Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

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Qualcuno dice “no!”

Roberto Cappuccio
Sensibili alle foglie, 2017

Ci sono molti modi di parlare delle sentinelle dello spirito di umanità, o Whistleblowers, o Giusti, o di realtà straordinariamente ordinarie che oggi noi poniamo come segnalibri che sorvegliano la storia del mondo conosciuto.

Quello di R. Cappuccio lo fa integrando competenze professionali personali psichiatriche, neuropsicologiche e psicoanalitiche, con quelle psicosociali, filosofiche e storiche per narrare, in modo sintetico e chiaro, la pluralità affascinante di donne e uomini che hanno saputo smentire la logica del conformismo, dell’autoritarismo, dello Stato criminale. In luoghi e tempi anche sorprendenti, molto spesso procedure illegali e con azioni abominevoli le autorità statali, civili e militari, hanno disprezzato i diritti umani, violato identità nazionali e diritti culturali, ha incupito di tenebre i secoli seguiti all’illuminismo.

L’autore, ex emerodromo, come tiene a segnalarci, corre tutto il giorno, tra le pagine della storia moderna e contemporanea per portarci buone notizie di persone che hanno saputo opporsi al crimine, ma, al tempo stesso, ci fa conoscere i crimini che queste sentinelle hanno avvistato e denunciato. Certamente ricorre alla memoria quel L’obbedienza non è più una virtù che don Lorenzo Milani indirizzava ai cappellani militari che condannavano nel 1965, come antipatriottici, gli obiettori di coscienza.

Nella storia degli USA queste sentinelle compaiono addirittura negli anni della guerra d’indipendenza delle colonie americane dalla corona del Regno Unito. Sentinelle disobbedienti, a loro rischio e pericolo: il libro si apre con un capitolo dedicato ai Whistleblowers del 1777. Coloro che soffiano il fischietto sono coloro che, dipendenti pubblici o privati, segnalano delle attività illecite compiute nell’amministrazione pubblica che mettono in pericolo la salute, la sicurezza, le risorse pubbliche. Dal 1989 negli USA è in vigore la Whistleblower Protection Act che tutela gli informatori che lavorano per agenzie governative e che segnalano casi di cattiva amministrazione. Dal 30 novembre 2017, è in vigore in Italia, su proposta dei 5 stelle e sostegno del PD la legge n. 179 in materia di whistleblowing, recante “Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro sia pubblico che privato”. Ma nel 1777 ci volle una certa indipendenza di spirito da parte di una decina di ufficiali della marina militare nel denunciare il comportamento del commodoro Hopkins, comandante in campo delle forze navali indipendentiste. Egli aveva schiavizzato i prigionieri britannici in modo disumano e barbaro

