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Un cuore in fuga. La grande storia del campione Gino Bartali

Oliviero Beha
Piemme

Non me ne vorrà Fausto Coppi, ma dopo aver letto il libro di Oliviero Beha, Un cuore in fuga, l’uomo solo al comando non ha la maglia bianco-celeste, se proprio deve avere dei colori quella maglia ha i colori dell’arcobaleno, e il suo nome non può che essere Gino Bartali.

Anzi l’Airone sarebbe contento di cedere la frase che lo ha reso indelebile nell’immaginario collettivo all’amico Ginettaccio, perché a dispetto della pubblicistica che per molto tempo li ha resi avversari e anche nemici, nemici non lo sono mai stati.

A questo proposito Oliviero Beha ricorda un episodio che sostanzia questo concetto, «alla fine del ’45, dopo le prime gare in cui Gino spesso non teneva le ruote dei più giovani e se ne doleva davanti allo specchio, l’astro nascente Fausto Coppi si sarebbe voluto sposare. Ma era povero in canna, anche di bicicletta. Le schiere di colleghi tentarono una colletta miserella, fallita. Così decisero di fargli vincere una corsa in linea, tutti quanti, senza dirglielo, e così fu e con i premi pur modesti saltarono fuori i soldi per il matrimonio e un simulacro di viaggio di nozze. La “dama bianca” era lontana, la solidarietà tra corridori usciti dalla guerra, ma direi senz’altro non tutti con le medesime esperienze, vicinissima. In ogni caso il futuro “campionissimo” che fesso non era mangiò la foglia e ringraziò i colleghi, Gino in primis».

Oliviero Beha ha il dono della leggerezza calviniana nel suo scrivere di Bartali, nel ricostruire una vicenda umana strabiliante, attraversata da eventi sportivi che lo vedono protagonista assoluto a livello mondiale ma che restano come marginali rispetto alla dimensione epica della sua generosità nel salvare tante vite umane dalla deportazione nazifascista.

Bartali, al momento opportuno, sceglie di stare dalla parte dei più deboli facendo leva sulla sua fede cristiana e sulla cultura socialista di suo padre. Per questa ragione c’è un Gino Bartali prima della guerra, la seconda guerra mondiale, e un Gino Bartali del dopo la guerra.

Un prima fatto di vittorie sportive, «Quando Gino Bartali entra nel Parco dei Principi di Parigi indossando la maglia gialla è il 31 luglio del 1938: è l’ultima tappa del primo Tour che va a vincere il più forte ciclista del mondo in quel momento. Ha 18 minuti di vantaggio sul secondo, non uno scherzo nemmeno per l’epoca. Gino ha ventiquattro anni compiuti da due settimane e la sua vita è già ricca di grandi gioie sportive…».

Un dopo fatto di vittorie sulla cattiveria umana, sulla nobiltà d’animo, sul coraggio, Un dopo che gli ha consegnato, per le azioni benemerite compiute, la vittoria più bella e quella più duratura nel tempo, «nel 2013 lo Yad Vashem, il Sacrario della Memoria a Gerusalemme, lo ha dichiarato “Giusto tra le Nazioni” tra i non ebrei che resistettero attivamente alla barbarie nazista ed è ricordato per questo nel Giardino dei Giusti del Parnaso fiorentino».

Ma facciamo un passo indietro al giorno in cui il cardinal Elia Angelo Dalla Costa lo manda a chiamare. «Gino, la situazione sta diventando sempre più drammatica. Non ti devo dire come stiamo vivendo: male, malissimo, so delle difficoltà di tutti, e dei bravi cristiani come te e i tuoi. Ma c’è chi sta peggio, te lo assicuro. E dunque ti ho chiamato per loro […] Li possiamo salvare, o possiamo tentare di farlo, perché sono tanti, Gino, sono alcune migliaia, solo se riusciamo a farli fuggire e nel e frattempo a nasconderli. E per fuggire hanno bisogno di cibo e riparo momentaneo, certo, ma soprattutto di documenti falsi, così da passare tutti i posti di blocco […] Mi rendo conto che ti sto chiedendo moltissimo, ma sono tempi atroci che ci impongono delle scelte».

E Gino scelse e scelse di stare dalla parte di chi, in quel momento aveva più bisogno e per questo era anche più debole: scelse di stare dalla parte degli ebrei.

Il suo compito consisteva nel trasportare documenti falsi, arrotolati e infilati nella canna della bicicletta. Fece il postino per la DELASEM, Delegazione per l’Assistenza agli Emigranti Ebrei, su indicazione del cardinal Dalla Costa e la benedizione di Papa Pio XII.

La prima destinazione fu Genova, Firenze-Genova andata e ritorno in bicicletta. Le strade erano interrotte, i mezzi di comunicazione scarseggiavano e si veniva facilmente intercettati, la bicicletta era un mezzo di trasporto perfetto. Per utilizzarlo però occorrevano muscoli e fiato, ma più di ogni altra cosa coraggio e un grande cuore.

