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L'epoca e i lupi

Nadezhda Mandel'shtam
Mondadori, Milano, 1971

Il manoscritto del primo volume di memorie, redatto da Nadezda intorno al 1964 e cioè quando lei aveva 65 anni e Osip era morto da ventisei arrivò clandestinamente negli Stati Uniti con il semplice titolo “Ricordi”.

Venne pubblicato per la prima volta in inglese con il titolo Hope against Hope e poi in francese Espoir contre Espoir. Sia il titolo inglese che quello francese significano Speranza contro Speranza. In russo, Nadezda vuol dire Speranza.

In Italia venne pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1971, poi scomparve dagli scaffali ed è stato finalmente ripubblicato nel 2006 dalla casa editrice Liberal con il titolo L’epoca e i lupi.

Il racconto di Nadezda inizia nel 1934, quando Mandel’shtam venne arrestato per la prima volta. Nadezda evoca poi i tre anni di confino cui Osip venne condannato e dove lei lo seguì volontariamente. Prima a Cerdyn e poi Voronez. Poi prosegue con il brevissimo intervallo di tempo intercorso tra lo scadere del periodo di confino e il secondo arresto del 1938 (il periodo della Grande Illusione) e si chiude con la morte di Osip quasi certamente avvenuta nel vagone del treno che lo portava in un gulag della Kolyma, in un certo giorno del 1938.

Nel libro, all’interno di questo quadro ed arco temporale, Nadezda Mandel’shtam, che quasi mai parla di se stessa e utilizza poco o nulla la parola “io”, non parla solo di se e di Osip: evoca nel modo più vivo tutta una intera generazione di intellettuali e di politici. Nelle pagine di Nadezda troviamo tutti quelli che all’epoca contavano qualcosa: da Bucharin ad Anna Achmatova, da Pasternak a Sklovskij, da Belyi a Bulgakov, da Gorkij ad Ehremburg.

Leggiamo della messa del bavaglio e della rapida riduzione al silenzio, negli anni 1920-1930 della parte più viva e feconda della cultura russa del tempo.

“sto parlando del periodo staliniano e le fasi attraverso cui passò Mandel’shtam servono ad illustrare il processo di asservimento della letteratura; altrettanto accadeva in altri settori, in forme un po’ diverse, naturalmente, ma la sostanza era sempre la stessa” (p.177)

Il nuovo Stato aveva cominciato a imprigionare e ad uccidere dal 1918, quando era stato aperto il primo campo in cui rinchiudere quelli che “non sono dei nostri”. Nel 1934 la categoria dei “non dei nostri” si è già ingrandita parecchio. Dapprima si cerca di trovare una motivazione, per gli arresti: se chi è arrestato è colpevole io, che non ho commesso alcuna colpa, non verrò arrestato, è l’illusorio ragionamento.

Arriva però il momento in cui Anna Achmatova, Osip e Nadezda sono costretti a comprendere l’inconcepibile: si arrestano le persone anche senza alcuna motivazione. Basta essere qualcuno. O non sorridere abbastanza, e dunque si può esser sospettati di avere paura, di non approvare il regime. 

Tutti si aspettano di venir prelevati da un momento all’altro. Le notti trascorrono insonni (gli arresti avvengono di notte). Ogni automobile che si ferma davanti al condominio può essere “quella” e si tira un sospiro di sollievo se l’ascensore non si ferma al piano in cui si abita. Ma se questo vuol dire che per questa volta è andata, vuol dire anche che la “cosa” è solo rimandata. Prima o poi succederà anche a noi. 

Per Mandel’shtam arrivano una notte di maggio del 1934. Osip se lo aspettava. Nel suo sacco (bisogna esser sempre pronti!) aveva messo anche un copia del suo amatissimo Dante, comprato apposta in una edizione piccola e non ingombrante proprio per essere portato in carcere o chissà dove. Nel momento cruciale però perde il suo Dante di carta, ma non importa: Osip la Divina Commedia la sa tutta a memoria.

Seguendo le vicende di Osip e Nadezda (che ha seguito volontariamente il marito al confino) scopriamo che migliaia, decine di migliaia di condannati al confino cercano un alloggio, dei mezzi per sopravvivere, un pezzo di pane. Dappertutto si vedono persone che fanno code interminabili, impazziscono, vediamo contadini spogliati di tutto, aristocratici espulsi da quella che fu San Pietroburgo, ma anche l’annientamento di Quadri del Partito, di scrittori, di operai.

Dopo i tre anni di confino Mandel’shtam - al quale viene proibito di tornare nella sua casa di Mosca - è messo nell’impossibilità di trovarsi un qualsiasi lavoro retribuito. Il solo fatto di stringergli la mano può portare dritti in prigione. I Mandel’stam riescono a sopravvivere solo grazie all’elemosina di pochissimi amici fidati che ogni tanto - rischiando grosso - allungano loro qualche rublo. Osip e sua moglie sono veri e propri mendicanti.

Eppure, e nonostante tutto, Osip è felice e le pagine in cui Nadezda descrive la sua gioia di vivere, il suo rifiuto di suicidarsi (Nadezda più volte gli propone di suicidarsi entrambi) sono forse tra le più difficili da comprendere, per noi.

“che hai da lamentarti?” mi diceva [Osip] “Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome. In nessun altro paese uccidono per motivi poetici” (p.202)

E infine, nel 1938, ecco scattare la trappola. Osip Mandel’shtam viene arrestato di nuovo. Questa volta lo mettono su un treno diretto ad un gulag. Osip morirà su quel treno, ma a Nadezda - come a tutte le mogli di detenuti - non viene comunicato nulla sulle circostanze di questa morte.

Questo era il vero significato della formula “isolare, ma conservare in vita”: Stalin faceva cancellare dai libri i nomi di tutti coloro che venivano liquidati, faceva di tutto per uccidere anche la memoria

Ma Stalin non è riuscito a cancellare Osip Mandel’shtam dalla memoria dell’umanità e questo, grazie soprattutto alla memoria di Nadezda.

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