“Con rispetto e buona fede chiediamo al Comitato della Marina di investigare sulla sua personalità e condotta”. Il capitano di Marina John Grammis si era così recato, assentandosi senza permesso, presso la sede del Congresso continentale a Filadelfia per sporgere denuncia. E fu ascoltato. Il commodoro rimosso dall’incarico si vendicò su due ufficiali Richard Marven e Samuel Shaw, ma nel processo che ne scaturì il congresso difese gli ufficiali, sostenendone le spese legali e il 30.7.1778, tre anni prima della Dichiarazione d’indipendenza, il Congresso promulgò la prima legge che dichiarava: “È dovere di tutte le persone al servizio degli Stati Uniti, così come di tutti gli altri cittadini, fornire tempestivamente al Congresso o a qualunque altra idonea agenzia istituzionale informazione di ogni contravvenzione, frode, o altri reati di cui possono venire a conoscenza che siano stati commessi da qualsiasi persona al servizio di questi Stati”. (p.20) Negli USA, dopo la guerra in Vietnam, dal 2013 esiste una Giornata celebrativa degli Informatori Nazionali, ma il conflitto tra la tutela dei segreti di reale rilievo per la sicurezza nazionale e il diritto di sapere dei cittadini circa gli abusi dell’autorità non fa spirare un buon vento per gli informatori né durante la presidenza Obama, né in quella attuale. Sono sei pagine del libro (17-22), ma intense. Il secondo capitolo, titolato Sand Creek, Colorado USA, 29.11.1864 è dedicato al capitano Silas Soule e al tenente Joseph Cramer i due ufficiali del 1°cavalleria del Colorado, che in quel giorno e in quel luogo si rifiutarono di sparare e di far aprire il fuoco alla loro compagnia contro gli Cheyenne e gli Arapaho che avevano deposto le armi e si erano affidati alla protezione dell’esercito federale. Il colonnello Chivington, ex pastore metodista, si gloriò nella stampa locale come uno dei più eccelsi condottieri per aver sterminato alcune centinaia di donne, bambini e vecchi indiani. Soule e Cramer denunciarono l’ignominioso comportamento del colonnello Chivington e dei suoi uomini, una squadraccia di irregolari arruolata temporaneamente. Soule testimoniò davanti alla commissione militare istituita per indagare i fatti di Sand Creek nel febbraio del 1865. Dopo aver ricevuto diverse minacce, fu ucciso in un agguato la notte del 23 aprile a Denver, dove era responsabile della polizia militare. Il capitolo (pp. 23-64), il più esteso del volume, ricostruisce i tempi della caccia al bisonte e della corsa all’oro nel Far West e illustra la personalità del giovane ufficiale, militante antischiavista e leale difensore della legalità verso gli indiani. Il sottotenente J. Cramer fu invece congedato in quello stesso mese di aprile. Il testo riporta le lettere testimonianze di entrambi sui fatti di Sand Creek. “Le tribù Cheyenne e Arapaho continuano a tutt’oggi a celebrare l’anniversario del massacro del Sand Creek e ad onorare la memoria dei due ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti che seppero dire: “NO!” (p. 63)

Anche gli ultimi due capitoli sono dedicati ad eventi riguardanti l’esercito statunitense: Fuoco amico (pp. 159-167), dedicato a Hugh Thompson (24 anni pilota), Glenn Andreotta (venti anni, capo equipaggio elicotterista) e Lawrence Colburn ( diciotto anni, artigliere). Il 16 marzo 1968, questi tre giovani militari, non ufficiali, resisi conto del massacro di civili inermi e disarmati, principalmente vecchi, donne, bambini e neonati (347 persone, di cui 125 bambini sotto i cinque anni) che i soldati del primo plotone di una compagnia di fanteria guidati dal tenente William Calley stava compiendo a My Lai, 940 chilometri a nord di Saigon, si frapposero fra commilitoni e civili vietnamiti sopravvissuti, puntando le loro armi automatiche contro ufficiali e soldati assassini, riuscendo a salvare undici vite umane. Questi tre soldati fermarono il massacro che a fatica la stampa indipendente riuscì a far trapelare nella rete di occultamenti tessuta dei responsabili militari. Nel 1971 il tenente William Calley fu dichiarato colpevole di omicidio premeditato per aver ordinato di sparare e fu condannato all'ergastolo, ma il giorno dopo la sua condanna Calley ricevette un atto di indulgenza da parte del Presidente Richard Nixon, che ordinò di trasferirlo dalla prigione agli arresti domiciliari. Calley scontò 3 anni e mezzo di arresti domiciliari e poi fu dichiarato libero da un giudice federale.Trent'anni dopo, i tre furono premiati con la Soldiers Medal l’onorificenza più alta dell'esercito statunitense per atti di coraggio che non coinvolgano il nemico, ma nei venti anni di carriera militare successivi Thompson fu esposto a maltrattamenti per l’azione che aveva condotto a My Lai e per le testimonianze rese nei successivi processi. Andreotta morì in un’azione militare tre settimane dopo il 16.3.68. Thompson e Colburn furono riavvicinati vent’anni dopo da Michael Bilton, scrittore e documentarista inglese che compose un film documentario Remember My Lai dalla cui diffusione negli USA riprese la conoscenza e il riconoscimento ai tre uomini che salvarono i civili e denunciarono il massacro. L’ultimo capitolo è invece Iraqi Freedom, una paginetta su Joseph M. Darby, sergente di polizia militare statunitense che nel 2004 consegnò due compact disk di fotografie documentanti torture, abusi sessuali, omicidi perpetrati da soldati americani nelle carceri di Abu Ghraib in Iraq durante la guerra, iniziata nel marzo del 2003. Si tratta del Whistleblower più recente di cui parla il libro, ed anche uno dei più riconosciuti e premiati (nel maggio 2006 ricevette il J.F.Kennedy Profile in Courage Award) dopo l’isolamento e i vandalismi compiuti contro di lui e la sua famiglia dagli amici e dai vicini del Maryland dove risiedeva dopo la consegna della sua testimonianza.