Ginettaccio portava documenti falsi per far espatriare gli ebrei e tornava con i soldi per la Curia che servivano per finanziare la rete clandestina che operava per salvare gli ebrei dalla deportazione.

«Avevo una bici in ordine. Non una vite allentata: Era silenziosissima. Conoscevo bene le strade cittadine. Potevo attraversarla a 50 chilometri orari. Come in pista, nonostante i binari del tram. In cinque minuti potevo raggiungere e avvisare chiunque. Tre o quattro volte mi hanno sparato ai posti di blocco, ma senza prendermi perché giungevo all’improvviso, silenzioso, prima che realizzassero quello che stava accadendo ero già fuori tiro».

In questa pista, su queste strade l’avversario da battere non era più Fausto Coppi, ma erano i nazisti e i fascisti. La posta in palio non era la maglia rosa del Giro d’Italia o quella gialla del Tour de France, era la vita delle persone in carne ed ossa. Una posta molto più importante, la più importante di tutte. E Bartali seppe vincere la gara più importante tra le tutte le gare disputate.

«“Hai fatto delle grandi cose” gli disse Pio XII ricevendolo a Castel Gandolfo. Gino non rispose nulla, baciò l’anello del pontefice, pensò si riferisse al Tour ma sapeva che anche Sua Santità era al corrente più o meno dettagliatamente delle sue missioni per gli ebrei. Il cardinale di Firenze e il vescovo di Perugia, rispettivamente Dalla Costa e Nicolini, dovevano per forza essere in contatto tra loro e con il Vaticano».

Siamo ormai nel 1948, la guerra è quasi solo un brutto ricordo e Ginettaccio dieci anni dopo il primo trionfo al Tour de France riesce, a trentotto anni, in un’impresa sportiva irripetibile: rivince la corsa ciclistica più importante del mondo.

Una vittoria davvero epica se si tiene conto che il 13 luglio, per una banale foratura, il ventitreenne Louis Bobet gli infligge 21 minuti di distacco all’arrivo. Il giorno successivo il 14 luglio in Francia è festa nazionale e la Grande Boucle si ferma. Gino Bartali e la sua squadra sono a Cannes, all’InterContinental Carlton Hotel sulla Croisette. Non può sapere che in quelle ore, precisamente alle 11:45 all’uscita da Montecitorio uno studente, Antonio Pallante, colpisce con tre colpi di pistola Palmiro Togliatti, il segretario del Partito Comunista Italiano.

C’è un grande trambusto in albergo, molti giornalisti lasciano la Francia e ripartono per l’Italia. La situazione si fa drammatica. In quel trambusto Bartali riceve una telefonata dall’Italia, è Alcide De Gasperi, il presidente del Consiglio dei ministri. Il giorno successivo Ginettaccio riscrive la storia del ciclismo sulle salite di Francia, vince la gara con quasi 18 minuti di vantaggio sul secondo e si avvia a tagliare per il primo il traguardo anche a Parigi.

Molto si è scritto e detto su questa vittoria, soprattutto che sia stata determinate per fermare in Italia una guerra civile che sembrava incombente dopo l’attento a Togliatti. Difficile esprimere un giudizio a posteriori e dopo tanti anni, ma l’acume e la bravura di Oliviero Beha ci vengono in soccorso anche per dirimere questa questione, «il corrispondente di un giornale politicamente “robusto” come il parigini Le Monde scrisse testualmente: “Nessun evento al mondo avrebbe potuto essere più importante della vittoria di Bartali. È apparso chiarissimo il 15 luglio, quando la notizia della sua impresa ha trasformato la drammatica atmosfera che aveva pervaso l’Italia dopo l’attentato a Togliatti».

Un cuore in fuga è un libro da tenere da conto perché vivifica il ricordo di un grande uomo. La biografia umana di un campione assoluto che ha saputo coniugare la passione e le capacità agonistiche con la sua missione di uomo.

Anche l’Italia ha saputo rendere onore e omaggio a Gino Bartali e lo ha fatto il 31 maggio del 2005 con il Presidente della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi. Quel giorno gli fu conferita, postuma, la medaglia al valor civile con la seguente motivazione: «Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica, collaborò con una struttura clandestina che diede ospitalità e assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazifascisti dell’alta Toscana, riuscendo a salvare circa ottocento cittadini ebrei. Mirabile esempio di grande spirito di sacrificio e di umana solidarietà. 1943-Lucca».

«Non voleva essere un esempio, lo è stato. E basta», scrive il compianto Oliviero Beha nelle pagine finali del libro, aggiungendo il suo personale ringraziamento a Ginettaccio, «Debbo a Bartali, oltre a tutto ciò che di importante scoprivo addentratomi nella sua vita, anche una sorta di ritorno alle origini. Mie […] Forse sono queste origini comuni ad avermi aiutato a capire e a sentire. Magari con un po’ di impudicizia esse mi hanno spinto a interpretare “drammaticamente”, pensieri ed emozioni di un Grande del Novecento, tale probabilmente a sua insaputa…Ad ogni modo grazie, Gino».

Oscar Buonamano, giornalista, direttore editoriale Carsa

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