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Raif Badawi: the voice of freedom. My husband, our story.

Ensaf Haidar (& Andrea C. Hoffmann)
Little Brown, 2016

Raccontando la storia del marito Raif Badawi, blogger saudita imprigionato e condannato per apostasia a dieci anni e mille frustate dalla polizia religiosa del suo paese, Ensaf Haidar racconta la storia di un amore, che sfida l’opposizione familiare e le rigide convenzioni sociali, di un matrimonio con le sue inevitabili crisi che ne trasformano gli equilibri interni rafforzando la coppia; di un uomo che riesce a mettere in discussione sé stesso, la propria cultura e i suoi condizionamenti e regole e decide di parlare di libertà a un Paese che libero non è, incurante dei rischi per sé e la sua famiglia; di una donna che appoggia e sostiene il marito, perché entrambi credono nei diritti umani e delle donne; di un piccolo forum che cresce a dismisura, valicando i confini nazionali, per promuovere la separazione tra Stato e Chiesa e la libertà di religione in uno stato di fatto governato dalla polizia religiosa ultraortodossa, a cui nemmeno il sovrano, al pari di un fantoccio, riesce ad opporsi.

Leggere questo libro significa tuffarsi in una realtà “altra”, impensabile e incomprensibile per noi occidentali, ma che è, sta diventando o rischia di diventare, la normalità per milioni di persone.

E che la dittatura religiosa di un Islam distorto e di tutte le sue conseguenze (mancanza di libertà di espressione, sottomissione totale della donna, negazione dei diritti umani, tortura e pena di morte) sia stata per lungo tempo la normalità per questa coppia traspare dal tono pacato e asciutto con cui vengono descritti l’ordine sociale, le convenzioni, i divieti, le logiche famigliari, i dubbi e la paura perfino nel rispondere a una telefonata. Ci troviamo catapultati in un altro mondo che percepiamo immediatamente non essere un mondo fantastico, ma qualcosa di reale, che esiste veramente, e ci rendiamo conto di quanto possa essere difficile andare contro tutto ciò che ci è familiare, che per noi e chi ci circonda è la norma, di come sia straziante mettersi in discussione, rivedere le proprie idee “innate” e formarsene delle proprie. Presi da una narrazione lucida e coinvolgente, proprio perché procede a ritmo serrato, scevra dalle solite lamentele, polemiche e dietrologie a cui siamo ormai ahinoi condannati in occidente e soprattutto in Italia, ci ritroviamo a condividere la vita di un Giusto dei nostri tempi e le ripercussioni sulla sua famiglia in modo estremamente realistico, in quanto si tratta di una vicenda che è ancora in fieri. La particolarità e la forza del libro, infatti, è proprio la sua contemporaneità: a differenza di altre testimonianze di altri totalitarismi, che ci mettono di fronte a fatti già compiuti, qui ci troviamo a fianco di un blogger attualmente imprigionato, che ha già preso cinquanta frustrate, e di una donna fuggita prima in Egitto, poi in Libano e infine rifugiata in Canada con i tre figli piccoli. Una famiglia separata fisicamente, ma indissolubilmente legata dalla comune certezza che la libertà d’opinione sia un bene imprescindibile e dalla fiducia nel sostegno da parte delle democrazie occidentali. Una fiducia che non deve essere assolutamente tradita.

Tea Camporesi

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