Tra questi capitoli relativi agli USA, i più lontani e i più vicini nel tempo, sono collocati i capitoli dedicati a Irena Krzyżanowska Sendler, esponente cattolica della resistenza polacca che tra il 1942 e il 1944 salvò circa duemila bambini ebrei dal ghetto di Varsavia che fu ben più di un informatore dei misfatti dell’amministrazione tedesca nella Polonia occupata. La dedizione, l’ingegno nell’azione, il coraggio e l’amore mostrato da lei giustificano il capitolo (pp. 59-77) a lei dedicato in un libro dedicato a chi seppe dire no ad ordini infami, mentre lei seppe pronunciare un sì radicale e completo alla vita più innocente e indifesa dei bambini destinati ai campi di sterminio. Il personaggio è noto ed eminente fra i Giusti fra le nazioni, riconosciuta dallo Yad Vashem dal 1965, ma particolarmente interessante per un’associazione come Gariwo e per chiunque si occupi di educazione e formazione civile è scoprire come la fama cosmopolitica della Sendler sia legata anche al lavoro scolastico di una classe della High School di Uniontown nel Kansas il cui insegnante, Norm Conard, incoraggiò i suoi allievi a lavorare per il Giorno della storia conformemente al motto coniato dalla classe “Chi cambia una persona, cambia il mondo intero”. Negli articoli forniti dal professore agli studenti trovarono l’esistenza di altri Schindler. Le ragazze decisero di scrivere un testo dedicato a Irena Sendler: Life in a Jar. La vita in un barattolo e cercarono di sapere dove Irena fosse sepolta. Così scoprirono che era viva e vegeta, la contattarono, promossero nella comunità locale e nella rete la solidarietà per organizzare un viaggio e incontrarla. Gli studenti proseguirono a rappresentare Life in a Jar e crearono un sito web che conta oltre 30.000.000 di contatti. Chissà quante occasioni simili si possono conoscere, creare e diffondere! Gli altri personaggi che seppero salvare vite Cappuccio li cerca dove non saremmo portati a trovarli, cioè nelle file dell’esercito tedesco, fra iscritti al partito nazista o fascista.

Anton Schmid, un sergente austriaco della Wermacht, in servizio a Vilnius che salvò diversi ebrei. Venne condannato a morte nel 1942. “Fece tutto ciò senza aspettarsi nessun ringraziamento” dichiarò Simon Wiesenthal. Ma in una lettera indirizzata alla moglie quando era stato arrestato dalla Gestapo egli scrisse: “Tutti dobbiamo morire un giorno. Si può morire come un persecutore o come un soccorritore. Voglio morire come un soccorritore”. (pp. 79-91) Ignota mi era la vita di Albert Goering, fratello di Hermann, feldmaresciallo, delfino di Hitler, ma per nulla nazista, arrestato dopo la guerra, dichiarò di aver salvato trentaquattro persone perseguitate dal nazismo. (pp. 93-101) Il capitolo dedicato a Giorgio Perlasca è intitolato un nobile impostore, un fascista combattente nelle file dei legionari durante la guerra civile spagnola che seppe fingersi incaricato dall’ambasciatore spagnolo a Budapest per salvaguardare le centinaia di ebrei ricoverati nelle proprietà spagnole nella capitale ungherese. Riconosciuto Giusto fra le nazioni dallo Yad Vashem nel 1989, è uno dei Giusti più noti in Italia. L’autore riporta a tal proposito la testimonianza della signora Wetz da lui soccorsa: “Era la prima volta che vedevamo qualcuno che ci prendeva per mano senza chiedere niente…un essere umano che, in circostanze come quelle, restava un uomo e si prestava a difendere delle persone che non conosceva e che nessuno difendeva.” (p. 107)
La figura di Peter Bonzelet, Waffen SS che partecipò all’azione dell’eccidio di 170 persone innocenti a Sant’Anna di Stazzema il 12.8.1944, è narrata simulando la scrittura di alcune pagine di diario di Enio Mancini, il bambino di otto anni che il soldato tedesco, invece di condurre alla piazza del paese dove avvenne la strage , aveva fatto scappare nei boschi. Vicenda venuta alla luce solo sessantadue anni dopo il fatto, dopo la morte di Bonzelet. Nel 2010 il nipote di Bonzelet che informato dalla nonna si mise a ricercare le persone salvate dal nonno, potè abbracciare Enio Mancini. (pp.109-116)

