel luogo perché racconta la storia di settantatré ragazzi ebrei in fuga dal nazismo che vengono accolti dalla popolazione locale (all’epoca il paese contava circa diecimila abitanti) e conoscono a Villa Emma una parentesi di quiete che, con l’occupazione nazista, diventa uno dei casi di salvataggio di massa più commoventi dell’Europa occupata. Tutti i componenti giovanissimi del gruppo riescono a salvarsi, tranne uno (Salomon Papo, di Sarajevo), che finirà ad Auschwitz come uno degli organizzatori del loro espatrio in Svizzera, Goffredo Pacifici. In quell’occasione, mentre io portavo le mie storie di uomini più o meno grigi e di persone eroiche come Paul, qualcuno mi fece notare che se solo dodici uomini del Battaglione 101 si tirarono indietro di fronte alla proposta di Trapp, è altrettanto vero che nessuno a Nonantola – anche se di mugugni ce n’erano – osò andare contro la maggioranza “attiva” del paese che aveva optato per il salvataggio sistematico dei ragazzi in pericolo, se non altro per non ostacolare le decine di persone che si davano da fare giorno per giorno. In quel momento ho capito perché noi raccontiamo queste storie: perché anche il bene, e non solo il male, può essere contagioso. 

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