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Proust a Grjazovec

Józef Czapski
Adelphi, Milano, 2015

Józef Czapski, ufficiale polacco, durante la Seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero dai russi e internato nel gulag russo di Grjazovec tra il 1940 e il 1941, scampando per puro caso al massacro di Katyn nel 1940. I quattrocento prigionieri, per resistere all’annientamento morale e intellettuale, decidono di tenere ogni sera, dopo la faticosa giornata di lavoro nel campo, delle conferenze su vari temi culturali. Accalcati nel refettorio, ognuno di loro a turno espone un argomento di cui ha una buona conoscenza: c’è chi parla di architettura, chi di alpinismo, di storia dell’Inghilterra o di storia del libro. Czapski, pittore e scrittore, parla di pittura francese e polacca, ma soprattutto di letteratura francese: grande appassionato di Proust, di cui ha più volte letto le opere, racconta alla platea i brani della Recherche che più l’avevano colpito.

Il libro è pertanto una raccolta di quelle conferenze, trascritte a caldo e portate in salvo dall’autore, e riprodotte a colori tra le pagine di una narrazione che procede a ruota libera, in modo destrutturato; e non potrebbe essere altrimenti, dato che ogni lezione si basa solo sul ricordo, senza alcun supporto cartaceo. L’autore stesso si scusa più volte di eventuali scorrettezze, imprecisioni o manomissioni: il suo racconto origina dalla memoria, ma nonostante ciò interi brani dell’opera proustiana vengono riportati con incredibile precisione, intervallati da digressioni sull’ambiente filosofico, letterario, storico e artistico in cui Proust si forma e scrive. Il linguaggio semplice e chiaro e il tono colloquiale rendono fruibili e comprensibili anche ai profani uno scrittore e un’opera complessi quale Proust e la Recherche, e la reclusione volontaria in cui sprofonda il francese dopo la morte della madre fa da parallelo alla reclusione forzata dei polacchi nel gulag, l’esortazione dei Gourmantes alla riflessione e a capire la ragione perché si è vissuti fa passare il pensiero della morte in secondo piano, analogamente alle lezioni, che stimolano i prigionieri a tenere accesa la mente.

Tra un riferimento a Tolstoj e uno a Balzac, un accenno a Saint Simon e uno a Bergson, le descrizioni dell’aristocrazia e dei parvenu, le ricchezze e le pene d’amore, i salotti e lo snobismo, che tanto stridono con la miseria e le sofferenze del campo, il filo conduttore dell’opera proustiana e di questa sua narrazione non è solamente l’importanza della memoria, ma soprattutto l’esortazione, sempre valida e attuale, a conoscere il prossimo, il migliore e il peggiore, senza paraocchi o pregiudizi – e molto appropriatamente il titolo originale del libro è Proust contre la déchéance.

Tea Camporesi

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