Abbiamo così trovato tra soldati, parenti di gerarchi, addirittura SS, persone che seppero negare se stesse alle atrocità della Shoah e della guerra. Le ultime figure di cui Cappuccio scrive sono diplomatici o persone che svolgono un’azione diplomatica. Ma anche costoro sono rappresentanti di governi e partiti tutt’altro che democratici. Chiune Sugihara (Yaotsu 1900 – Kamakura, 1986) discendente da una famiglia della media borghesia giapponese, conseguì la laurea in lingua inglese, si arruolò come militare volontario in Corea nel 1920 divenendo sottotenente. Di famiglia non religiosa, si accostò al cristianesimo durante gli anni universitari, fu battezzato nella chiesa ortodossa russa. Intraprese la carriera diplomatica e nel 1939 fu assegnato come viceconsole del Giappone a Kaunas in Lituania. Al Giappone, ostile alla Russia, interessavano notizie sui movimenti delle forze armate russe. Dopo il 1° settembre 1939 egli iniziò a fornire visti agli agenti dei servizi segreti polacchi costretti a fuggire con le loro famiglie. Dopo l’occupazione sovietica della Lituania nel 1940 venne disposta la chiusura dei consolati e ambasciate. Quella del Giappone fu fissata per il 31 agosto. Più tardi di quella di altri Paesi. Su Sugihara si riversarono le richieste dei profughi polacchi e degli ebrei. Violando le disposizioni ricevute dal suo governo egli decise di concedere i visti alle persone che si assiepavano alle porte del consolato. Egli si impegnò con sua moglie a scrivere tutti i permessi che riusciva. Wiesenthal valutò che Sugihara riuscì a concedere circa seimila visti. In confronto il consolato Usa non offrì alcun aiuto ai profughi. Rientrato in Giappone dopo la guerra, fu costretto a dare le dimissioni dal personale diplomatico e la sua azione rimase ignorata in Giappone fino alla sua morte. Uno degli ebrei salvati da lui invece, addetto all’ambasciata israeliana in Giappone, riuscì a rintracciarlo e nel 1985, un anno prima della sua morte, lo Yad Vashem gli assegnò il titolo di Giusto fra le nazioni, unico cittadino giapponese a meritare un tale riconoscimento. Abdol Hossein Sardari divenne console del governo iraniano a Parigi quando l’ambasciatore, dopo il 22.6.40, si trasferì a Vichy. Egli sostenne nei confronti dei nazisti un’argomentazione razziale a favore degli ebrei iraniani, gli Juguti, sostenendo che questo gruppo di persone, di razza non semita, ma ariana, come i tedeschi, aveva usi e costumi religiosi ebraici, ma era completamente integrato nello Stato persiano e, in quanto cittadini persiani, godevano della protezione garantita da un accordo fra Germania e Iran che tutelava tutti gli iraniani da atti di aggressione dell’esercito occupante. Sia l’amministrazione tedesca che il governo di Vichy classificarono come di sangue non ebreo gli iraniani di religione ebraica. Egli emise così altre centinaia di passaporti iraniani, anche per persone non iraniane, al fine di salvarli dalla deportazione. Tornato in Iran nel dopoguerra, il suo operato fu apprezzato fino alla rivoluzione islamica del 1979, quando la nuova repubblica gli revocò la pensione, gli sequestrò le proprietà, fino a costringerlo a traferirsi in Gran Bretagna dove morì a ottantasei anni, nel 1981(pp. 117-123). Aristides De Sousa Mendes, aristocratico portoghese, visse una discussa carriera diplomatica e si trovò ad essere a cinquantacinque anni console portoghese a Bordeaux nel 1939. Il governo autoritario di Salazar non fu apertamente antisemita, ma nel 1939 vietò al corpo diplomatico di concedere visti a stranieri apolidi o ebrei. Sousa Mendes incominciò a violare episodicamente le istruzioni del suo governo, ma dopo l’incontro con il rabbino Kruger di Anversa, rifugiato a Bordeaux che si era rifiutato di accettare un visto solo per sé e la propria famiglia se questo trattamento non fosse stato esteso ad altri fratelli e sorelle ebrei rifugiati. Egli si ritirò in preghiera e il 17 giugno 1940, giorno del cedimento della Terza repubblica francese, decise di concedere visti a tutte le persone senza riguardo a nazionalità, razza o religione. Egli avviò così una sorta di catena di montaggio in cui impegnò la sua famiglia (14 figli) e quella del rabbino Kruger per timbrare passaporti, rilasciare visti e continuò anche dopo che il governo l’aveva sospeso dall’incarico, il 24 giugno richiamandolo in patria. Continuò anche durante il viaggio e il suo seguito divenne una carovana di profughi che cercavano una via di salvezza dalla Francia arresasi ai fascisti. Quando giunse in Portogallo Sousa Mendes fu sospeso per un anno e poi congedato da ogni ufficio diplomatico. La sua famiglia fu emarginata e visse grazie alla solidarietà della comunità ebrea di Lisbona. Visse in povertà fino alla morte (1954) e nel 1966 fu riconosciuto Giusto fra le nazioni. Solo dopo il 1987 il governo portoghese operò una riabilitazione della sua figura (pp. 129-131). John Heinrich Detlev Rabe(Amburgo, 23 novembre 1882 – Berlino, 5.1.1950) dal 1911 visse in Cina e nel 1937 era il rappresentante, iscritto al partito nazista, delle Siemens A. G a Nanchino. All’avanzata dell’armata giapponese sulla capitale cinese, costituì con altri occidentali un comitato internazionale di cui fu eletto presidente per creare un’area demilitarizzata che offrisse rifugio ai profughi cinesi riversatisi in città. Egli, presentandosi come tedesco alleato, per il patto Anticomintern, all’Impero giapponese, riuscì a proteggere la zona di quattro chilometri quadrati in cui si affollarono duecentocinquantamila cinesi. Per sei settimane la furia dei giapponesi si scatenò sulla popolazione cinese. Il massacro di Nanchino produsse un numero enorme di vittime, dalle 200 alle 340.000. Lasciata la Cina nel febbraio del 1938, perché richiamato dalla Siemens in Germania, Rabe compilò un documentato dossier sui crimini di guerra giapponesi e scrisse ad Hitler perché intervenisse sui giapponesi per fermare le loro atrocità. Per tutta risposta fu arrestato dalla Gestapo. Dopo la guerra fu denunciato come nazista. Le condizioni di vita sue e della moglie Dora si fecero davvero difficili. Solo i cinesi, riconoscenti, fecero pervenire a Rabe aiuti per il suo sostentamento. Nel dicembre 1996 il suo diario esteso sul Massacro di Nanchino fu pubblicato in Germania, Cina, Giappone e Stati Uniti d'America. Nel 1997 la sua lapide fu trasportata dai cinesi in un luogo commemorativo del Massacro di Nanchino. Durante un viaggio del Presidente della Germania Johannes Rau in Cina, la statua di John Rabe ricevette ufficialmente l'omaggio anche dallo stato tedesco. (pp. 133-135). Nella parte centrale del volume sono nove le personalità di cui si tratta, otto coinvolte nelle vicende europee della Shoah e una, John Rabe, nella guerra cino giapponese. Gli approfondimenti sono diseguali, ma abbiamo cercato di rendere conto della quantità di notizie offerte al lettore per sottolineare la responsabilità personale delle scelte che hanno portato contro ogni tornaconto individuale al riconoscimento dell’altro come un se stesso postoci dinanzi in condizioni di estremo bisogno. Con voce piana e stile sintetico fa conoscere o ricorda gli esempi noti e meno noti di chi resta umano nella disumanità prodotta dalla lotta per il potere.

La seconda parte del libro è costituita da una perlustrazione teorica esplicativa della presenza del bene e del male nel comportamento individuale e sociale. Viene posta così attenzione non solo al male, ma anche alle ragioni del bene, e si passa in rapida ed efficace rassegna la letteratura psicosociale che dalla seconda metà del Novecento (Salomon Asch, Stanley Milgram, Philip Zimbardo, Piero Bocchiano) studia come l’appartenenza ad un gruppo o l’imposizione da parte dell’autorità costituita di comandi contrari alla morale o l’ambiente carcerario possa modificare il comportamento individuale. Viene in queste opere anche discussa la tesi della banalità del male di H. Arendt. Ma l’intento di Cappuccio è quello di avvalersi degli esempi di cui ha trattato nella prima parte, quelli che lui chiama “eroi”, per porre l’attenzione sulle motivazioni di chi operò contro corrente, sfidando pericoli, impopolarità e condanne a morte, “per veder poi riconosciuti i propri meriti quando si realizza un effetto “Palinuro”, ossia quando il vento del consenso inverte la sua direzione, perché le forze contro le quali si sono opposte soccombono”. (p. 179) Gli strumenti dell’analisi in vitro, in laboratorio vengono così applicati allo studio di casi storici con nuova attenzione ai fenomeni di solidarietà, di soccorso, di empatia. Si passano in rassegna le opere di Eva Fogelman (1994), Mordecai Paldiel (1993), di Samuel e Pearl Oliver (1988), Andre Stein (1989). È tutt’altro che semplice far presa sulle motivazioni comuni che fecero o possono fare prevalere il bene rispetto al male. I contributi di Kristen Monroe (2004) “sono tornati a sottolineare il ruolo di fattori individuali nella genesi della condotta solidale. (…) ciò che gli altruisti condividono è un certo modo di guardare al mondo perché, laddove la maggior parte della gente vede un estraneo, loro vedono un altro essere umano”. (p. 185). Ancora più recente (2012) il contributo di Simon Baron-Cohen, La scienza del male, l’empatia e le origini della crudeltà che indaga le basi genetiche, ormonali e morali del fenomeno empatia. Si è così giunti ad identificare il circuito cerebrale dell’empatia, l’amigdala e il sistema dei neuroni a specchio. Nel successivo capitolo l’autore, per valutare il ruolo giocato dall’individuo e dalla situazione, si propone di ripercorrere le storie che ha narrato per mettere a fuoco il ruolo svolto da diversi elementi. Considera così l’educazione nei casi di Soule Silas, di Irena Sendler, della fede religiosa per il pilota Hugh Thompson, ancora per la Sendler, per il giapponese cristiano Sugihara. Motivazione religiosa che ha un senso opposto a quella del parroco masscratore a San Creek, John Chivington. Senza motivazione religiosa sono invece i comportamenti del diplomatico iraniano Abdol Hosseini Sardari, di Giorgio Perlasca, di Joseph Darby ad Abu Ghraib. “L’impossibilità di identificare i modelli di personalità, percorsi educativi e vicende esistenziali costanti nei soccorritori non pregiudica dunque il ruolo svolto da fattori individuali nel promuovere il comportamento umano.” (p. 197). Nel penultimo capitolo si presentano testimonianze sugli animi di coloro che hanno ucciso e di coloro che si opposero alle carneficine in Vietnam con brani di lettere e testimonianze che segnalano gli effetti devastanti della violenza anche negli animi degli attori oltre che dei testimoni della violenza. “Le statistiche riportano che il 54% dei militari americani impegnati nel conflitto ha avuto bisogno di una consulenza psichiatrica, ma la frequenza dei danni da combattimento è aumentata nei conflitti successivi, specie quando gli scontri hanno coinvolto le popolazioni civili”. (p. 210) Il libro si conclude con un capitolo dedicato alla permanente compresenza, nella storia e nella vita umana, del male e del bene, dell’oppressione del potere che impone la propria forza e della forza della coscienza che riesce ad opporvisi a testa alta e mani nude: è questo il luogo in cui citare la regola aurea scritta con parole diverse e identico concetto nelle grandi religioni e ricordare Socrate e la irrevocabile opposizione all’esecuzione di ordini ingiusti. (p. 220-221)

Carlo Sala

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